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Palermo

Il polo di Gae

Palazzo Branciforte, riallestito da Gae Aulenti, ospita la collezione della Fondazione Sicilia (già del Banco di Sicilia) dall’archeologia al contemporaneo

La facciata di Palazzo Branciforte

Palermo. Sontuosa dimora appartenuta a una delle più potenti famiglie aristocratiche siciliane, i Branciforte, principi di Butera, il Palazzo che da quella prende nome, nell’antico Quartiere della Loggia, dal 25 maggio ha aperto al pubblico, interamente ripensato nella sua nuova veste di polo culturale. Archeologia, arte moderna e contemporanea, libri e grande tradizione culinaria italiana sono qui coniugate a comporre un grande «museo della memoria siciliana», dove per la prima volta trovano posto tutte le collezioni (a eccezione della quadreria che resta a Villa Zito) della Fondazione Sicilia (già Fondazione Banco di Sicilia, che per l’occasione ha cambiato nome, a sottolineare il profondo legame fra l’ente e il territorio), che nel 2007 ha affidato il progetto di recupero del palazzo a Gae Aulenti.
Migliaia di reperti della collezione archeologica, molti mai esposti finora, sono allestiti nell’open space della «cavallerizza» o scuderia; le maioliche nel Ristorante, attiguo all’ala destinata alla Scuola di formazione del Gambero Rosso; le collezioni numismatica e filatelica al primo piano, dove sono esposte anche 55 sculture, dall’Otto al Novecento (Cumbo, Horejc, Manzù, Drouot, P. e B. Civiletti ecc.), oltre alla biblioteca, dove si segnalano il fondo Restivo e quello che comprende la biblioteca personale dell’architetto Giuseppe Spatrisano, esponente del Razionalismo siciliano. Il progetto ha inteso ripristinare la funzione originaria di alcuni spazi nodali, come il cono prospettico della stradina interna (prima interrotto da una costruzione), trait-d’union delle due ali distinte del palazzo, o il cortile a lato di quest’ultima, liberato dalla copertura e recuperato pensando ai giardini «segreti» degli insediamenti arabi nel quartiere. L’edificio, del tardo ’500, aveva infatti subito nel tempo numerosi rimaneggiamenti: all’inizio dell’800 quando divenne sede del Monte dei pegni di Santa Rosalia (i Branciforte si erano trasferiti in una dimora ancora più sontuosa, alla Marina); dopo i danni provocati da una granata nel 1848, con il mancato ripristino nei magazzini dei solai crollati tra il primo e il secondo piano, che creò degli ambienti inediti a tutta altezza dotati di ardite scaffalature lignee, palchetti e ballatoi, in una composizione architettonica che fa ora da inusuale quinta scenografica per mostre d’arte contemporanea (soluzione tanto suggestiva da essere stata riproposta dall’Aulenti nella biblioteca, anch’essa spazio unico a doppia altezza); e ancora dopo il bombardamento del 1943, con il crollo della loggia a nord nel cortile principale, adesso ricostruita; fino agli ultimi stravolgimenti nel dopoguerra, quando il palazzo divenne proprietà della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele, quindi, dal 1997, del Banco di Sicilia, per essere infine acquisito nel 2005 dalla Fondazione che vi ha anche trasferito la propria sede, prima a Villa Zito.
Da status symbol del prestigio economico e politico di un casato, il palazzo assurge oggi a emblema di un progetto culturale che la Fondazione condivide con la collettività. È da qui che potrebbe ripartire Palermo, al livello più basso della sua storia culturale, dove intellettuali e movimenti civici denunciano inascoltati l’abbandono di spazi d’eccellenza, dai Cantieri Culturali alla Zisa al teatro Garibaldi?

© Riproduzione riservata

Silvia Mazza, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • L’antica sede della quadreria del principe Nicolò Placido Branciforte ospita oggi la biblioteca (soffitto di Ignazio Moncada di Paternò)
  • Il deposito dei pegni Monte di Santa Rosalia prima del restauro

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