Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Mostre

La Biennale di Sydney è antistress e scacciaguai

La diciottesima edizione punta su autori poco noti, sull’arte collettiva e su opere «terapeutiche»

Jonathan Jones, «Untitled (oysters and tea cups)», 2012. Courtesy of the artist

Sydney. La diciottesima Biennale di Sydney, aperta dal 27 giugno al 16 settembre, presenta il lavoro di un centinaio di artisti la cui ispirazione è profondamente radicata nel legame con le loro comunità, a dimostrazione che vivere nel XXI secolo non implica necessariamente l’alienazione dell’individuo, come sottolinea Catherine de Zegher, cocuratrice della mostra. Alcuni degli artisti sono da tempo affermati, come l’australiano John Wolseley, ma la maggior parte è poco nota al mondo dell’arte internazionale. Si tratta di una deliberata strategia per dimostrare che il senso della comunità e della famiglia è preferibile all’estenuante lotta per la fama o il successo economico che caratterizza gran parte dell’esperienza moderna. «Molte persone si sentono senza potere, dichiara la De Zegher; il messaggio che la Biennale vuole trasmettere è che tutto quello che facciamo nella nostra microsfera influenza anche la macrosfera».
Il sottotitolo della mostra è «All Our Relations», da una preghiera di ringraziamento degli indiani Sioux Lakota per l’armonia tra gli uomini e le cose. Tra gli artisti presenti, Lee Mingwei ne offre un’interpretazione particolarmente puntuale con la performance «The Mending Project», al Museum of Contemporary, che con l’Art Gallery of New South Wales è una delle due sedi principali della mostra, il cui allestimento si dirama per tutta la città. «Chiederà alla gente di portare dei vestiti da rammendare, spiega la curatrice. I visitatori potranno raccontargli le loro storie, proprio come accade nella realtà». Lee Mingwei ha messo in scena «The Mending Project» a New York dopo l’attacco al World Trade Center e la De Zegher, che a quel tempo viveva in quella città, lo ricorda come portatore di comprensione e guarigione. La neozelandese Tiffany Singh espone «Knock on the Sky Listen to the Sound», un’installazione di scacciademoni: i visitatori saranno invitati a portarne via qualche elemento che potranno decorare da sé. Nel work in progress «Folds to Infinity», Erin Manning invita le donne a unirsi ai suoi «circoli del cucito» sull’isola Cockatoo nel porto di Sydney. Il colombiano Juan Manuel Echavarría espone invece la serie fotografica «La O» (2001), che documenta i resti dei villaggi colombiani abbandonati dalla popolazione in seguito alla violenza che da decenni sconvolge il Paese. Alcuni artisti, infine, collaborano tra loro; è il caso della polacca Monika Grzymala, che vive a Berlino e ha lavorato con l’aborigeno Euraba Papermakers, nella cittadina dell’Outback australiano di Boggabilla, su un’opera che invita gli osservatori a immergersi in un mondo di carta.

© Riproduzione riservata

Elizabeth Fortescue, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • «Arm Chair» (2011), un video di Robin Rhode presente alla Biennale di Sydney
  • Nicholas Hlobo, «Macaleni Iintozomlambo», 2010. Copyright the artist and Stevenson Gallery, Cape Town/Johannesburg Image Courtesy of the artist

Ricerca


GDA aprile 2019

Vernissage aprile 2019

Il Giornale delle Mostre online aprile 2019

Vedere a ...
Vedere a Milano aprile 2019

Focus on Design

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012