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Il Giornale delle Mostre

Milano

La betoniera si suicida nell’Hangar

Alla Bicocca, i ready-made di Prieto e la casa dei Kabakov

«Apolítico» (2001) di Wilfredo Prieto allestito al Louvre, a Parigi, nel 2006. Daros-Latinamerica Art Foundation, Zurigo. Courtesy NoguerasBlanchard, Barcelona

Milano. Giovane ma con un curriculum invidiabile (dal PS1 di New York alle Biennali di San Paolo e di Venezia), il cubano Wilfredo Prieto (1978) si confronta con gli spazi di HangarBicocca, dove dal 22 giugno al 2 settembre allestisce la mostra «Equilibrando la curva», a cura di Andrea Lissoni. Si tratta di sette opere di grandi dimensioni, cinque delle quali concepite per questa occasione e realizzate con lo staff del «nuovo» HB, che si propone come un cantiere di ricerca e produzione. Al centro del suo lavoro c’è, come sempre, un’indagine sulle contraddizioni sociali ed economiche del mondo contemporaneo, di cui Prieto, che vive tra L’Avana e New York, è un testimone consapevole. La sua denuncia tuttavia non assume toni apocalittici ma spesso si colora di umorismo grazie agli slittamenti di senso cui sottopone i suoi ready-made, diventando così anche più incisiva: in questa mostra ci si imbatte in un autobus le cui ruote poggiano su monete, in un tubo di gomma da giardino che, collegato a un compressore, si agita nell’aria come un serpente imbizzarrito, in una betoniera «suicida» (si è autocementata), in una morbida nuvola che a uno sguardo attento si rivela fatta di filo spinato e in altri lavori stranianti, che alludono alla realtà instabile del nostro tempo.
Insieme va in scena, con la cura di Chiara Bertola, l’imponente installazione «The Happiest Man» di Ilya ed Emilia Kabakov, presentata nel 2000 al Jeu de Paume a Parigi, ma qui riallestita dagli artisti per lo spazio del «Cubo». Si tratta di una grande sala cinematografica al cui interno è riprodotta una tipica casa russa degli anni Trenta, da cui si può assistere, come dalla platea, alla proiezione di pellicole del tempo: l’unica forma di evasione concessa ai russi nella cupezza dell’epoca stalinista, che diventa metafora della magia del cinema, capace di trasformare chiunque ci si abbandoni nell’«Happiest Man».

© Riproduzione riservata

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • Wilfredo Prieto, Grasa, jabón y plátano, 2006. Collezione Jesús Villasante. Veduta dell'installazione nel Convento de Santa Clara, L'Avana (Cuba). Courtesy NoguerasBlanchard, Barcelona
  • Wilfredo Prieto
  • Ilya & Emilia Kabakov, «The Happiest Man», veduta dell'installazione alla Galerie Nationale du Jeu de Paume, Parigi, 2000, Courtesy of Emilia Kabakov

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