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Vernissage

Corrado Gugliotta

Da 5 anni Laveronica, avamposto del contemporaneo in Sicilia, è diventata una galleria «di culto» fra le emergenti internazionali. Il segreto? Non restare troppo siciliani

Corrado Gugliotta

Reduce dalla partecipazione alla fiera Roma Contemporary dove ha presentato uno dei nomi «storici» della sua scuderia, l’artista italo-libica Adelita Husni-Bey, la galleria Laveronica arte contemporanea è oggi una delle realtà di punta del mercato nazionale, ma soprattutto una delle pochissime gallerie attive in Sicilia a essere riconosciuta e apprezzata ai livelli più alti del sistema dell’arte attuale. Artefice di questo progetto, cresciuto lentamente ma con costanza dal 2007 a oggi, è Corrado Gugliotta, 37 anni. Lo abbiamo intervistato.

Corrado Gugliotta com’è diventato gallerista?
Dovrei raccontare la storia di una vita. La mia generazione, per trovare stimoli culturali, doveva guardare indietro. Il panorama letterario, cinematografico e musicale contemporaneo degli anni Novanta mi appariva desolato e desertico. Rivolgermi al passato non mi stimolava intellettualmente tanto quanto guardare in avanti. Da qui è nata la passione per l’arte contemporanea. Negli anni dell’università, quando studiavo Scienze politiche, ho cominciato a interessarmi di ciò che succedeva nel campo delle arti. Quella passione, poi, è diventata una professione. Ho cominciato aprendo un piccolo spazio espositivo a Modica. Ho scelto questa città perché, oltre a essere un luogo che amo e che ha tante potenzialità, era un centro dove era possibile fare qualcosa di nuovo. Qui, infatti, l’interesse per il contemporaneo è nato con la mia galleria. Nell’aprile del 2007, ho allestito la prima mostra, una collettiva con la partecipazione di Adelita Husni-Bey, divenuta poi una degli artisti fondamentali del mio percorso. Nel dicembre 2008 mi sono trasferito in una galleria più ampia, accanto alla sede precedente. Dal 2011 ho aperto l’attuale spazio, in un caseggiato storico completamente restaurato. Oggi posso dire che non riesco a immaginare la mia vita lontano dalla galleria e dagli artisti, dai quadri e dalle mostre, dalle fiere e dai viaggi.
Laveronica arte contemporanea: come nasce questo nome?
Deriva dal nome latino Veronica, traduzione dal greco di Berenìke, che significa «colei che porta la vittoria».
Perché dà ampio spazio ad artisti giovani o comunque ad autori che non hanno ancora conquistato del tutto la ribalta? È una scommessa o una scelta obbligata?
Lavorare con artisti che hanno fatto già delle cose importanti significa camminare su sentieri già battuti. Io volevo compiere un percorso del tutto nuovo. Un operatore culturale, del resto, deve provare anche a dire qualcosa di originale. La storia di una galleria si scrive attraverso gli artisti e le mostre che si allestiscono. A me non interessava rifare una storia già scritta da altri. Ecco perché scegliere artisti giovani è stata ed è per me un’avventura avvincente. Il gruppo di artisti con cui ho lavorato in questi anni mi sta dando molte soddisfazioni. Oggi sono molto apprezzati, partecipano a mostre internazionali e ottengono prestigiosi riconoscimenti. Per quanto riguarda il pubblico, le nostre mostre sono molto partecipate. Fin dall’inizio abbiamo sempre cercato di far capire alle persone il senso di quello che facciamo. Non è stato facile perché qui non c’erano sedimentazioni di arte contemporanea. Si guardava molto al passato e al locale. Oggi, ci sono tante persone che seguono con affetto e curiosità ciò che facciamo. Più complesso far scattare la molla del collezionismo a livello locale. Ma la Sicilia è vasta e ci sono buoni collezionisti.
Inevitabile chiederle se è stato più difficile portare avanti questo progetto in Sicilia, non tanto perchè sia un territorio al margine del sistema (oggi forse non è più così grave), ma perchè manca un collezionismo forte e abituato al nuovo...
Non penso che, per esempio, a Milano o in un altro contesto altamente competitivo sia più facile fare il gallerista. Anzi, è altrettanto difficile. Qui c’è una situazione di isolamento geografico. Altrove, in piazze più affollate, ci possono essere situazioni di mistificazione, confusione, eccesso di offerta. Si tratta di differenti problemi, ma che rendono ovunque difficile l’attività del gallerista. Nel mio caso, ho la fortuna di avere grosse collezioni che sostengono la galleria.
Com’è riuscito a sfuggire al localismo che rischia sempre di fagocitare?
Ho perfettamente idea di quali rischi corra chi opera in una realtà provinciale. E proprio per questo mi sono sempre sforzato di fuggire il localismo attraverso un processo di continuo aggiornamento, partecipando alle fiere più importanti, andando in giro, guardando sempre quello che accade fuori, cercando opportunità e visibilità in contesti più ampi. Chi, come me, opera in un contesto globale com’è quello dell’arte contemporanea deve necessariamente interessarsi a temi globali. Alla base dei risultati finora ottenuti c’è la qualità e la continuità nel tempo di scelte oculate e di ampio respiro. Ma anche tanta gavetta.
Che cosa pensa rimarrà, in prospettiva, di quello che oggi vediamo e compriamo in galleria o nelle fiere?
Credo che rimarrà tutto ciò che dietro ha un lavoro serio e vero, mentre molte cose che vedo sono frutto di strategie, di moda ecc. Quelle saranno lasciate nel dimenticatoio.   
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Quest’estate, il 24 e il 25 agosto, presenterò un evento a Modica e in vari luoghi della città. Si chiamerà «I Vespri - Civic Forum in Five Steps». Coinvolgerà un gruppo di artisti provenienti dall’area del Mediterraneo e sarà curato da Marco Scotini. Sarà una  maratona di eventi che durerà 24 ore.

© Riproduzione riservata

Marina Giordano, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


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