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Il Giornale delle Mostre

Firenze

Il Gotico rinascimentale

Agli Uffizi una mostra riprende una tesi già sostenuta da Zeri: nei primi decenni del Quattrocento gli artisti avevano ancora una «mentalità gotica»

Gentile da Fabriano Adorazione dei Magi, 1423, tempera su tavola Galleria degli Uffizi, Firenze

Firenze. Dedicata alla memoria di Miklós Boskovits, lo studioso recentemente scomparso, autore di un testo imprescindibile come Pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento del 1975, la mostra «Bagliori dorati. Il gotico internazionale a Firenze 1375-1440», che la Galleria degli Uffizi ospita dal 18 giugno al 4 novembre per la cura di Antonio Natali, Enrica Neri Lusanna e Angelo Tartuferi, è la prosecuzione del discorso già avviato nel 2008 dalla rassegna «L’eredità di Giotto. Arte a Firenze 1340-1375» (cfr. n. 277, giu. ’08, p. 28), offrendo un bilancio di quei decenni cruciali che, sebbene presente negli studi più recenti, non era mai stato tradotto in una mostra così ampia.
Come spiega Angelo Tartuferi, l’idea di fondo che pervade le varie sezioni della mostra attuale, espressa nei saggi in catalogo (Giunti) con approfondimenti relativi alla miniatura (Ada Labriola), all’arte suntuaria (Marco Collareta) e al cantiere di Santa Maria del Fiore (Timothy Verdon), è pressoché opposta a quella consacrata dal celebre scritto di Longhi Fatti di Masolino e di Masaccio.
Alla visione di un Rinascimento dominato dalla triade Brunelleschi, Donatello e Masaccio, presentati come cospiratori che tutto mutano e rifondano scalzando i «ritardatari frastornati», si oppone quella già suggerita da studi successivi, tra cui Rinascimento e pseudo Rinascimento di Federico Zeri.
Il percorso espositivo, che vede sfilare artisti quali Agnolo Gaddi, Spinello Aretino, Antonio Veneziano, Gherardo Starnina, Lorenzo Monaco, Gentile da Fabriano e Beato Angelico, ma anche altri meno noti come Mariotto di Cristofano, Francesco d’Antonio e Arcangelo di Cola, evidenzia come da un lato i richiami al mondo antico siano ben presenti nell’opera di autori quali Lorenzo Ghiberti, ma anche quanto figure che rivoluzionano la visione prospettica come Paolo Uccello, del quale giunge da Oxford la giovanile «Annunciazione», operino con «mentalità gotica» fino agli anni Trenta del Quattrocento: non a caso, nota Tartuferi, l’artista nasce proprio nel 1397, quindi ancora nel vecchio secolo, aspetto questo non trascurabile. Il filone della matrice gotica sarà peraltro quello di maggior successo di committenza, mentre solo un’élite prediligerà le nuove voci. La varietà di questo momento di passaggio, e la compresenza a Firenze di maestri con radici ancora profondamente gotiche che operano nei primi decenni del Quattrocento, è chiarita dalla presenza di prestiti importanti, tra cui quello da Boston del pezzo eponimo del Maestro della predella Sherman, in cui l’autore esprime un linguaggio così affascinante e fiabesco da aver fatto ipotizzare a Pope-Hennessy potesse trattarsi di un maestro senese. Un aspetto ben presente anche nelle arti suntuarie, dalla stupenda croce di Antonio Filarete, al pastorale dall’Opera del Duomo, alla mitria dal Museo di Fiesole o al piviale da Santa Margherita a Montici; similmente nelle miniature dove, sia nei codici sacri sia in quelli profani, il richiamo al modo classico è spesso ricorrente. Da Orsanmichele giungono in  mostra il «San Giovanni Battista» di Ghiberti, il «San Marco» di Donatello e il «San Pietro», statua di cui Bellosi aveva proposto la paternità brunelleschiana. Per la scultura, dal convento delle Oblate di Careggi proviene la Crocifissione in terracotta di Dello Delli, che colpisce per l’espressione del pathos nelle figure dei dolenti.
Ne emerge una visione ben più sfaccettata del primo Rinascimento, dove si confrontano in un serrato dialogo voci diverse, con modelli e riferimenti comuni, pur nella diversa vocazione a intepretarli. Intensamente masaccesca è la predella, che giunge da Melbourne, di Giovanni Toscani; e dello stesso sono le Annunciazioni da Washington e dalla Sacrestia del Laterano, nelle quali si osserva invece il prevalere dei riferimenti a Masaccio e al Beato Angelico.
Il vero boom della mostra è poi la «Battaglia di san Romano» di Paolo Uccello, presentata dopo il restauro. Come appurato da Francesco Caglioti, la committenza non è medicea, ma di Leonardo Bartolini Salimbeni, alla fine degli anni Trenta: ciò rende ragione appunto di quel gusto tardogotico da fronte di cassone o da arazzo ben presente nella «Battaglia» degli Uffizi, carattere che il restauro di Muriel Vervat ha reso ancor più evidente e prezioso. Le armature, perlopiù in foglia d’argento, sono infatti tornate a trasmettere una luminescenza davvero straordinaria. Pur meglio conservata rispetto agli esemplari di Londra e di Parigi, anche la «Battaglia» degli Uffizi ha subito in passato drastiche puliture e numerosi interventi nell’Ottocento. Con il restauro odierno, il fondo oleoso, d’un bruno uniforme, ha lasciato spazio a una visione più chiara e sono emersi particolari di straordinaria suggestione.
© Riproduzione riservata

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • Antonio Veneziano, «Madonna con il Bambino in trono e quattro angeli», Hannover, Niedersachsische Landesgalerie
  • Lorenzo Monaco e Cosimo Rosselli, Adorazione dei Magi, circa 1420-22 tempera su tavola, Galleria degli Uffizi, Firenze

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