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Madrid

Il Mozart della pittura

Si apre al Prado (ma in autunno si trasferirà al Louvre) una mostra sugli anni romani di Raffaello

Raffaello, Bindo Altovitti, olio su tavola, 9,7 x 43,8 cm, ca 1516-1518, Washington, National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection

Madrid. Parlare di «ultimo» Raffaello, come recita il titolo della mostra allestita al Museo del Prado dal 12 giugno al 16 settembre, sembra ironico se lo si intende in termini di età cronologica (infatti Raffaello giunse a Roma a vent’anni e vi rimase fino alla morte, a 37), meno se si riferisce all’incontestabile grandezza dell’artista, non dissimile dall’«ultimo» periodo di Mozart, al quale Raffaello è stato spesso paragonato.
La mostra, frutto della collaborazione con il Prado e il Louvre, dove farà tappa dall’8 ottobre al 14 gennaio 2013 (i due musei possiedono la più grande collezione di opere di Raffaello), presenta 40 dipinti e 30 disegni (dal Louvre) ed è curata dallo storico dell’arte Tom Henry e da Paul Joannides, professore di storia dell’arte all’Università di Cambridge.
La rassegna, che ripercorre cronologicamente la carriera di Raffaello dal suo arrivo a Roma nel 1508 alla sua morte nel 1520, è il perfetto complemento della mostra «Raffaello, da Urbino a Roma» che si tenne alla National Gallery di Londra tra il 2004 e il 2005.
In realtà, «L’ultimo Raffaello» racconta solo metà della storia romana dell’artista: le opere che lo trasformarono da artista di successo ma provinciale in una stella internazionale (gli affreschi in Vaticano, le decorazioni della Farnesina e altre che naturalmente non possono essere spostate) non saranno presenti. Tuttavia, una serie di pale d’altare, piccoli dipinti votivi e ritratti testimoniano la prodigiosa abilità di Raffaello nell’interpretare con creatività le nuove commissioni.
Chiamato a Roma nel 1508 da papa Giulio II per collaborare con altri artisti (tra i quali Sodoma, Peruzzi, Lotto e Perugino, il suo maestro) alla decorazione degli appartamenti papali, nel 1511 fu nominato unico artista incaricato del progetto che lo avrebbe impegnato insieme ai suoi assistenti per il resto della vita. Alla morte di Giulio II il suo incarico fu confermato da Leone X de’ Medici che, insieme ai membri della sua corte umanista, idolatrò il pittore. Raffaello, in precedenza costretto a eseguire pale d’altare, piccole opere votive e ritratti, quasi tutti tempere su tavola, poteva ora lavorare su affreschi di grandi dimensioni. Fondò una bottega articolata per poter stare al passo delle commissioni, impiegando molti dei più grandi artisti della generazione successiva, come Giulio Romano e Giovanni Francesco Penni, le cui opere sono in mostra. Soprattutto, il trasferimento a Roma avvicinò Raffaello alle antichità e all’arte del ritratto in movimento, con un’«ansia da prestazione» per essere all’altezza dei modelli, Leonardo e Michelangelo. Nel 1513 arrivò a ottenere così tante commissioni da doverne rifiutare alcune. Le opere su carta ci ricordano i suoi progetti architettonici (disegni per San Pietro, le cappelle Chigi, Villa Madama) e per le incisioni poi eseguite da Marco Antonio Raimondi. In mostra è presente un unico arazzo ispirato alla «Visione di Ezechiele» (1518), in rappresentanza dei cartoni per la Cappella Sistina (1515-16) e degli arazzi (1517-19).

© Riproduzione riservata

Donald Lee, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • Giulio Romano su disegno di Raffaello, «Sacra Famiglia o La perla», 1518 ca, Madrid, Museo del Prado
  • Raffaello, Ritratto di Baldassare Castiglione. Olio su tavola, 82 x 67 cm. Parigi, Musée du Louvre, Département des Peintures © 2007 Musée du Louvre / Angèle Dequier

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