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Restauro

La Porta del Paradiso sotto vetro

Dopo 12 anni di indagini e 22 di restauro l’8 settembre l'opera di Ghiberti per il Battistero di Santa Maria del Fiore sarà rimontata nel Museo dell’Opera del Duomo

Porta del Paradiso, Battistero di Firenze, formella con Adamo e Eva dopo il restauro, Lorenzo Ghiberti, 1425- 1452, bronzo e oro -© Opera di Santa Maria del Fiore, foto Antonio Quattrone

Firenze. L’8 settembre, giorno della festa dell’Opera di Santa Maria del Fiore, sarà finalmente visibile a restauro concluso la Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti. Un’avventura iniziata con le indagini preliminari nel lontano 1978, a partire dai primi studi avviati da Umberto Baldini.
Come da tempo annunciato, la Porta non tornerà però nel Battistero ma sarà rimontata nel Museo dell’Opera del Duomo in una sala a lei adibita, l’ex cortile trasformato nel 2000 in sala espositiva, dove sono state esposte in questi anni le formelle via via restaurate. Una volta che sarà attuato l’ingrandimento del museo, la Porta sarà spostata in un’altra sala dove sarà possibile vederne anche il retro.
L’opera, che misura in altezza 5,2 metri, sarà racchiusa in una grande teca, un parallelepipedo commissionato dai tecnici dell’Opera del Duomo (che ne ha finanziato la realizzazione) secondo le indicazioni dell’Opificio delle Pietre Dure, dove il prezioso capolavoro ghibertiano è stato curato in questi decenni dai molti mali che lo affliggevano, prima sotto la direzione di Loretta Dolcini poi, dal 1996, di Anna Maria Giusti. «La funzione della teca è quella di assicurare un’umidità costante e piuttosto bassa, il 20%, spiega la Giusti. La novità, rispetto al sistema di conservazione messo a punto in questi anni per le singole formelle, è quella di sostituire l’azoto, più costoso e laborioso per approvvigionamento, con l’aria stessa, ma filtrata dalle polveri e dai gas nocivi: una sperimentazione durata circa un anno all’Opificio verrà ora messa in atto in Museo, monitorando costantemente i valori che non devono subire variazioni».
Dopo 12 anni di indagini e interventi preliminari, nell’aprile del 1990 la porta fu trasferita nottetempo ai laboratori dell’Opificio e sostituita con la copia realizzata dall’Opera del Duomo, grazie ai calchi fatti dal restauratore Bruno Bearzi in occasione dell’intervento del 1946-48, ma non era stato possibile eseguire la doratura a mercurio dell’originale, poiché non consentita a causa dei vapori tossici che sprigiona. Dopo uno stop di circa sei anni, in cui sono stati valutati i diversi possibili metodi di smontaggio dei pannelli, nel 1996 è stato creato un telaio in acciaio molto sottile, da incollare all’esiguo bordo non dorato dei rilievi, e da adeguare ogni volta ogni volta al perimetro del pannello da estrarre; «ma i tempi di estrazione non erano prevedibili, andando da venti giorni a sei mesi», ricorda la Giusti. Giunti al fregio composto di 48 elementi, si prospettava una rimozione ancora ancora più ardua, a causa del perimetro irregolare dei singoli rilievi, con figure aggettanti che impedivano quindi una buona presa sul telaio per l’estrazione. Da lì la volontà di sperimentare un diverso sistema di pulitura rispetto al lavaggio completo con sali di Rochelle (tartrato di potassio) possibile solo con rilievi liberi, ovvero rimossi dalle ante: la tecnologia nel frattempo era progredita, il laser era usato nel campo del restauro dei materiali lapidei, e l’Istituto di Fisica del Cnr Firenze ha messo a punto un laser in grado di operare sui metalli. Questo tipo di laser ha un’emissione molto rapida e potente, in modo che il calore non abbia tempo di diffondersi nel metallo ma si limiti a vaporizzare i depositi.
La fase di rimontaggio dei pannelli riservava però altri passaggi laboriosi. «Infatti, spiega la Giusti, ciò che era uscito con sforzo non rientrava così facilmente, data anche la flessibilità del bronzo: anche la ricollocazione ha richiesto tempi non brevi e una costante e controllata pressione lungo il perimetro dei rilievi da reinserire».
Per gli otto elementi del fregio, riuniti in gruppi di tre+tre+due, è stato messo a punto un altro accorgimento, in vista di una possibile, anche se non prevista, necessità di futura rimozione: un sottile sottofondo in fibra di carbonio. Tra i molti tentativi messi in atto in questi anni, la Giusti segnala anche quello riguardante la possibilità di evitare il vetro di chiusura, per consentire una più libera visione della Porta: «L’idea era quella di creare davanti alla Porta una “barriera d’aria”, grazie a flussi di aria deumidificata emessi da un telaio di contorno alla Porta, in modo da formare un’invisibile barriera meccanica che impedisse all’ossigeno dell’ambiente, veicolo di umidità, di entrare a contatto con i rilievi dorati. Ma ciò che ha funzionato per un singolo pannello di ridotte dimensioni non è per ora riproponibile per l’intera Porta: abbiamo fatto una simulazione in scala reale, verificando che non sempre era possibile evitare la mescolanza con l’aria esterna, e creare una sicura barriera all’ingresso delle polveri, altro elemento da tenere lontano dal capolavoro ghibertiano».
Insomma il vetro, almeno allo stato attuale della tecnologia, è necessario per assicurare il perfetto isolamento della Porta e impedire il degrado causato dalla risalita dei sali, che in presenza di aria più secca cristallizzano sulla superficie del bronzo, andando a creare piccoli ma numerosi fori nella preziosa pellicola dorata. Marco Ciatti, neosoprintendente dell’Opificio, si rallegra degli esiti definendo il restauro «un evento di fondamentale importanza, una sfida mai realizzata prima d’ora per la complessità dell’intervento e per i problemi sollevati dal restauro, che tocca uno dei temi più drammatici della conservazione: quello delle opere all’aperto». Tra poco quindi la Porta, rimasta sdraiata per decenni nei laboratori di via degli Alfani, sarà rimessa in piedi e trasportata nel vicino Museo dell’Opera del Duomo.

© Riproduzione riservata

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • Porta del Paradiso, Battistero di Firenze, particolare della formella con storie di Giuseppe dopo il restauro, Lorenzo Ghiberti, 1425- 1452, bronzo e oro - © Opera di Santa Maria del Fiore, foto Antonio Quattrone
  • Porta del Paradiso, Battistero di Firenze, formella con storie di Noè durante il restauro, Lorenzo Ghiberti, 1425- 1452, bronzo e oro -  © Opera di Santa Maria del Fiore, foto Antonio Quattrone

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