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Dallo «Stato-provvidenza» alla «cittadinanza culturale»

Signor ministro, ha qualcosa da dire?

Spesso ritenuto «latitante» nell’azione del Mibac, Lorenzo Ornaghi indica a «Il Giornale dell’Arte» le priorità realisticamente possibili, come Pompei e alcuni grandi musei, da Brera a Reggio Calabria

Il ministro per i Beni e le Attività culturali Lorenzo Ornaghi

Roma. Lorenzo Ornaghi, 64 anni, è un accademico, professore di Scienza politica, e figura autorevole della cultura cattolica italiana e in particolare lombarda; dal 2002 è rettore della Università Cattolica di Milano, ora in aspettativa dopo la nomina a ministro per i Beni e le Attività culturali il 16 novembre 2011, nel governo dei «tecnici» presieduto da Mario Monti. Anche Ornaghi è un «tecnico», anche se non specificamente della materia dei beni culturali: in questi mesi ha voluto infatti pronunciarsi con grande prudenza e gradualità. Ora parla delle linee generali della sua azione di ministro. «Io sono per l’azione, non la meditazione», avrebbe detto negli scorsi giorni a Cannes, e forse alcuni eventi recenti possono essere letti come l’inizio di una fase più attiva del suo Ministero, dopo quella di ingresso nelle materie di competenza e di realizzazione di iniziative impostate dai suoi predecessori.
Il 24 maggio è intervenuto con grande determinazione, minacciando le dimissioni dall’incarico, contro la decisione di localizzare a Corcolle, nei pressi di Villa Adriana a Tivoli, una discarica di rifiuti: insieme al ministro dell’Ambiente Clini ha vinto su tutta la linea (cfr. p. 2). Dubbi e riserve ha suscitato la sua lenta reazione alle scandalose vicende della Biblioteca dei Girolamini a Napoli, ma poi ha effettivamente revocato da direttore della Biblioteca e suo consulente il presunto responsabile dei furti di preziosi volumi (cfr. p. 10). Il punto più critico e discusso è stata la sua decisione di commissariare il MaXXI: il Ministro ne ha sostenuto la necessità, essendo il museo in perdita, ma in molti denunciano il taglio del 75% dei finanziamenti pubblici e la contraddizione di ciò con le esigenze di rafforzare il prestigio del museo e la sua capacità di attrarre la partecipazione di soggetti privati. 
Certamente, Ornaghi è ministro in tempi particolarmente difficili, i peggiori della crisi economico-finanziaria nel nostro Paese, dopo una lunga storia di sofferenze delle risorse del Ministero (seppur con qualche segnale di inversione di tendenza ottenuto dal ministro Galan).

Signor Ministro, siamo di fronte a molte emergenze.
Le emergenze della cultura sono parti anch’esse di quel tempo dell’emergenza, da cui ci sentiamo attanagliati e talvolta impauriti. Credo (lo dico da studioso delle grandi tendenze, sempre sottese a stagioni di cambiamenti estesi e intensi qual è l’attuale) che ogni azione di governo risulta tanto più efficace e tanto più utile per i cittadini, quanto più contribuisce a chiudere il tempo della pericolosa straordinarietà e ad avviare quello della normalità.
L’emergenza delle risorse finanziarie: realisticamente, che cosa ci si può aspettare?  E come stanno operando le misure adottate per il convolgimento dei privati?
Mi permetto di sottolineare il realisticamente della sua domanda. La recente approvazione degli stanziamenti del Cipe (76 milioni di euro del Fondo per lo sviluppo e la coesione destinati a diversi progetti relativi a Poli museali e altri beni culturali, Ndr; cfr. n. 319, apr. ’12, p. 9) è una prima dimostrazione del concreto impegno del Governo a favore della valorizzazione del nostro patrimonio culturale, pur dentro il ferreo sistema di vincoli imposti dall’attuale situazione economico-finanziaria. La decisione è stata importante poiché ha voluto sottolineare il ruolo dei beni culturali e della cultura quale fattore necessario e non surrogabile ai fini di quel diverso modello di sviluppo che ci attende una volta oltrepassata la crisi. È anche un positivo segnale di incoraggiamento, insieme con quello dei fondi dell’Unione europea per Pompei. Ma è pur vero che lo Stato non può e non deve fare tutto da solo. Occorre agevolare chiunque intenda sostenere la cultura, semplificando al massimo le procedure e favorendo forme mirate ad agevolazione fiscale, come si è incominciato a fare con il decreto «SalvaItalia», che ha previsto significative semplificazioni delle procedure in materia di agevolazioni fiscali e donazioni. In particolare si è introdotta la possibilità di autocertificazione per le erogazioni liberali in favore della cultura. Nell’ambito del cosiddetto «Pacchetto semplificazioni», il Governo ha inoltre approvato le semplificazioni della procedura di ricerca di sponsor per il restauro di beni culturali. Il provvedimento prevede e disciplina due modalità di sponsorizzazione: la sponsorizzazione pura, che si risolve nella mera erogazione del finanziamento, e quella tecnica, nella quale lo sponsor si impegna non solo a erogare un contributo economico, ma anche a curare la realizzazione dell’intervento. Sono primi passi a cui ne dovranno necessariamente seguire altri: quando il quadro economico risulterà meno oscurato dall’emergenza in cui stiamo vivendo, il sistema degli sgravi fiscali andrà sicuramente migliorato. Dobbiamo comunque maturare la consapevolezza che al concetto di «Stato culturale» occorrerà sempre più affiancare quello di «cittadinanza culturale». Il primo è per molti aspetti un’eredità del passato e delle antiche forme di legittimazione del potere politico: lo Stato-provvidenza, riconoscendo doverosamente il valore della cultura, se ne fa pressoché esclusivo promotore e finanziatore. Come ogni pretesa di monopolio anche questa può prestarsi ad abusi o equivoci. La cittadinanza culturale, invece, propone un modello diverso: essa si fonda sulla consapevolezza che la cultura incide sull’effettività e qualità dei diritti di cittadinanza, configurandosi sempre più come un luogo di incontro, identità e integrazione, impegno comune.
L’emergenza risorse umane, in un Ministero impoverito dal lungo blocco delle assunzioni e da una politica di pensionamenti precoci e forzosi: procedono le assunzioni, procederanno ancora? In che tempi saranno completate, e con quali criteri, le nomine del quadro dirigente, in particolare dei soprintendenti?
Non sono problemi risolvibili con la bacchetta magica e neppure in tempi ristretti. Il blocco del turn over, imposto a quasi tutte le amministrazioni statali a partire dall’inizio degli anni Novanta come misura concordata con l’Europa per l’abbattimento del debito pubblico, ha avuto e continua ad avere pesanti ripercussioni anche sul Mibac. L’età media dei dipendenti è ormai attestata attorno ai 55 anni, il mancato ricambio rischia di determinare tra breve un vuoto di competenze e sapere, giacché i funzionari anziani non possono trasmettere le loro esperienze e conoscenze a nuove generazioni di archeologi, bibliotecari, architetti, archivisti e storici dell’arte. La dotazione organica è passata dai 25mila dipendenti del 2001 ai circa 18mila del 2011. Peraltro, una prima importante inversione di tendenza la si è avuta con l’ultima legge di stabilità, dove sono state sbloccate 308 assunzioni tra gli idonei dei concorsi dell’ultimo quadriennio. Ciò sarà replicato nel 2012 e farò in modo che lo sia anche nel 2013, per colmare quel fossato generazionale fra i suoi dipendenti, che è tra gli aspetti di maggiore preoccupazione.
L’organizzazione del Ministero ha subito innumerevoli riforme negli ultimi anni: è ora adeguata alle esigenze? Come funziona il raccordo tra centro e periferia, tra Direzioni generali, regionali, Soprintendenze?
La complessità del Dicastero sta già tutta nella denominazione che lo individua e caratterizza. Abbiamo il dovere di conservare e valorizzare le opere ereditate dal passato; nello stesso tempo, siamo chiamati a trovare forme nuove di condivisione e promozione della cultura, la quale è risorsa (specialmente oggi, nel nostro Paese) per ritrovare entusiasmo e per tornare a progettare il futuro. Non possiamo continuare a pensare che un ineguagliabile patrimonio culturale, quale il nostro, sia governabile attraverso una logica di frammentazione. Al contrario, è quanto mai urgente recuperare una visione unitaria, che permetta di venire incontro a una richiesta di cultura che, negli ultimi anni, si è fatta sempre più insistente, come dimostra l’accresciuta fruizione di musei e mostre. Un segnale da interpretare con intelligenza e, ancora una volta, in chiave innovativa e armonica. Questo Dicastero soffre non meno di altri della segmentazione dei processi decisionali, ed è un aspetto che deve essere risolto, in corrispondenza con i cambiamento in atto nell’organizzazione dei poteri e coerentemente con quanto è richiesto dalla cittadinanza.
In un contesto sempre più federalista, sono adeguate le procedure e gli strumenti di coordinamento e cooperazione con Regioni ed Enti locali? Che cosa si dovrebbe cambiare?
Ritengo che la collaborazione con gli Enti locali sia un elemento di crescente importanza e valore, soprattutto rispetto a quei progetti dove risulta ancora più indispensabile il coinvolgimento del privato sociale e delle realtà locali. Esempi positivi per fortuna non mancano: penso a Venaria Reale o alla Villa Reale di Monza, che sono «consorzi», ma anche al Museo Egizio e in futuro mi auguro anche a Brera, dove invece il modello è quello della fondazione. La strada del coordinamento e della cooperazione richiede un progetto comune per la condivisione di intenti ed energie, capaci di coniugare competenze e responsabilità. Poi si tratta di capire e valutare nel merito delle singole situazioni qual è la strada migliore per garantire una cooperazione efficace. Non esistono soluzioni preconfezionate, valide sempre e comunque.
La questione Arcus: è vero che il Governo sta per proporne lo scioglimento? Quali le valutazioni, quali le eventuali alternative e le prospettive dei relativi finanziamenti: chi e come userà i fondi (fino al 2010 il 3% della spesa per le infrastrutture) assegnati ad Arcus? Tenendo presente che il decreto legge 98/2011 ha affidato alla discrezionalità del Cipe la decisione annuale sulla quota da attribuire ai beni culturali (entro il massimo del 3% e «compatibilmente con gli equilibri della finanza pubblica») si riuscirà a mantenere quella quota?
Anzitutto occorre considerare Arcus per quello che è, ossia uno strumento a servizio della crescita del settore dei beni culturali. Stiamo ragionando con il ministro Passera sul futuro della società e, fatte le opportune valutazioni, si procederà, se sono necessarie, a razionalizzazioni o riorganizzazioni. L’obiettivo sostanziale, ribadisco, è quello di garantire che una parte degli investimenti per le infrastrutture possa continuare a costituire un valido supporto per la cultura, in modo sempre più efficace e adeguato ai tempi. In questo senso, ribadisco, dovrà essere in ogni caso mantenuto l’intento di destinare alla cultura almeno il 3% degli investimenti infrastrutturali.
In sede di dichiarazioni programmatiche aveva manifestato le sue notevoli perplessità sulle dismissioni del patrimonio pubblico.
Il decreto «Semplificazioni», nell’ambito delle procedure di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, contiene un’apposita norma che, in materia di verifica dell’interesse culturale, demanda al Mibac il compito di stipulare accordi e fissare linee guida per accelerare i tempi di tali procedure. Sono convinto che le dismissioni si possano attuare seguendo un criterio preciso, ben ponderato, in grado di garantire un alto livello di tutela del patrimonio contro ogni tipo di rischio.
Qual è la sua posizione su alcuni dei temi più caldi degli ultimi tempi: Pompei, il Colosseo, la disciplina sui restauratori?
Dopo i crolli del novembre 2010 e quelli verificatisi nei mesi successivi, si è dato vita a un piano organico e strutturato per la sicurezza e il rilancio complessivo dell’area di Pompei. È stato avviato un percorso che, grazie anche al lavoro del precedente Governo, ha consentito di siglare con il commissario Ue Johannes Hahn un piano per l’assegnazione di 105 milioni di euro dai fondi di coesione europei per i restauri immediatamente cantierabili e per un piano di interventi di ampio respiro sul sito. Queste risorse saranno dedicate interamente a Pompei e si aggiungeranno ai alle risorse di cui annualmente la Soprintendenza dispone. L’erogazione dei fondi avverrà man mano che procedono le attività di progetto e di realizzazione, nell’arco del quadriennio 2012-15. I primi bandi sono già partiti lo scorso aprile e la loro gestione avverrà con la massima trasparenza e vigilanza sulla legalità, grazie al «Protocollo di legalità» tra Mibac e Ministri degli Interni, per la coesione territoriale, dell’Università e della ricerca, e Autorità di vigilanza sui contratti pubblici. Per le necessità attuali di Pompei, gli organici sono stati rafforzati con l’assunzione di 13 archeologi, 8 architetti e un funzionario amministrativo, reclutati attraverso concorso pubblico svolto negli anni scorsi. Intendo monitorare l’evoluzione della situazione nel corso dei prossimi mesi e vigilerò affinché i cantieri, che apriranno quasi certamente a partire dall’autunno dell’anno prossimo, siano assegnati con procedure trasparenti. Si dovrà procedere per bandi pubblici e dovranno essere adottate procedure di rendicontazione scrupolose, puntuali e impeccabili. Quando questi impegni saranno concreti e il mondo vedrà il lavoro che si sta facendo, sono certo che sarà più facile attirare nuove risorse internazionali. Confido che si possa presto arrivare a un’importante collaborazione pubblico-privata di spessore internazionale per Pompei, anche in collaborazione con l’Unesco. Quanto al Colosseo sono convinto che l’importante progetto avviato con il dottor Della Valle potrà rappresentare un paradigma per una più virtuosa e crescente collaborazione tra lo Stato e le forze del privato sociale. Sul tema dei restauratori è in via di approvazione uno specifico disegno di legge che mira a garantire a queste preziosissime figure una normativa adeguata ai tempi e alla loro indispensabile professionalità.
Il suo progetto di istituire una Giornata della cultura, mobilitando in primo luogo le scuole, avrà un seguito?
Vorrei trovare le iniziative e le modalità più efficaci per coinvolgere sempre più gli studenti nella riscoperta di un patrimonio che appartiene a tutti. Noi dobbiamo educare alla cultura, e questo è un compito soprattutto della scuola, che deve insegnare a ogni studente che è erede di un patrimonio culturale straordinario, e che in prima persona deve amare questo patrimonio, rispettandolo e contribuendo a far sì che esso abbia il maggior valore possibile per ciascun cittadino e per tutta la società. Nel corso della recente Settimana della Cultura abbiamo promosso per il secondo anno consecutivo l’iniziativa «Benvenuti al Museo», un progetto che ha coinvolto 1.650 studenti tra i 16 e i 19 anni, e 150 docenti da più di 65 istituti di tutta Italia. Per nove giorni i ragazzi hanno svolto attività di accoglienza e orientamento per i visitatori italiani e stranieri in circa 50 musei. I giovani hanno avuto così un’occasione di conoscenza e un’esperienza diretta di lavoro e impegno a favore dei beni culturali; soprattutto quei giovani che saranno chiamati a diventare gli operatori culturali del futuro. Ma non ci possiamo accontentare: attraverso il Centro per Servizi educativi del Museo e del territorio del Mibac studieremo altre proposte.
Realisticamente, quali risultati ritiene possibili prima della fine della legislatura?
Vorrei portare a compimento la riforma degli Enti lirici e la legge sullo Spettacolo, proseguire nel lavoro di manutenzione e valorizzazione dei siti di Pompei e di alcuni grandi musei italiani (penso a Brera, in primis, ma anche alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, al Museo di Capodimonte e quello di Reggio Calabria), e fare ulteriori passi avanti nel coinvolgimento delle scuole e dei privati per promuovere la partecipazione a forme di collaborazione ispirate a una sempre più sentita cittadinanza culturale.

© Riproduzione riservata

Marta Romana, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


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