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Istanbul

Non mi basta il libro, mi faccio il museo

Una combinazione tra fiction e realtà: è il Museo dell’innocenza del premio Nobel Orhan Pamuk

Alcune teche del Museo dell'innocenza di Orhan Pamuk

Istanbul (Turchia). Si è inaugurato il 28 aprile, a Istanbul, il primo museo al mondo ispirato a un romanzo: il Museo dell’innocenza, pensato e allestito dallo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel 2006.
Benché sembri un vero museo e vi si respiri l’atmosfera di un museo (per esempio è aperto fino a tardi il venerdì e chiuso il lunedì), e vi si possano acquistare poster e gadget, la domanda che sorge spontanea è se lo sia veramente, o non si tratti piuttosto di un’installazione in continua evoluzione, una forma d’arte che imita l’arte.
La risposta di Pamuk sarebbe che non si tratta di un’istituzione pensata per promuovere il patrimonio di un Paese, quanto di un piccolo museo che cerca di esplorare la complessità della psiche umana, un po’ quel che rappresenta il pianeta Solaris nell’omonimo romanzo di Stanislaw Lem, in cui le personalità vengono trasformate in teche di vetro. È anche un atto di memoria, rivolto al «fascino discreto della borghesia» della capitale turca degli ultimi decenni del Novecento. Ed è sicuramente diverso dal John Soane’s Museum (di cui invece nel libro si parla molto), che è l’eccentrica collezione di un appassionato inserita in un contesto pieno di sorprese architettoniche. Il Museo dell’innocenza, progettato con estrema attenzione a ogni dettaglio, è un unicum che si sviluppa su tre piani lungo i quali sono stati predisposti spazi appositi da cui cogliere l’intera struttura. A metà fra museo vero e proprio e opera d’arte concettuale, nelle parole di Pamuk viene paragonato a un «sommergibile», almeno per quanto ha riguardato la fase progettuale.
Inizialmente il romanzo avrebbe dovuto essere una sorta di catalogo museale di oggetti attraverso cui narrare la storia di un amore ossessivo e infelice (cfr. n. 304, dic. ’10, p. 9), e gli oggetti sarebbero stati quelli che il giovane e ricco Kemal sottrae a Fusun, la commessa che ama. La versione finale del libro è molto diversa da quell’idea e il museo rappresenta un’inversione rispetto al progetto iniziale, con una serie di vetrine, ognuna in forma di natura morta a rappresentare gli 83 capitoli della storia: molti degli oggetti sono in realtà stati collezionati dallo stesso Pamuk nei mercatini della città, mentre altri sono di pura invenzione, come il ritaglio di un giornale con la pubblicità della prima bevanda turca frizzante alla frutta.
Pamuk afferma che il libro e il museo sono indipendenti l’uno dall’altro e che non è necessario aver letto il suo romanzo per apprezzare la collezione: forse non è proprio così, altrimenti quale significato potrebbe avere l’oggetto «n. 1», un orecchino a forma di farfalla, senza sapere che si tratta della prima «conquista» di Kemal? Anche perché, a parte i titoli delle singole teche, non vi sono testi o didascalie che forniscano informazioni, a eccezione di alcune copie del romanzo in diverse lingue sparse qua e là nel museo. «Se si conosce la storia, riconoscere gli oggetti è piacevole, ma poi l’entusiasmo svanisce, per lasciare il posto a qualcosa di più intimo, non il ricordo del libro, ma la nostra reazione al testo» dice Pamuk. L’idea è stata infatti quella di ricreare «un’aura simile» a quella evocata nel libro per ogni oggetto. È il caso, per esempio, della vetrina «n. 68», il cui titolo è «Mozziconi di sigaretta».
Il Museo dell’innocenza è stato paragonato a una favola su un amore compulsivo, simile a Lolita, e la teca 68 presenta, proprio nello stile di Nabokov, i 4.213 resti delle sigarette fumate da Fusun, raccolte da Kemal, fissate su una tavoletta e catalogate da Pamuk. Le sigarette, tutte Samsun, una marca turca ora non più in commercio, sono in realtà state rifatte con del tabacco fumato artificialmente e conservato con un processo chimico; a fianco alcuni monitor riproducono incessantemente l’azione di spegnere una sigaretta, per illustrare «il linguaggio delle dita» di Fusun mentre fumava. Una cura per i dettagli davvero impressionante.
L’apertura del museo avrebbe dovuto coincidere con la pubblicazione del libro anche in Turchia, ma le vicende personali di Pamuk, perseguitato dalla destra ultranazionalista, lo hanno costretto a rivedere i piani, portandolo anche a rifiutare una sovvenzione pubblica (e a rivolgersi a finanziatori privati) quando Istanbul venne eletta Capitale europea della cultura nel 2010. In ogni caso, il premio Nobel ha dichiarato a «Il Giornale dell’Arte» che è fiducioso nelle potenzialità economiche del progetto (gli incassi dei biglietti dovrebbero riuscire a coprire le spese di gestione, ma chi si presenta con una copia del romanzo può entrare gratuitamente) e che non si preoccupa molto per il futuro: un po’ come il fatalista Kemal, incurante del destino che avranno gli oggetti della sua collezione.

© Riproduzione riservata

Andrew Finkel, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • Orhan Pamuk nel suo Museo dell'innocenza
  • Orhan Pamuk

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