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Editoriale

Listini e listifici

Franco Fanelli

Umberto Eco ci ha fatto un libro; ai festival della letteratura, della filosofia o della cima alla genovese non manca mai l’invitato che proponga la sua; una lista, perché è di quella che parliamo, è la sigla di una delle più longeve trasmissioni radiofoniche, «Fahrenheit» di radio3 Rai, che si apre sulle note di «My Favorite Things», e sfiora il mezzo migliaio la lista delle versioni che ne sono state tratte da allora. A una lista mirano le domande delle interviste-telegramma alle celebrità sui settimanali allegati ai quotidiani; l’hanno molto frequentata, in passato, firme ben più illustri dei vari Fabio Volo o Fabio Fazio, da Omero a Borges. È rassicurante come il foglietto che ci si porta in tasca all’Iper, tranquillizzante come l’indice del tomo da 1.200 pagine che lo studente somaro manda a memoria prima dell’esame, consolatoria come l’elenco di oggetti che Robinson Crusoe recupera dalla nave  naufragata.
Eppure se parlate di liste ai curatori di biennali e simili vi guardano come se aveste ruttato durante una lecture al PS1. Ma lo stilare liste è, con tutto il rispetto, la parte sostanziale del loro lavoro. Va detto che sul tema Carolyn Christov-Bakargiev, attuale direttrice di documenta, non è fobica come Catherine David (che l’ha preceduta nel 1997), la quale, quando le si chiedeva qualche anticipazione sugli artisti invitati, rispondeva sibillinamente: «Non sono una soubrette». È che le liste «fanno salotto» e non fingano, sacerdoti e vestali della curatela, che questo non faccia gioco. Se ne parla alle vernici, se ne sussurra nelle Vip Lounge alle fiere, ed è una gara tra chi la sa più lunga o la spara più grossa, come nelle più trash trasmissioni televisive sul calciomercato. Tra l’altro, i citati listofobi non sono poi gli stessi che con la mano destra firmano complicati testi in catalogo e con la sinistra, negli appena tramontati tempi d’oro,  compilavano le top 100 delle varie e quanto prosaiche «Cream» e consimili della premiata ditta Phaidon & Taschen? Certo non possono sbandierare ai quattro venti le loro funzioni listificie come invece, senza nessuna inibizione, fanno i galleristi (i primi della lista) che a Basilea stilano gli elenchi dei colleghi ammessi a officiare la Messe o dei collezionisti da business class e di quelli da interregionale quando consegnano al gatto e la volpe Spiegler & Schönholzer gli orari scaglionati al preview, però non sarebbe neanche il caso di ostentare tanta insofferenza nei confronti di uno dei loro diritti-doveri istituzionali. Forse che Szeemann non fece la sua lista per la sempre citata «When Attitudes Become Form»? E perché, nel ’69, il libro Arte Povera di Celant, escludeva artisti che pure parteciparono alle prime mostre poveriste? E, al contrario, a che cosa si doveva l’inclusione di ripescati e bolliti illustri che, francamente, c’entravano poco o nulla nella «Zeitgeist» di Rosenthal e Joachimides? Caso mai sarebbe interessante raccontare ai non adepti le ragioni, non sempre propriamente scientifiche, della composizione di certe liste, e forse è proprio questo che scatena tanta offesa ritrosia quando si tocca l’argomento. Gli officianti forse non  sanno che il termine «lista», aggettivato «civica», in tempi di antipolitica viene di gran lunga preferito all’esecrato «partito». Il fatto è che la lista della quale loro fanno parte è poco civica e molto veteropartitica.  Anzi, come legge elettorale sono fermi al «porcellum» di Calderoli: non eletti da nessuno, si nominano e si riciclano tra loro. Se non proprio a capo di una biennale, un posticino in una sezione «curatoriale» di qualche fiera o in una fondazioncella salta sempre fuori. Sarà per questo che il loro catalogo appare desolatamente prevedibile se lo si confronta con quello, sfrontato e scoppiettante, declamato da Leporello.
© Riproduzione riservata

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


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