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Musei

Maria Antonella Fusco

Grazie alla multimedialità e con la mostra su Tiepolo l'Istituto Nazionale per la Grafica vuole musealizzarsi

Maria Antonella Fusco, direttrice dell'Istituto Nazionale della Grafica

Roma. Con una serie «calibrata» di mostre a tema e installazioni, l’Istituto Nazionale per la Grafica avvia la musealizzazione della Calcografia, organismo fondato nel 1738 da Clemente XII (nel 1837 l’architetto Giuseppe Valadier, allora direttore della Calcografia Camerale, ne completò la sede da lui progettata), i cui spazi per le mostre temporanee sono stati appena svuotati, restaurati e climatizzati. La direttrice Maria Antonella Fusco vuol trasformarli via via in museo, a partire dalla mostra sul «Tiepolo nero» (fino al 3 giugno; 35 acqueforti di Giambattista, una scelta di stampe del figlio Giandomenico, 12 matrici incise del Museo Correr) che arriva dal Max di Chiasso e si sposterà in estate a Venezia. Ma il tema è complesso per almeno due motivi: la fragilità delle opere (nessun disegno o stampa può essere sottoposto alla luce per più di tre mesi) e la vastità del patrimonio «per il quale non basterebbe il Louvre»: 150mila stampe, 25mila disegni e altrettante matrici.
Dottoressa Fusco, di quali spazi stiamo parlando e che cosa vuol dire «musealizzare» la Calcografia?
Si tratta di due grandi saloni espositivi e una saletta al centro, destinata a video o anche a piccolo atelier, uno spazio funzionale. L’idea è questa: a partire dal «Tiepolo nero» ci diamo almeno un anno di tempo con mostre temporanee a tema, tutte relative al nostro patrimonio e intese come strumento di dialogo con altri operatori del settore. Ho iscritto l’Istituto all’Icom (International Council of Museums), ci tengo ad avere qui un dibattito permanente su cosa significa oggi musealizzare partendo da esperienze dirette. Potremmo allestire con capolavori a rotazione, si fa presto, ma la nostra idea è diversa: presentare permanentemente tutto (e questo si può fare solo con strumenti multimediali) e insieme creare attenzione su alcuni epifenomeni, i taccuini d’artista per esempio. E ancora sposare la divulgazione, che è il Dna di chi si occupa di stampe, e la dimensione anche di nicchia del nostro pubblico.
Partiamo dal Tiepolo nero.
Alla mostra di Chiasso aggiungiamo qualche matrice di Piranesi, che da giovanissimo va a bottega dai Tiepolo, e 10-15 stampe dalle nostre raccolte. Con Chiasso abbiamo già lavorato l’anno scorso su Piranesi, una mostra splendida, testimonianza di quanti frutti può dare una messa in rete, una sinergia tra istituzioni che si occupano di disegni e stampe. E lo dimostrerà anche la mostra successiva, dal 27 settembre, sull’incisore Antonio Suntach, costruita con i Musei Remondini di Bassano dov’è ora. Chiuderemo l’anno con le stampe di traduzione da Orazio Borgianni. Tutto questo è già «museo», sperimentazione con i colleghi di altri istituti che si occupano di grafica, col pubblico, con gli studenti universitari (perché l’impronta didattica è forte). Si tratta di fare un museo di studio e di ricerca per un patrimonio che non può essere esposto permanentemente, ma che non rinunci all’aspetto divulgativo.
Ma che differenza c’è rispetto a uno spazio espositivo temporaneo?
La differenza è che questa serie di tappe cominceranno a inserirsi in una cornice museale, supportata da una multimedialità dedicata all’intero patrimonio. Anche su questo versante tecnologico stiamo sperimentando. Da giugno a settembre, tra Tiepolo e Suntach, ci sarà un’installazione di Studio Azzurro prodotta per il Museo della Mente, «Portatori di Storie», inedita in Italia, un lavoro che va nella direzione che a noi piace: personaggi interattivi che viaggiano su uno schermo e che a richiesta ci raccontano le loro storie. Se il test va bene, forse è quello il sistema, cioè il racconto della nostra istituzione ai suoi vari livelli condotto a unità su un sistema multimediale del genere. Dopodiché certo l’opera ci vuole, le mostre ci saranno sempre, però solo di collezione e in dialogo con le altre raccolte, forse persino con l’Albertina tra un paio d’anni.
E le strutture espositive?
Iniziamo a ragionare anche su questo, ma per ora non vogliamo supporti permanenti. La nostra idea iniziale era di mettere in una sala il disegno nell’altra matrici e stampe, poi siamo tornati sui nostri passi. Intanto stiamo realizzando una serie di video relativi ai singoli momenti della vita dell’Istituto: il restauro, le matrici, il modo di incidere ecc. Nella saletta faremo una sorta di enciclopedia virtuale: stiamo studiando un sistema on demand per il pubblico, e ci sarà un piccolo vano con una postazione per disabilità visive e uditive che ci ha fornito il Ministero delle pari opportunità. L’allestimento vero e proprio, ma parliamo sempre di una rotazione di opere dell’Istituto, è qualcosa sulla quale vogliamo meditare bene.
E a Palazzo Poli?
Palazzo Poli continua la sua duplice calendarizzazione: al piano terra, dove fino al primo maggio c’è Giancarla Frare che ha inaugurato il ciclo «Grafica femminile singolare», mostre più ridotte di dimensioni e per tematica, contemporanea ma non solo. Al primo piano mostre grandi per formato e concezione, come quelle recenti di Pignatelli e Cresci. Desideriamo avere artisti che vengano e producano da noi, in stamperia, che ci sia sempre un coinvolgimento diretto, non mostre che atterrano come delle astronavi, da fuori.
Che cos’è il progetto Piranesi?
È partito l’anno scorso in vista del 2020, per il terzo centenario della sua nascita. Ho costituito un comitato internazionale e chiesto finanziamenti per l’edizione integrale delle sue matrici, che si trovano praticamente tutte da noi e sono più di mille. Il primo dei 10 volumi è uscito l’anno scorso per Mazzotta. Poi vogliamo realizzare delle cartelle di stampe a tiratura limitata tramite le copie galvanoplastiche delle lastre, dato che gli originali non si utilizzano più dagli anni Settanta. Finalmente abbiamo messo a punto una tecnica economica e fedelissima: l’idea è di duplicare tutto Piranesi, ricominciare a stamparlo e a diffonderlo con tanto di filigrana dell’Istituto, timbro a secco, anno di edizione, rendendo impossibile qualsiasi contraffazione.
Vi date al commercio?
Serenita Papaldo, la direttrice dell’Istituto prima di me, è riuscita a ottenere prima di andar via un concorso per tre posti di calcografo, dato che l’ultimo stava per andare in pensione. A questo se ne è aggiunto un quarto. Oggi abbiamo quattro giovani bravissimi e motivatissimi, ma a parte la ricerca e la tecnica della stampa che va tenuta viva, per non ridursi a un museo dei torchi, aprirsi al mondo della vendita online sarà l’altra grande novità. Abbiamo già recepito uno studio di fattibilità, tutto questo poi andrà esternalizzato, ma ne vale la pena.
E il restauro?
È un’altra delle nostre mission. Restaurate le 12 matrici del Tiepolo del Correr, stiamo intervenendo sulle lastre della Reale Stamperia Borbonica di Napoli che sono al Museo Archeologico Nazionale: un progetto che andrà avanti per qualche anno in sinergia con la Direzione regionale. Ne abbiamo già oltre 150 e continuamo ad aggiungere lotti.

© Riproduzione riservata

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 320, maggio 2012


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