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Il Giornale delle Mostre

Torino

Sogni, titoli ed enigmi

32 opere di Mario Davico svelano i segreti di un pittore «nascosto»

«Piccola cavalcata» (1959) di Mario Davico

Torino. Il riordino, in corso, della produzione di Mario Davico (1920-2010), oltre a favorire una più costante apparizione delle sue opere in sedi espositive dopo un lungo periodo di voluta assenza (il pittore torinese centellinò le sue mostre a partire dal 1963, a un anno dall’ultima delle sue sei partecipazioni alla Biennale di Venezia), sta sciogliendo alcuni interrogativi circa datazioni e titolazioni dei suoi dipinti e contribuendo a una più netta definizione della sua personalità. Lo comprova un’antologica presso la Galleria del Ponte, dove sino al 5 maggio sono raccolte 32 opere selezionate da Giuseppe Mantovani. Numerose quelle dall’illustre storia espositiva, a partire da una «Composizione» del 1948, in linea con la coeva temperie cubo-futurista ed esposta alla Biennale di quell’anno, o «Les images qui glissent» (1955), dal quale trae il titolo uno dei testi in catalogo, dedicato appunto ad alcune puntualizzazioni circa l’identificazione dei dipinti di Davico. Si tratta di una tempera apparsa in varie occasioni, dall’edizione del 1955 dei «Pittori d’oggi Francia-Italia» a Torino alla rassegna itinerante (da Melbourne a Hobart) «Arte italiana del XX secolo» del 1958, sino al Premio Michetti dello stesso anno, subendo, da parte dell’autore, alcune «metamorfosi» nel titolo.
La mostra tocca altri periodi, come quello geometrizzante degli anni Cinquanta, quelli dell’«astrazione meccanicistica» (è esposto, tra gli studi preparatori, un prezioso esemplare di piccolo formato), la più lirica produzione di fine anni Cinquanta, comprensiva di alcuni inediti, tra i quali «Piccola cavalcata» del 1959, o un’opera come «Breve sogno» apparsa in passato con datazioni diverse, 1959 e 1964. Dal ’63 Davico inizia una progressiva rarefazione degli elementi compositivi, sino ad approdare alla monocromia degli «Assoluti», in un processo documentato a partire da «Dialogo» del 1960 e «Moto semplice n. 2» del 1961: dopo un breve periodo in cui aveva sperimentato una saturazione della stesura pittorica vicina al Minimalismo, l’artista tornava ai valori della trasparenza dei pigmenti e del loro rapporto con il supporto, guardando a Rothko in chiave fortemente intimista.
© Riproduzione riservata

B.M., da Il Giornale dell'Arte numero 319, aprile 2012


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