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Vernissage

Milano

Fiori d’Acacia

18 artisti italiani sui quali hanno puntato, vincendo, i collezionisti dell’Associazione guidata da Gemma De Angelis Testa: una spinta per il futuro Museo d’arte contemporanea

Gemma De Angelis Testa, presidente di Acacia

Milano. Gli Appartamenti di Riserva di Palazzo Reale, da poco restaurati, sono lo scenario nel quale, dal 12 aprile al 24 giugno, va in scena la mostra «Gli artisti italiani della Collezione Acacia», l’Associazione Amici dell’Arte Contemporanea presieduta da Gemma De Angelis Testa che in soli nove anni, dal 2003, ha saputo formare un’invidiabile raccolta di opere di giovani artisti destinata all’atteso (e auspicato) Museo d’arte contemporanea di Milano. Una trentina le opere in mostra, dal lavoro di Mario Airò, che si aggiudicò la prima edizione del Premio Acacia, a quello di Rosa Barba, vincitrice 2012. Con le loro sono in mostra le opere di Vanessa Beecroft, Gianni Caravaggio, Maurizio Cattelan, Roberto Cuoghi, Lara Favaretto, Francesco Gennari, Sabrina Mezzaqui, Marzia Migliora, Adrian Paci, Paola Pivi, Ettore Spalletti, Grazia Toderi, Luca Trevisani, Marcella Vanzo, Nico Vascellari e Francesco Vezzoli.
Ne parliamo con la presidente (vedova di Armando Testa, il pubblicitario torinese geniale tanto nella sua professione quanto nella sua «lettura» dell’arte contemporanea) che è anche curatrice della mostra (catalogo Silvana Editoriale) con Giorgio Verzotti.
Gemma De Angelis Testa, da chi è formata e con quali finalità è stata istituita l’associazione Acacia?
Siamo un gruppo di collezionisti di arte contemporanea. Sin dall’inizio, fondando Acacia, mi ero posta tre obiettivi condivisi dai soci: aprire un dialogo con le istituzioni in una città che non disponeva (e non dispone) di un museo d’arte contemporanea. Intendevamo andare loro incontro a braccia aperte e questo era il significato dell’opera di Airò «Là ci darem la mano», vincitrice del primo Premio Acacia. Ci siamo riusciti, perché quel dialogo, avviato con Comune e Provincia, continua e cresce anche con la nuova amministrazione civica milanese. Volevamo poi sostenere i giovani artisti italiani: abbiamo organizzato oltre venti mostre, tra le quali la serie delle mostre «Invito», realizzate aprendo le case dei soci perché le loro collezioni diventassero il contesto «interattivo» dei lavori dei giovani artisti italiani che presentavamo. E infine volevamo costituire una collezione per il futuro museo di arte contemporanea della città. Sembrava un’utopia, invece abbiamo formato una raccolta ragguardevole, formata da artisti che hanno spiccato tutti il volo; anche i più giovani, da Lara Favaretto a Rosa Barba, a Nico Vascellari. A tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati abbiamo saputo tener fede. Quanto al «contenitore» del museo, non ci siamo arresi, il dialogo con le Istituzioni continua ma è evidente che la sua fattibilità implica ragioni economiche e di gestione di natura pubblica.
Con quali criteri avete selezionato gli artisti?
In quanto associazione, e a causa della destinazione pubblica delle opere, avevamo una responsabilità maggiore del privato che investe (e rischia) in prima persona. Tutti gli artisti sono stati selezionati con criteri rigorosi e in base a una regia precisa: dovevano essere under 40 e dovevano avere un curriculum di valore, con mostre nazionali e internazionali importanti. E proprio perché si tratta di una forma di «mecenatismo collettivo», in cui abbiamo messo in comune le nostre competenze, risorse e conoscenze, abbiamo potuto compiere queste scelte fortunate.
Le opere provengono tutte dal Premio Acacia?
Molte ma non tutte; alcune sono state acquistate o donate dagli artisti stessi, altre sono in comodato dai nostri soci, come i lavori di Ettore Spalletti, Vanessa Beecroft e Gianni Caravaggio. Non deve stupire la presenza di Spalletti tra tanti giovani: io credo infatti che questo grande artista, trascurato per molto tempo dai media, stia vivendo una sorta di seconda giovinezza creativa.
Come avete armonizzato le opere con il fasto gli Appartamenti di Riserva di Palazzo Reale?
Appena Giorgio Verzotti e io abbiamo visto lo spazio, ne siamo stati sedotti: erano appartamenti privati e dunque erano stati abitati, proprio come le case dei collezionisti. Non solo, ma il confronto con le opere è emozionante. Abbiamo anzi sostituito alcuni lavori da montare su pannellature con altri degli stessi artisti, proprio per lasciare la massima visibilità alle sale.
Un progetto per il futuro?
È un progetto che inseguo dal 2006: la «Cerchia delle fontane»: un percorso di sculture-fontane commissionate ad artisti internazionali che segua la cerchia dei Navigli interrati e che evidenzi il rapporto di Milano con la creatività e con l’acqua.

© Riproduzione riservata

Il reportage completo è pubblicato in «Vernissage», allegato a «Il Giornale dell'Arte» di aprile

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 319, aprile 2012



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