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Vernissage

Milano

Bramantino meneghino e low cost

La crisi ispira una mostra fatta in casa e nata da studi aggiornati. In maggio, al Castello Sforzesco, «il più grande artista lombardo del Rinascimento» che ha stregato gli architetti postmoderni

Giovanni Agosti

È ancora possibile, in tempi di crisi, realizzare una mostra inedita, scientificamente ineccepibile ma anche affascinante per il pubblico e poco costosa? Con Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, curatori con Marco Tanzi della prima mostra del Bramantino (Bartolomeo Suardi, Bergamo 1465 ca - Milano 1530) dal 15 maggio alla fine di settembre al Castello Sforzesco a Milano, abbiamo scorso le immagini delle opere, visto i bozzetti del severo allestimento di Michele De Lucchi e Angelo Micheli, commentato le novità scaturite dagli studi per questa rassegna.
Professor Agosti, come definirebbe una mostra come questa?
È pensata ai tempi della crisi, è vero, ma intende marcare un segno di discontinuità: una manifestazione dai costi limitati, che nasce a ridosso della ricerca e coinvolge i nostri allievi e fa i conti con il più grande artista lombardo del Rinascimento. Bramantino ha stregato il Novecento: basta guardare alle architetture di Aldo Rossi. L’uovo di Colombo (ce lo ha suggerito Antonio Mazzotta) è stato riunire le opere dell’autore presenti in città intorno a un affresco inamovibile: l’«Argo» nella Sala del Tesoro del Castello Sforzesco, sconosciuto agli stessi milanesi poiché si trova nei locali di una biblioteca specialistica come la Trivulziana. Tutti noi abbiamo lavorato gratis per un senso di responsabilità civica, simile a quello che animava la Milano della ricostruzione; abbiamo trovato una solidarietà totale nei funzionari del Comune e nei prestatori e nelle tante persone e istituzioni, come il Piccolo Teatro, coinvolte nella ricerca. Così il Comune, pur tra mille difficoltà, ha potuto nuovamente essere il solo produttore di una mostrasenza intermediari.
Quante e quali opere saranno esposte?
Ci saranno, nella Sala della Balla, i 12 arazzi con i «Mesi», di cui si sono parecchio chiarite le vicende esterne, inclusa un’importante presenza nel 1521 a Fontaneto d’Agogna, disposti secondo la sequenza originaria, da «Marzo» a «Febbraio»: e il nuovo allestimento resterà alla città. E poi i tre quadri dell’Ambrosiana, le due «Madonne» di Brera (non la «Crocifissione», troppo grande e fragile), il «Noli me tangere» del Castello, il «San Sebastiano» della collezione Rasini. E otto disegni, dall’Ambrosiana e dalla Trivulziana: il nucleo più grande al mondo. Tutte opere milanesi, fuorché le due tavole, molto abrase ma ancora forti, con la «Pentecoste» e il «Compianto» da Mezzana di Somma Lombardo, per cui ci sembra convincente la recente ipotesi che si trovassero in Sant’Angelo a Milano, magari insieme alla pala Contini Bonacossi oggi agli Uffizi. Impossibile che dipinti così nascessero per una sede decentrata. Di ogni opera è stata approntata una scheda a due registri, volta a bonificare la bibliografia, ma anche a proporre letture accessibili. Lo sforzo è di arrivare a una nuova comprensione critica dell’artista.
Ma a Milano e in Lombardia sono documentati anche altri quadri del Bramantino.
Certo; per esempio la «Pietà Werner» del Castello, acquisita nel 1985 come autografa ma in realtà (se ne è accorto Gianni Romano, che scriverà una premessa al catalogo) una delle molte copie antiche di un originale perduto: il grande successo del Bramantino, nel Cinque e nel Seicento, ha generato una quantità di copie di diversi soggetti, che ci siamo preoccupati di discernere e, per la prima volta, di censire. Spesso sono state considerate addirittura originali.
Quali sono le novità più significative?
Per esempio: del «Trittico di San Michele» all’Ambrosiana, trittico appunto perché unificato a fine Settecento dal collezionista Giacomo Melzi, abbiamo appurato che si trovava nella chiesa di San Michele in corso di Porta Nuova e non in San Michele alla Chiusa dalle parti di piazza Vetra, come si ripete. Roberto Cara ha scoperto un inventario settecentesco dei documenti della chiesa che riferisce al 1505 la commissione del dipinto: rischia di diventare uno dei pochi punti fermi nella cronologia del Bramantino. L’affresco raffigurante la Madonna con la targa «Soli Deo» a Brera, che si ripete provenire dal Broletto di piazza Mercanti, si trovava invece probabilmente nel palazzo di Sebastiano Ferrero, quello che era stato del Carmagnola e dove adesso c’è il Piccolo Teatro: lì sono stati scoperti affreschi di ambito bramantiniano, tra cui fascinose arpie. L’edificio poco prima era appartenuto brevemente al conte di Ligny, un alto funzionario di Luigi XII, da cui ricevette il feudo di Voghera. Scatta il nesso con il ritrovamento, 15 anni fa, da parte di Maria Teresa Binaghi, degli affreschi del Bramantino nel Castello. Sono questi che ci hanno illuminato sulla sua figura di inventore di cicli decorativi, a capo di una bottega.
Non quindi un genio isolato, come spesso si è sostenuto, ma un imprenditore?
Esattamente, tanto da essere chiamato in Vaticano da Giulio II a decorare quella che diventerà la Stanza di Eliodoro, dove è superstite (come si era accorto Nesselrath) un frammento che gli spetta. Gli affreschi dello Studiolo delle Muse a Voghera, lungamente tenuti segreti, sono una meraviglia. Dovunque ricorrono le imprese del Ligny, personaggio di cui è attestato per via documentaria il rapporto con il Bramantino. E nella sala accanto affiorano brani di paesaggi, di minore qualità, ma probabilmente eseguiti sotto la sua regia.
Come li documenterete in mostra?
Con un filmato di Alessandro Uccelli che darà testimonianza anche della Cappella Trivulzio in San Nazaro a Milano, unica architettura del Bramantino, con la splendida cripta e la contigua Casa dei Canonici, oggi in rovina. Ma che dire delle porte che Giovanni Antonio Oggioni realizza nel 1514 alle spalle della bramantesca Santa Maria presso San Satiro?

© Riproduzione riservata

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 319, aprile 2012



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