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Vernissage

Valentina Moncada

Un libro ripercorre le vicende della «strada degli artisti» dove abitarono Picasso e Fellini: lo ha curato Valentina Moncada, ex gallerista e discendente del marchese Francesco Patrizi che vi costruì i celebri atelier

Valentina Moncada

In un percorso retrospettivo, Valentina Moncada, che dal 1990 al 2011 ha diretto una sua galleria d’arte contemporanea nel cortile al civico 54 di via Margutta, si è messa sulle tracce della propria storia, intrecciata in maniera indissolubile con quella della «strada degli artisti», fino a dedicarle un intero libro, Atelier a via Margutta. Cinque secoli di cultura internazionale a Roma, con i contributi di numerosi specialisti (Edizioni Allemandi & Co. Torino). In via Margutta, il trisnonno della Moncada, Francesco Naro Patrizi Montoro, proveniente da una famiglia senese dell’aristocrazia vaticana, nel 1858 avviò la costruzione di oltre duecento atelier d’artista. Nel cortile al civico 54, negli anni Sessanta c’è lo studio di suo padre, Johnny Moncada, fotografo di moda che lavorava per «Vogue» e altre riviste e che sposò la modella americana Joan Whelan, a Parigi una delle modelle preferite di Hubert de Givenchy. Ma la storia della «via degli artisti», di questa silenziosa strada alle pendici del Pincio in Campo Marzio, come strada degli artisti inizia ben prima, nel ’600, quando vi risiedono i «bamboccianti», i pittori fiamminghi di stanza a Roma. Poi prosegue nelle tappe ripercorse dal libro, incentarte su vucende che si sviluppano tra artisti (vi lavora, nel 1917, anche Picasso, arrivato con Cocteau per preparare le scene del balletto «Parade»), musicisti, mercanti d’arte e scrittori. Via Margutta è anche uno degli sfondi della dolce vita anni Cinquanta, oltre che scenografia per il cinema: Billy Wilder vi gira «Vacanze romane» con Audrey Hepburn e Gregory Peck. Vi hanno abitato ricordare Giulietta Masina e Federico Fellini, Anna Magnani e una schera di artisti come Bistolfi, Cambellotti, Fazzini, Franchina, Mastroianni, Accardi, Novella Parigini, Toti Scialoja e Turcato: vi risiede tuttora Luigi Ontani.
Da bambina, Valentina si divertiva ad assistere ai servizi di suo padre, i cui fondali, talvolta, sono realizzati dagli amici artisti come Gastone Novelli, che per qualche tempo ha l’atelier nello stesso stabile. Poi si sposta a New York, dove studia storia dell’arte contemporanea all’università. Nel 1984, a Manhattan, approda nella galleria di Annina Nosei. Tornata a Roma, il 3 ottobre 1990, in piena Guerra del Golfo, con il mercato ora in fase discendente, apre la galleria con la volontà di portare a Roma artisti di fama internazionale.  Inaugura con i Poirier, prosegue con Tony Cragg, Yayoi Kusama, Chen Zhen alla sua prima personale, Anish Kapoor, Mona Hatoum, James Turrell, Gillian Wearing, italiani emergenti come Airò, Tesi, Marisaldi, Vitone e Lambri.
Valentina Moncada, com’era via Margutta quando aprì la sua galleria nel 1990?
Da tempo non era più un crocevia internazionale, come del resto tutta la città. Quando proposi Tony Cragg, il pubblico si dimostrò talmente ostile verso la sua installazione, che ricostruiva a terra la sagoma di un grande aereo con banalissimi oggetti trovati, che vi gettò sopra mozziconi di sigaretta e cartacce.
La sua attività di gallerista di tendenza come si legava a una strada intrisa di storia?
Nel mio intimo ho sempre immaginato un «cubo vuoto», una sorta di spazio bianco, che l’intervento di un artista, con la sua originale suddivisione dello spazio, rendesse come un caleidoscopio fondato su moduli proporzionali, dentro il quale potevo guardare immagini del mondo sempre diverse. La gestione di questo spazio legata alla scelta di uno o più artisti, che fossero On Kawara o Joseph Kosuth o Rachel Whiteread o Donatella Landi o Ian Davenport, per me si trasformava nel fatidico lancio di dadi della poesia di Mallarmé. Dentro di me questa immagine del «cubo bianco» ha camminato su un doppio binario. Durante la mia infanzia era lo studio fotografico paterno: un teatro che cambiava scena ogni giorno e di tanto in tanto restava vuoto. Più tardi, a New York, mi resi conto che le gallerie erano dei «white cube» e che nel mio avrei potuto invitare gli artisti in cui credevo, capire meglio quelli della mia stessa generazione. Poi questo è diventato anche il luogo dove ho potuto testare, dalla seconda metà degli anni ’90, la qualità di linguaggi che non conoscevo abbastanza, quali il video e la fotografia. Così aprii le porte alla nuova generazione, gli americani come Larry Clark, Gregory Crewdson, Nan Goldin e William Eggleston che esploravano la provincia americana, l’inglese Gillian Wearing che metteva a nudo le contraddizioni della vita nelle metropoli, Araki e Hiromix con le perversioni coltivate nel privato dalla società giapponese. Certe mostre di video, che richiedevano di oscurare la galleria, operavano un rovesciamento del «cubo bianco» in «scatola nera»: ecco che tornavo all’obiettivo fotografico di mio padre...
Quali altri artisti sono stati importanti per lei?
Luigi Ontani. Nel 2009, realizzò il tableau vivant «Mar’Dei guttAVI»: una processione rituale lungo via Margutta con personaggi che concorsero alla fama della strada nel mondo (Poussin, Fortuny, Severini, Fellini ecc.). In questo modo mi spinse a relazionarmi con via Margutta.
Perché il suo trisnonno, così legato al Vaticano, decise di costruire residenze per artisti?
A Palazzo Patrizi ho scoperto il suo studio, ricco di documenti, progetti e disegni, ma anche di ripostigli celati da finti intonaci e finte boiseries: aprendo una porta mi sono trovata faccia a faccia con il mio trisnonno: sul muro ho rinvenuto un autoritratto dipinto a figura intera, con un bastone da passeggio e un cappello e uno sguardo triste ma rivolto diritto davanti a sé. All’interno dell’anta, in basso, una sorta di paesaggio magrittiano finge uno squarcio nella porta che apre così su un mite paesaggio lacustre austriaco e in alto lo stesso luogo inscritto in una mappa, dove il mio trisnonno ha segnato i luoghi in cui trascorse il periodo più felice della sua vita. Nel privato Francesco Patrizi coltivava l’arte della pittura! È lui che ha depositato un potenziale dentro di me, causa di tanta energia costruttiva, ma anche di contraddizioni.
L’anno scorso ha tuttavia chiuso la galleria.
Sì, ho chiuso un anno fa ma per questa occasione, nello spazio della mia galleria e in due spazi adiacenti, presento tre mostre. Il mondo internazionale dell’arte ora è fatto soprattutto di grandi gallerie, multinazionali che promuovono merce di lusso; così ho trovato un’altra «strada» nell’arte: curo eventi in grandi musei internazionali, come la personale di Carlo Gavazzeni «Ricordi» all’Ermitage di San Pietroburgo in occasione dello scambio culturale Italia-Russia, progetti editoriali importanti come questo e la cura di collezioni private. Non volevo lasciare la galleria chiudendo dietro di me la porta in silenzio: il festival che ho organizzato è il mio addio alla strada.
© Riproduzione riservata

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 319, aprile 2012



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