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Vernissage

Saint-Paul-de-Vence

Gori Gori alleluia!

La Fondation Maeght festeggia i trent’anni del primo museo italiano d’arte ambientale, creato nella Fattoria di Celle presso Pistoia dall’imprenditore toscano Giuliano Gori: «E sì che Leo Castelli mi diceva che rovinavo gli artisti...»

Giuliano Gori davanti a un’opera di Sol LeWitt nella Fattoria di Celle, sede della sua collezione di arte ambientale. Foto Carlo Fei

Fino al 10 giugno la Fondation Maeght di Saint-Paul-de-Vence dedica la mostra intitolata «Arcadia in Celle. L’arte per la natura, la natura per l’arte» al collezionista di arte contemporanea Giuliano Gori, che trent’anni fa nel Parco della Fattoria di Celle a Santomato di Pistoia ha dato vita al primo e più significativo esempio di raccolta d’arte ambientale in Italia. Dal 1980 artisti di tutto il mondo sono stati invitati a soggiornare anche per mesi a Celle, scegliendo con Gori il luogo del parco, o gli annessi alla villa, dove avrebbero realizzato la propria opera. Ad oggi il parco conta una quarantina di opere realizzate all’esterno e quasi altrettante all’interno della villa, della fattoria e delle case, senza contare la collezione preesistente di opere che Giuliano ha acquistato fin dagli anni Cinquanta.
Nella mostra di Saint-Paul-de-Vence sono presentate in anteprima anche alcune delle nuove opere permanenti della collezione, che dal 16 giugno saranno visibili a Celle per celebrarne il trentennale: «The Hand, the Creatures, the Singing Garden» di Loris Cecchini, «Venus» di Robert Morris, «Per quelli che volano» di Luigi Mainolfi e «Albero meccanico» di Alessandro Mendini. La Fondation Maeght presterà per questa occasione la grande scultura «L’uomo che cammina» di Alberto Giacometti che sarà collocata di fronte alla chiesa seicentesca. L’entusiasmo e la passione con la quale Gori rievoca i suoi esordi e gli eventi più vicini conquista, perché è la chiave per intendere come, pur conciliando questa passione con un’attività imprenditoriale in tutt’altro settore («delle volte mi chiedo come ho fatto e anche ora dormo pochissimo per trovare il tempo per tutto»), egli sia riuscito a essere l’anima di questi progetti e di altri coevi, come il Parco della Carraia o il padiglione di emodialisi dell’ospedale di Pistoia, realizzato dalla Fondazione Crpt, dove ha coivolto artisti quali Sol LeWitt.
Giuliano Gori, lei ha avuto negli anni numerosi riconoscimenti internazionali al suo operato: come vede oggi questa «celebrazione» a Saint-Paul-de-Vence?
Ne sono molto felice perché mi lega ai Maeght una profonda amicizia: ho trascorso tante vacanze alla Colombe d’or a Saint-Paul-de-Vence e sento il mio percorso molto vicino loro. La Fondation Maeght è stata sempre un punto di riferimento per me.
Lei collezionava già opere da tempo: ma quando ha avuto la prima idea dell’arte ambientale?
Quando ho visitato il Museo di arte catalana di Barcellona, nella primavera del 1961, ho capito di trovarmi di fronte a qualcosa che mi stava sconvolgendo: era un allestimento del tutto diverso da quello dei nostri musei, le opere erano calate nell’ambiente in cui erano state concepite. Da allora ho avuto l’idea fissa di poter ambientare anche io le opere che possedevo e che avrei collezionato. E, per la prima volta, si è fatta sentire anche l’esigenza di tornare alla committenza in anni in cui gli artisti perlopiù producevano opere per mercanti o per istituzioni. Ma mi mancava ancora il luogo in cui realizzare l’idea che avevo in testa. Nell’arte ambientale lo spazio deve essere parte integrante del lavoro, altrimenti è arte ambientata.
E a Celle quando ci è arrivato?
Da anni frequentavo la villa perché apparteneva al grande bibliofilo Tammaro de Marinis ed ero rimasto molto legato alla vedova, donna Clelia, che decise di venderla proprio a me: è stata un’emozione incredibile. Nel parco, realizzato dall’architetto Giovanni Gambini, c’erano già dei manufatti che considero delle vere e proprie opere d’arte: la casa del tè, la piramide, la cappella, la voliera progettata dall’architetto e poeta Bartolomeo Sestini. Nella Pasqua del 1970 portai a Celle la mia famiglia con la previsione di starci pochi giorni, ma non ci spostammo più e tutto quel che avevamo a Prato, compresa la collezione di opere, ci raggiunse nella villa. Ci vollero comunque anni per restaurare gli edifici storici e il parco, al cui recupero ha partecipato anche l’amico Pietro Porcinai.
Come scelse gli artisti?
Prima di realizzare il progetto di arte ambientale a Celle, non avendo modelli di riferimento decisi con il critico Amnon Barzel di verificarne la validità nominando una commissione di esperti qualificati. Tutti espressero un parere positivo, anzi si entusiasmarono all’idea. Il 12 giugno 1982 abbiamo inaugurato con le prime 18 opere di arte ambientale, di cui 10 all’esterno e 8 all’interno, di Alice Aycock, Dani Karavan, Fausto Melotti, Robert Morris, Dennis Oppenheim, Anne e Patrick Poirier, Ulrich Rückriem, Richard Serra, Mauro Staccioli, George Trakas, Nicola De Maria, Luciano Fabro, Mimmo Paladino, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gianni Ruffi, Aldo Spoldi e Gilberto Zorio. E negli anni molti si sono aggiunti. Oggi mi chiedo però come ho potuto fare e sembra un sogno anche per me.
La particolarità di Celle è che gli artisti vi hanno realizzato opere anche molto diverse dalla loro produzione abituale.
Celle è stato ed è tuttora un laboratorio interdisciplinare, e il fatto che gli artisti siano stati qui insieme e si siano confrontati tra loro e con la natura di un luogo così affascinante ha fatto scaturire anche espressioni diverse da quelle conosciute. Penso, ad esempio, a Robert Morris che proprio a Celle ha realizzato quelle cornici che fecero scandalo a Kassel. Oppure a Richard Serra che ha usato per la prima volta la pietra, oppure a Kosuth che ha lavorato en plein air. Una volta si presentò da me, senza farsi annunciare prima, Leo Castelli e mi disse: «Sono venuto a vedere perché mi rovini tutti gli artisti». Poi dopo un giorno a Celle, e una visita alla villa di Poggio a Caiano, esclamò: «Vado via sennò mi sa che tu rovini anche me!».
Ha altri progetti in serbo?
Due sono in fieri, ma non ne vorrei parlare ora. Io sono anche una persona molto paziente. Mi piace l’attesa, lasciare che i tempi maturino lentamente. L’importante è sapere che cosa si vuole, altrimenti è facile perdersi per la strada: quando sento qualcosa che mi scuote vado avanti. Mi sento sempre in bilico ma è questo che mi dà forza.
Ha mai ricevuto dei rifiuti?
Uno solo in trent’anni, nei quali ho lavorato con così tanti artisti. Ma non dirò il nome. Celle è un grande capitale di affetto, di persone che sono state qui, hanno condiviso e mi hanno dato molto. Anche per questo non ho mai voluto che la collezione fosse aperta a pagamento.

© Riproduzione riservata

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 319, aprile 2012



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