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Vernissage

Londra

Il vero squalo è Hirst

Alla Tate Modern la retrospettiva di un artista che per trionfare non ha mai avuto bisogno di esporre nei musei

Damien Hirst sul Vauxhall Bridge di Londra nel maggio del 1998 per il lancio del video della canzone «Vindaloo», inno non ufficiale della nazionale inglese ai Mondiali di Calcio di quell’anno, composta dalla band Fat Les, della quale Hirst è stato uno dei fondatori. Foto Peter MacDiarmid


Londra. Vista la fama di Damien Hirst, è strano che i musei siano stati testimoni di poche tappe fondamentali della sua carriera. Pur avendo preso parte a numerose collettive in musei, la sua unica personale museale prima di quella che gli dedica ora, dal 4 aprile al 9 settembre la Tate Modern, è stata al Museo Archeologico di Napoli nel 2004. Gran parte della rassegna, curata da Ann Gallagher, è dedicata alla produzione dei primi dieci anni di carriera di Hirst, con le scatole dipinte esposte nella mostra «Freeze» (1988), i suoi primi armadietti di medicinali e i lavori che lo portarono all’attenzione internazionale, come «A Thousand Years» (1990) e «The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living» (1991), il celebre squalo in formaldeide. «Uno speciale highlight», secondo la Gallagher è l’installazione «In and Out of Love» (1991), farfalle che si sviluppano dalle pupe per venire attirate sulla vernice appiccicosa delle tele appese alle pareti, dove muoiono.
«La produzione di Hirst è senza dubbio unica, ma utilizza un linguaggio che rende omaggio alla storia recente dell’arte e in senso più ampio all’estetica dell’esposizione propria della cultura occidentale,
afferma la curatrice. Questi rapporti vanno da quelli più specifici, come con Francis Bacon o Jeff Koons, a
più generali collegamenti con la storia dell’arte, come l’uso della vetrina, l’interesse per i materiali preziosi e il suo fascino per il memento mori».
«For the Love of God» (2007), il teschio di diamanti, dovrebbe essere esposto separatamente nella Turbine
Hall della Tate «per ragioni pratiche e logistiche», spiega Gallagher, ma la mostra vera e propria
comprende una sala dedicata a «Beautiful inside My Head Forever», l’asta di Sotheby’s del
2008. Si è trattato del culmine della parabola di Hirst? «Le opere in asta comprendevano versioni o allusioni a serie precedenti di Hirst, quindi si può vedere come un culmine, nel senso che ha riunito aspetti diversi della sua produzione, dichiara la Gallagher, ma è stato importante presentarla come un’unica opera, con leitmotiv ricorrenti come l’uso della foglia d’oro». Gallagher afferma che la mostra «non vuole essere una retrospettiva completa», perciò non appaiono la recente pittura da cavalletto e le opere fotorealiste di metà anni 2000, entrambe stroncate dalla critica: un vantaggio, probabilmente, per Hirst e il pubblico.

© Riproduzione riservata

Ben Luke, da Il Giornale dell'Arte numero 319, aprile 2012


  • Damien Hirst, «A Thousand Years» (1990) © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved. Dacs 2011. Photo by Prudence Cuming Associate

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