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Vernissage

Roma

Lapidee passioni tra marmi, tomi e mattoni

Nel Museo Fondazione Roma, a confronto due straordinarie collezioni private di marmi antichi, una appartenuta a Federico Zeri, l’altra formata dalla costruttrice Paola Santarelli

«Busto di Papa  Paolo V Borghese» di Nicolas Cordier. Foto Giuseppe Schiavinotto

Al Museo Fondazione Roma, nella sede di Palazzo Sciarra, dal 14 aprile al primo luglio, la mostra «Sculture dalle Collezioni Santarelli e Zeri» allinea un centinaio di opere tra statue, busti, frammenti lapidei, bassorilievi dall’antichità al Neoclassicismo, con particolare attenzione alla storia di Roma (catalogo Skira). La maggior parte dei pezzi esposti proviene dalla Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli, presieduta dall’imprenditrice romana (e loro figlia) Paola Santarelli, il resto dalla collezione di sculture di Federico Zeri, scomparso nel 1998, che la destinò all’Accademia Carrara di Bergamo.
L’abbinamento delle due raccolte non è casuale: un cospicuo nucleo di sculture lasciate da Zeri al suo erede universale, il nipote Eugenio Malgeri, è stato dato in comodato ventennale alla Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli, che si è impegnata a catalogarlo e a realizzare un catalogo ragionato. Curata da Andrea G. De Marchi, già curatore scientifico di Palazzo Doria Pamphilj, con la consulenza di Dario Del Bufalo, e organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con Arthemisia Group, la mostra è suddivisa in tre sezioni, una dedicata alla statuaria e a frammenti di una certa grandezza, spaziando dai primi secoli a.C. fino al Neoclassismo, un’altra riunisce sculture di piccole dimensioni, marmi colorati e mattonelle lapidee, l’ultima allinea esempi di ritrattistica. Pur essendo un esperto conoscitore di pittura, Zeri nutriva una passione speciale per la scultura, campo in cui profuse le sue energie in modo molteplice: dall’individuazione di falsi clamorosi, come le teste di Modigliani e il Kouros del Getty, alle scoperte delle prove giovanili di Gian Lorenzo Bernini. Dalla sua donazione di oltre quaranta pezzi all’antica istituzione bergamasca giungono in mostra opere come l’«Andromeda legata alla rupe» di mano di Pietro Bernini, padre del più celebre Gian Lorenzo, il busto di Paolo V Borghese al quale il tardomanierista Nicolas Cordier imprime una forte caratterizzazione psicologica, due piccoli santi scolpiti da Orazio Marinali, forse il più grande scultore veneto del ’600, un «Piccolo cacciatore indiano» e un «Piccolo pescatore indiano» dell’americano Randolph Rogers, attivo tra Roma e New York nel corso dell’Ottocento.
Salita alla ribalta della scena culturale di Roma nel 2010, per avere dato in prestito, con la formula di un comodato decennale, la collezione di glittica della Fondazione Dina ed Ernesta Santarelli ai Musei Capitolini (cfr. box a fianco), Paola Santarelli, che nello stesso anno è stata nominata Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica, nella vita di tutti i giorni, e dall’età di 22 anni (ora ne ha 53), è per molti aspetti una self made woman: ha fondato il Gruppo Santarelli, che ora include circa cinquanta società nell’edilizia privata su scala urbana, da complessi residenziali a centri direzionali e industriali e commerciali. Proveniente da una famiglia d’imprenditori per tradizione, nel 2004, con i fratelli Santa e Toni, ha dato vita alla Fondazione nel Castello della Cecchignola (Roma) che, oltre a curare le collezioni artistiche, una biblioteca aperta agli studiosi e sede dell’Università dei Marmorari di Roma (la più antica corporazione artigiana d’Italia), dà alle stampe pubblicazioni specialistiche, offre borse di studio e si adopera attivamente nel campo umanitario e dell’infanzia. «L’interesse per la scultura lapidea e la glittica nasce dalla passione collezionistica di nostra madre, Ernesta D’Orazio, che a sua volta aveva ereditato dai genitori una raccolta. Tra i pezzi più belli da lei trovati, e ora in mostra, un’ara dedicata a un veterinario (II secolo d.C.), rara non tanto per le sue dimensioni, quanto per le iscrizioni che permettono di individuare il defunto. In seguito con i nostri fratelli decidemmo di ampliare la raccolta, puntando ad ampliare gli orizzonti storico artistici, fedeli a quello che era stato una sorta di testamento morale di mio padre: seguire la propria passione animati da uno spirito di  conoscenza e condividerne i frutti con  la comunità sociale».
Oggi la raccolta conta circa 250 sculture, 1.800 frammenti architettonici di marmi colorati di età imperiale e oltre 600 pezzi di glittica. «La ricerca di nuovi pezzi avviene attraverso le aste di tutto il mondo, ma anche acquisendo interi nuclei di famiglie private, con l’intento di evitarne la dispersione e renderli fruibili. Tra i filoni presenti nella nostra collezione, mi interessa molto la parte della scultura federiciana, che rientra in un arco storico breve ma ricco di fermenti, come dimostra il busto di Federico II, anche questo esposto», aggiunge Paola Santarelli. Tra i pezzi in mostra figurano la sontuosa Testa di Dioniso su busto di Vittoria in marmo bianco e porfido, lo stereometrico busto di Ulpia Felicitas (età tardo repubblicana), Cerere (II-III sec. d.C.), una sulfurea Testa di satiro (I sec. d.C.), una vividissima Lotta di animali in marmo di Chios (II secolo d.C.) e un anticheggiante Putto dormiente di Tommaso Fedele (1640 ca) in porfido. E il progetto della fondazione di riunire in un nuovo museo le proprie collezioni, con il sostegno del Comune capitolino? «Studiosi ed esperti ci hanno dissuaso dal perseguire questo progetto, perché a Roma ci sono già tanti musei, di conseguenza abbiamo deciso di rendere fruibili i nostri tesori collaborando attivamente con loro».

© Riproduzione riservata

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 318, marzo 2012


  • Testa di satiro, I secolo d.C. Foto Giuseppe Schiavinotto
  • Paola Santarelli
  • «Andromeda legata alla rupe» di Pietro Bernini. Foto Giuseppe Schiavinotto
  • Federico Zeri
  • Paola Santarelli
  • Testa di Dioniso su busto di Vittoria. Foto Giuseppe Schiavinotto

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