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Restauro

Opificio delle Pietre Dure

In 3 anni il 70% di restauratori in meno

Marco Ciatti eredita un patrimonio ineguagliabile, invidiato dall’estero ma in via di estinzione. A rischio formazione e ricerca

Marco Ciatti

Firenze. Marco Ciatti precisa che la sua nomina a Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure non è ancora ufficiale, ma la notizia è ormai assodata: succede a Cristina Acidini che aveva assunto la carica di soprintendente ad interim dopo che Isabella Lapi Ballerini era stata nominata soprintendente regionale dei Beni culturali e paesaggistici della Puglia.
Pratese, 57 anni, Ciatti si è laureato a Firenze nel 1977 e dal 1980 è storico dell’arte presso il Ministero per i Beni e le Attività culturali: dal 1981 al 1984 ha lavorato alla Soprintendenza per i Beni artistici e storici di Siena, poi dall’84 presso l’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di restauro di Firenze, dove è stato direttore di vari settori e in particolare di quello dei Dipinti su tela e tavola, nonché direttore associato della Scuola di Alta Formazione per il restauro annessa all’istituto e incaricato dell’insegnamento di Storia delle arti applicate e poi di Storia e teoria del restauro presso la Scuola di Alta Formazione dell’Opd. Da ottobre 2006 a marzo 2008 e da dicembre 2010 a dicembre 2011 ha svolto mansioni di funzionario delegato dal soprintendente ad interim Cristina Acidini.
Ha diretto i recuperi di capolavori di Fra’ Angelico, Fra’ Bartolomeo, Botticelli, Caravaggio, Coppo di Marcovaldo, Cimabue, Gentile da Fabriano, Giovanni Pisano, Giotto, Leonardo, Filippo Lippi, Mantegna, Raffaello, Rosso Fiorentino, Rubens, Verrocchio e Vasari. La sua nomina è particolamente significativa in un momento di crisi dell’Opificio, che vede diminuire il numero dei restauratori prossimi al pensionamento (circa il 70% da qui al 2015) senza che siano previste nuove nomine: un problema grave in quanto ciò significa anche la dispersione di competenze tramandate in questi decenni e che fanno dell’Opificio un punto di riferimento riconosciuto in ambito internazionale.
Dottor Ciatti, come vede la situazione in cui versa l’Opificio, con un organico che si aggira intorno a un centinaio di persone, quando dovrebbe essere di 160?
Per deformazione professionale tendo a guardare al mio orticello, ma so bene che la situazione di crisi non riguarda solo l’Opificio ma tutte le Soprintendenze. Non posso dire che sia segno di un’insensibilità del Ministero, Roberto Cecchi è anzi ben consapevole delle gravi lacune in organico. La causa risiede piuttosto in una scelta politica: da vent’anni si dice che i dipendenti pubblici sono troppi e non si è fatta distinzione tra chi svolge compiti utili per la collettività e chi no.
Qual è il vostro caso?
L’Opificio svolge un lavoro triplice: per prima cosa, con quel che costano i restauri, i nostri restauratori, dipendenti dallo Stato con stipendi in fondo modesti, offrono delle competenze che ci invidiano nel mondo. In secondo luogo, mentre una ditta privata non può dedicare tempo e risorse alla ricerca, questa da noi ha grande rilievo: pensiamo alle indagini diagnostiche lunghe e sofisticate che vengono qui svolte e poi diffuse tramite pubblicazioni o tramite il lavoro di allievi della Scuola di Alta Formazione che poi vanno a lavorare altrove; il terzo punto è proprio quello della formazione, e ricordo che l’Opificio e l’Istituto Centrale del Restauro di Roma non hanno per ora rivali nelle Accademie e nelle Università, che pur si vanno dotando di questo tipo di indirizzo formativo. E questo per un semplice motivo: da noi vi è una straordinaria sinergia tra operatività, ricerca e didattica; gli studenti partecipano alle nostre ricerche e a volte per certi restauri noi progettiamo addirittura degli strumenti nuovi che ci consentano di ottenere quel che desideriamo. Teoria e pratica sono strettamente connesse e la qualità dei nostri allievi è pertanto insuperabile.
Quale scenario si profila?
Il nostro patrimonio si basa su un capitale umano ineguagliabile. In Toscana il restauro ha avuto una linea di continuità dall’Ottocento e il laboratorio, fondato nel 1932 da Ugo Procacci, si è sempre accresciuto fino a oggi, con Umberto Baldini, Giorgio Bonsanti e Cristina Acidini: una linea di continuità e potenziamento che rischia di esaurirsi. La maggior parte dei nostri restauratori sono anziani, entrati dopo il 1966 a seguito dell’urgenza alluvione e non c’è nessuno per sostituirli. Nel settore delle terrecotte a giugno andranno in pensione le uniche due restauratrici. Quattro settori (arazzi, tessuti, oreficeria e mosaico) hanno un unico restauratore in organico. E come storici dell’arte in tutto l’Opificio siamo rimasti in cinque.
Come ovviare a questa situazione?
Cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica e in passato abbiamo così ottenuto borse di studio dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze per il settore mosaici e pietre dure. Oggi una posizione nel settore oreficeria sarà sostenuta dalla Fondazione Roi.
Pensa che la sua nomina sia un segnale di sensibilità da parte del Ministero? Come pensa di muoversi ora?
Credo di sì, o almeno lo spero. Ho anche chiesto appoggio alla Regione e Cristina Scaletti [l’assessore alla Cultura, Ndr] si è mostrata molto disponibile. L’aspetto positivo è che dal 2008 l’Opd ha autonomia amministrativa e contabile e ciò ci permette di incamerare anche finanziamenti da terzi, di stipulare convenzioni e contratti per poterci, seppure in minima parte, autofinanziare. Alla Fondazione Palazzo Strozzi offriamo consulenza per la conservazione delle opere e svolgiamo interventi di manutenzione. Abbiamo stilato anche un accordo con Art Defender, la società fondata da Alvise di Canossa, e poi ricordo il progetto «Panel painting» fatto con il Getty Institute di Los Angeles: consiste nell’accogliere all’Opificio restauratori dei grandi musei di tutto il mondo che abbiano fatto domanda, selezionati da una commissione di cui faccio parte. Abbiamo così ottenuto i fondi per mandare avanti i lavori sulla grande «Ultima cena» di Giorgio Vasari e per mantenere in organico due restauratori del settore materiali lignei.

© Riproduzione riservata

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 318, marzo 2012


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