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Rovereto

Pane e sangue

Al Mart, una retrospettiva su Gina Pane rivela, oltre la complessità delle sue performance, un semisconosciuto talento pittorico

Gina Pane, Terre protégée II- Action in situ, Pinerolo, Italia, 1970. Fotografia all'argento, bianco e nero, tiratura 2004, 102 x 70 cm,  100 x 67,5 cm, Musée d'art contemporain du Val-de-Marne, Photo Faujour Jacques

Rovereto (Trento). Dal 17 marzo all’8 luglio il Mart ripercorre la vicenda di Gina Pane, una delle figure più significative della Body art, con uno sguardo inedito, delineando cioè la complessa rete di relazioni e la coerenza concettuale che legano pratiche lontane dal punto di vista formale. Ne parliamo con Sophie Duplaix, curatrice della mostra «Gina Pane (1939-1990)».
Come nasce il progetto di questa retrospettiva?
In Italia ci sono già state mostre su Gina Pane, ma mai un’indagine così completa. È un tributo a un’artista che pur avendo passato la maggior parte della propria vita in Francia, era di origine italiana, e in ogni caso profondamente legata al vostro Paese. La curatela di questa mostra mi è stata proposta proprio mentre stavo lavorando a una monografia su Gina Pane, e quindi le due cose vanno viste in termini di continuità. Il mio proposito è quello di cambiare il modo in cui è stata recepita l’opera dell’artista, fino ad oggi vista in modo sbilanciato in direzione della Body art.
La mostra include un nucleo di opere poco conosciute della prima fase della sua carriera, i dipinti geometrici e le «Structures affirmées».
Molti aspetti dell’opera di Gina Pane sono ancora sconosciuti. La fase nota come «Structures affirmées» è precedente alla decisione, presa alla fine degli anni Sessanta, di rinnegare la pratica artistica precedente, abbandonare la pittura e immergersi nella natura alla ricerca di una diversa dimensione artistica. Oggi è molto interessante riconsiderare quei lavori, perché sono rivelatori del talento di Gina Pane come colorista. Attraverso tutta la sua carriera si può constatare un uso davvero specifico e professisonale del colore, e questo vale persino per le opere e le azioni degli anni Ottanta.
Qual è l’importanza dell’unica pellicola cinematografica dell’artista, che pure ha voluto in mostra?
«Solitrac» ci dà un’idea molto chiara di quanto Gina Pane fosse curiosa e creativa. Voleva sperimentare diversi tipi di espressività, ed era interessata a tutti i tipi di pratica artistica del suo tempo. Questo film è piuttosto isolato nel complesso della sua opera, ma dimostra il suo molteplice talento: è spettacolare e molto ben fatto. Anche la sua amica Anne Marchand, presente nel film, rivela un talento non comune per la recitazione.
Quale ruolo ebbe la fotografia nella sua produzione?
Per Gina Pane il ruolo del pubblico durante le proprie azioni era importante. L’idea era mettere il pubblico in condizione di poter interagire, così da rendere possibile all’artista lo svolgimento di alcuni gesti particolari, come il sanguinamento, in modo significativo. Lei si rendeva conto che il messaggio che intendeva far passare con questa specifica coreografia sarebbe stato distorto dall’uso del video, quindi andava comunicato usando la fotografia, per raggiungere un pubblico più ampio di quello presente alle performance. La fotografia per Gina Pane rivestiva un ruolo chiave, perché le permetteva di tenere sotto controllo il risultato. Prima delle azioni, si preparava a lungo con il personale addetto alla documentazione fotografica, per riuscire a scegliere le angolazioni giuste da cui scattare; infine, selezionava le immagini, presentandole in una sequenza che ne rivelasse il significato.
Come attraversa la sua opera il tema del sacro?
Fin dagli esordi, nell’opera di Gina Pane si trovano segni del suo profondo coinvolgimento con tematiche sacre e religiose, come ad esempio nella scelta ricorrente della verticalità e dell’orizzontalità come riferimenti all’iconografia della croce. Nelle ultime opere, e in particolare a partire dalla metà degli anni Ottanta, Gina Pane ha cominciato a usare riferimenti religiosi espliciti, che ci mettono in condizione di rileggere retrospettivamente la sua opera. È il caso, ad esempio, di «Action Autoportrait(s)» del 1973, in cui l’artista giace su un letto di metallo sotto al quale sono posizionate delle candele. Se prendiamo in considerazione tematiche religiose sviluppate in seguito, come il martirio di san Lorenzo, arso sulla graticola, il collegamento di quest’opera con le azioni precedenti risulta evidente. Uno dei temi religiosi fondamentali nel lavoro di Gina Pane è quello del dono di sé. Questo è veramente centrale nella sua opera.

© Riproduzione riservata

Daniela Vartolo, da Il Giornale dell'Arte numero 318, marzo 2012


  • Una delle 20 fotografie che compongono «Io Mescolo Tutto», un’azione del 1976 di Gina Pane. 20 fotografie a colori, MAMbo- Museo d'Arte Moderna di Bologna

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