Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Vernissage

Ryan Gander

L’ego dell’artista il tema di un’attesa mostra di Ryan Gander, spiazzante neostar inglese: «Mi spaventa l’assenza di complessità e al visitatore chiedo di impegnarsi. L’arte contemporanea italiana? È molto più avanzata di quella britannica e Boetti è un mio modello»

Ryan Gander

Ryan Gander è fra i più promettenti artisti delle scena inglese degli ultimi anni. Nato a Chester nel 1976, dopo aver studiato arte a Manchester si è specializzato frequentando residenze per artisti a Maastricht e ad Amsterdam, e oggi vive e lavora a Londra. Nel 2006 ha ricevuto il Dena Foundation Art Award per il suo impegno in progetti di forte rilevanza sociale e sensibili alle problematiche riguardanti la natura e il pianeta. La sua produzione comprende film, foto, sculture, libri, installazioni e performance; inoltre è spesso ospite in veste di relatore in scuole d’arte in Europa e scrive regolarmente per periodici d’arte e design. Gander crea opere spesso invisibili, sfuggenti, che raccontano storie difficili da cogliere, come ha fatto alla scorsa Biennale di Venezia esponendo una moneta da 25 euro incollata al pavimento e datata 2036, e un giocattolo di plastica di 10 centimetri in cui lo stesso artista Gander si raffigura mentre cade da una sedia a rotelle. È stato definito un inventore di mostre immaginarie per il misterioso evento che ha saputo creare all’interno di un magazzino di Hoxton, dove ignari spettatori si sono recati alla data stabilita, per assistere ammutoliti e sconcertati al disallestimento di un’esposizione fittizia di artisti mai esistiti. Ama il dialogo e il confronto con altri artisti: ha anche curato diverse esposizioni, come la mostra alla Tate Britain «The way in which it landed. Art Now» nel 2008 e la collettiva inaugurale della sede milanese della Lisson Gallery pochi mesi fa. Nonostante ciò, non ama definirsi un curatore, ma anzi afferma di limitarsi a invitare gli artisti a partecipare alle sue esposizioni, compiendo soltanto degli esperimenti, delle strane mescolanze, in cui le opere, dialogando fra di loro, acquistano maggiore fascino e significati più forti. Lieve e dissacrante, giocoso e polemico, Gander mostra un desiderio costante di lasciare nelle sue opere un significato aperto e incompiuto, in modo che gli spettatori possano svelarne il senso, creando libere associazioni. Per queste ragioni è particolarmente attesa la mostra che presenta alla Fondazione Morra Greco dal 3 marzo al 18 maggio, intitolata «Lost in my own recursive narrative».
Ryan Gander, lei è un artista, un curatore, uno scrittore di libri per bambini, ma credo che possa essere considerato, soprattutto, un narratore di storie. Puo svelarci qual è la trama della sua mostra napoletana?
La storia che scelgo di narrarvi sarà l’avventura che voi stessi vivrete su una roboante scala, e sarà come partecipare a una festa, in cui il dono che ognuno farà sarà la propria interpretazione dell’evento. Mi spaventa l’idea di offrire ai visitatori concetti chiari e di scarsa complessità. Mi aspetto invece un consistente impegno da parte dei miei spettatori cui chiedo di investire il loro tempo. Raccontare la mostra sarebbe ben poca cosa rispetto a viverla personalmente. Posso dire che voglio trattare temi come il romanticismo dell’artista, l’artista come soggetto e l’ego dell’artista. Sarà come guardare in uno specchio multidimensionale, che trasporta il visitatore attraverso lo spazio, il tempo, la prospettiva e il contesto. Questa è la mia visione, ma spero che al visitatore tutto appaia come qualcosa di completamente differente. Mi auguro che quest’esperienza sia per lo spettatore così intrigante da spingerlo a investigare all’interno della sua mente, a superare confini che finora aveva mantenuto inesplorati. La mostra è composta di 7-8 opere. C’è anche un lavoro che ho fatto diversi anni fa: un film in cui si ripete in continuazione la scena di un uomo che cammina su un ponte, in cui ogni passeggiata è interpretata da un personaggio diverso. Ci sono poi lavori totalmente nuovi, concepiti appositamente per quest’esposizione, fra cui una scultura in marmo che riproduce mia figlia di due anni con un lenzuolo sulla testa, così da assumere le sembianze di un fantasma.
La sua opera è fitta di citazioni da artisti del passato. Ha avuto un diverso approccio verso le sue opere, considerando che vengono esposte in uno spazio che si trova nel centro storico di Napoli?
Ogni cosa rappresenta per me una fonte d’ispirazione, o può essere considerata come un riferimento: l’uniforme di un dipendente del McDonald’s, il movimento di un balletto, la fibbia di un orologio di lusso, il nome di un colore... Ogni cosa diventa per me materia e soggetto. Io penso in termini di contesto, poiché le cose concettualmente entrano in collisione in modo interessante quando sono al di fuori del loro contesto abituale, quando il luogo e il soggetto si uniscono creando situazioni goffe e totalmente prive di grazia. Ciò avviene quando alziamo la testa e osserviamo e riflettiamo sulle cose, quando ciò che noi incontriamo è al di fuori del suo contesto. Sebbene io sia stato ispirato da tanta arte italiana, i miei lavori esposti a Napoli non presentano riferimenti espliciti alla vostra produzione artistica. È presente un collegamento con l’Italia, ma è piuttosto libero. C’è una proiezione che è allo stesso tempo una celebrazione e una decostruzione di «Blow Up», il film di Michelangelo Antonioni, che serve a riesaminare la relazione fra la donna nuda e l’ego dell’artista.
Che cosa pensa della situazione attuale dell’arte contemporanea in Italia?
Io ho una sorta di invidia nei confronti dell’arte italiana. Per invidia intendo un’emozione positiva, che mi cambia e mi spinge in avanti, stimolandomi verso la competizione. Rispetto alla scena artistica britannica, ho sempre considerato quella italiana più avanzata, dotata di maggior rigore concettuale e integrità, e meno soggetta al circo dei media. Io ho esposto molte volte in Italia e sento una profonda affinità con la pratica artistica che c’è qui. Ad esempio, l’artista dal quale probabilmente ancora imparo è Boetti. Tra i giovani ammiro molto Santo Tolone: penso che le sue opere mi spingano a tornare di corsa nel mio studio e mettermi a lavorare a qualcosa di nuovo.

© Riproduzione riservata

Il reportage completo è pubblicato nel «Vernissage» di marzo, in edicola

Isabella Santangelo, da Il Giornale dell'Arte numero 318, marzo 2012


Ricerca


GDA giugno 2019

Vernissage giugno 2019

Il Giornale delle Mostre online giugno 2019

Guida alla Biennale di Venezia maggio 2019

Vedere a ...
Vedere in Friuli giugno 2019

Vedere a Venezia maggio 2019

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012