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Il Giornale delle Mostre

Winterthur

I segreti di Diane

Antologica della Arbus, poetessa del deforme e del grottesco

Diane Arbus, «Ragazza col sigaro in Washington Square Park, N.Y.C. 1965». © The Estate of Diane Arbus

Winterthur (Svizzera). La paura e New York: qui attinge tutta l’opera di Diane Arbus. La paura di rivolgere lo sguardo verso un’umanità ripugnante e spaventosa. Ma anche la paura di non arrivare dietro la pelle dei suoi soggetti, di restare per sempre in superficie ad accontentarsi di uno sguardo senza frizione, che raccoglie quello che si vede senza sforzo. E poi la paura della propria normalità rispetto all’anomalia che l’attrae come un destino. Tanto che a a partire dagli anni Sessanta, dopo aver voltato le spalle al benessere della famiglia ebreo-newyorkese in cui era nata nel 1923 e al mondo patinato dei suoi esordi nella moda, dovuti al marito Allan Arbus, quello che fissa nelle sue immagini sono gli emarginati, i deformi, i dementi, gli scherzi di una natura terribile, perché «è quello che non ho mai visto che riconosco», come scriverà per «Artforum» nel 1971, anno del suo suicidio. Inaugura il 3 marzo al Fotomuseum di Winterthur (fino al 5 maggio), qui alla sua seconda tappa, la mostra organizzata dallo Jeu de Paume in collaborazione con l’Estate Diane Arbus, e con lo stesso museo svizzero. Per il catalogo Schirmer-Mosel ha ripubblicato Diane Arbus: an Aperture Monograph, il libro di Aperture uscito nel 1972. Sono presentate oltre duecento opere dell’artista americana: oltre ai suoi capolavori più noti, anche fotografie mai esposte prima e alcuni esempi dei suoi lavori iniziali, dove già si intuisce una sensibilità straordinaria nello studio dei volti e della gestualità, come degli ambienti. Una sensibilità che, affinata dalla lezione di Lisette Model, si fa strada ritagliandosi spazi sempre più ampi dentro le zone d’ombra di un’umanità minore che lei va a scovare nei circhi ambulanti, nei peep-show, nei teatrini malfamati, al museo dei mostri Hubert a Broadway e nei locali di cui era disseminata la Quarantaduesima strada. Che si infili nei bar, nei salotti, nei camerini o che vaghi per Central Park e Coney Island, quello che riporta è sempre lo spettacolo impietoso del difetto, del grottesco, dell’inguardabile. Spia e riprende i freaks che corteggia con ossessiva dedizione, quasi partecipe della loro fisicità ripugnante. In queste pieghe la Arbus cerca il riflesso del male, di una colpa innata e traumatica che diventa inseparabile compagna di vita. Per lei le fotografie «sono la prova che qualcosa era là e non c’è più. Come una macchia. E la loro immobilità è impressionante. Puoi girarti altrove ma quando torni indietro, saranno ancora lì a guardarti». Come la ragazza col sigaro in Washington Square, la madre che offre al flash il proprio bimbo in lacrime, la donna con la veletta in Fifth Avenue, le infernali gemelline, e come i suoi mostri, il nano, il ragazzo foca, l’uomo senza un braccio, i travestiti, il gigante ebreo, Alberto-Alberta metà uomo metà donna. Nella sua fissazione per i rifiutati c’è anche il bisogno di capire lo scopo della sofferenza umana, domanda alla quale l’obiettivo non può rispondere perché «una fotografia è un segreto che riguarda un segreto. Più ti racconta e meno ne sai».
© Riproduzione riservata

C.Co., da Il Giornale dell'Arte numero 318, marzo 2012


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