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Vernissage

Fabrizio Russo

«Sull’Iva la battaglia è sacrosanta, ma per battere la crisi si potrebbero attuare anche altre strategie, dalle fiere associative alle aste riservate ai galleristi»: parola di Fabrizio Russo, discendente di una dinastia di mercanti attivi da quattro generazioni

Fabrizio Russo

«La galleria nasce nel 1897 in via del Babuino, fondata da Pasquale Addeo. Venne a Roma da Marigliano, in provincia di Napoli, per studiare da notaio, come da tradizione di famiglia, ma s’innamorò dell’arte. Iniziò come antiquario, poiché l’800 lo si frequentava quasi per hobby e l’arte moderna non aveva mercato». Comincia così, racconta Fabrizio Russo, la storia di una delle più attive gallerie italiane, che oggi, nella sua sede principale di via Alibert a Roma e in quella di via dell’Orso a Milano, spazia dall’800 alle avanguardie storiche, dal Novecento classico ad alcuni artisti contemporanei. A Pasquale Addeo si affianca poi suo genero Franco Russo, nonno dell’attuale titolare, con i fratelli Ettore e Antonio: insieme aprono la galleria La Barcaccia in piazza di Spagna («Erano bravissimi: il primo contratto che firmarono fu con Giorgio de Chirico, nel 1948, con il quale si assicuravano un rapporto di esclusiva nazionale che durerà fino al 1968-69. Morandi, Sironi, Carrà e De Pisis sono tra gli altri artisti trattati»). Ma nel 1960, di ritorno da un viaggio di lavoro a Londra, Franco Russo muore improvvisamente. In galleria gli succede il figlio Salvatore («un ingegnere nucleare che non capiva assolutamente nulla di arte e che si trovò di colpo catapultato in questo mondo», ricorda Fabrizio Russo). Affiancato dagli zii Ettore e Antonio Russo, aprì in seguito la galleria dello Scalino in via Capo le Case e altre sedi nei centri termali allora alla moda, come Salsomaggiore e Abano Terme, e a Milano Marittima. Nel 1984 inaugurò l’attuale in via Alibert, a due passi da piazza di Spagna e a quel punto entra in scena il figlio Fabrizio, un ventenne che pensava soltanto a divertirsi e «a correre dietro alle ragazze. Proprio per questo motivo mio padre mi mise a bottega».
Che cosa ha imparato da suo padre?
Innanzitutto la capacità di leggere i quadri in una chiave moderna e contemporanea, non antica. Una frazione di secondo deve bastare per capire se un quadro regge e reggerà nel tempo. Lo stesso dicasi, ma qui è sempre necessario un esame più approfondito, se il quadro è autentico o meno.
A proposito di autenticità, è noto il suo scetticismo nei confronti degli archivi degli artisti e dei loro eredi.
Il mio non è scetticismo, anzi. Penso che l’autentica rilasciata da un archivio stia all’opera d’arte come una misura catastale sta al rogito immobiliare. Quindi sono determinanti per proteggere e tutelare il mercato. Dico però anche che gli archivi oggi, per una necessità di grande trasparenza, dovrebbero essere regolamentati da una normativa che preveda una pubblicazione periodica delle opere che hanno autenticato. Se di un artista morto 50 anni fa e del quale è già uscito un catalogo generale, in un anno saltano fuori 5, 7 o 10 inediti, questo è un numero normale, direi «fisiologico». Non lo è più se invece di inediti in un anno se ne scoprono 150. Attraverso una pubblicazione ufficiale periodica questo verrebbe evidenziato e si potrebbe bloccare a monte il problema, perché esistono tanti archivi per bene e altri che lo sono un po’ meno. Infine i Ministeri dei Beni Culturali e del Tesoro riuscirebbero a monitorare le opere in circolazione con la conseguente emersione del mercato nero. Le faccio un altro esempio. Nel 1985 vendevo un quadro di De Pisis, lo accompagnavo con l’autentica di Demetrio Bonuglia, perché allora era pressoché l’unico studioso di quel pittore.
Ma non era Giuliano Briganti?
Se esaminiamo i cataloghi d’asta, su 100 autentiche 98 erano di Bonuglia. Comunque nel marzo 1987 Bonuglia muore e Briganti prende in mano la situazione. Allora l’autentica di Bonuglia non vale più, e devi andare da Briganti a fartela rinnovare. Poi Briganti passa il testimone  a Claudia Gianferrari e allora è necessaria una nuova conferma ecc. Nel momento in cui invece ci fosse un’obbligatorietà da parte degli archivi a dare periodicamente alle stampe il risultato del loro lavoro, il futuro esperto che dopo una decina o una ventina d’anni prende in mano la situazione non potrebbe a quel punto opporsi a quanto era stato deciso vent’anni prima: ne avrebbe dovuto parlare subito. Noi galleristi, oltre ai collezionisti, saremmo molto più tutelati.
L’Associazione Nazionale delle gallerie si è molto rafforzata in questi anni, in virtù della sua attività su versanti critici quali l’Iva, il droit de suite, le stesse autentiche. Qual è il suo punto di vista, anche in proiezione futura, considerata la prossima scadenza del mandato del presidente Massimo Di Carlo?
A mio avviso il presidente uscente ha lavorato molto bene. L’unica osservazione che mi permetto di fare è che in futuro l’Associazione dovrà demandare molti compiti, cioè non dovrà essere così piramidale, ma dovranno essere incaricati tutti i consigli nazionali ad avere più compiti e progetti.
Ad esempio?
A incominciare da fiere associative. È molto complesso continuare ad andare avanti per noi operatori di mercato, che siamo in profondissima crisi, sostenendo spese gigantesche quando invece queste potrebbero essere estremamente ridotte con prezzi politici. Perché, inoltre, non organizzare aste curate dall’Associazione Nazionale, vendite aperte a tutti ma nelle quali i diritti alla vendita non vengano pagati dagli associati? Intanto sta partendo questo nuovo sito dell’Associazione, dove ci sarà un’area riservata agli associati per poter fare scambi di opere. Saranno più che mai indispensabili le sinergie, perché nei momenti di difficoltà se non ci si unisce si muore.
È così grave la situazione?
Se per una disgraziata ipotesi dovesse chiudere il 50% delle gallerie italiane (e non vado molto lontano con i numeri, mi creda), il problema non riguarderebbe soltanto gli operatori di mercato, ma tutto il mondo che gira loro intorno, cioè fornitori, pittori, critici, storici. Prima di ricreare una rete sufficientemente rappresentativa del nostro tessuto ci vorrebbero vent’ anni e noi fra cinquant’anni avremmo un buco di un ventennio nella pittura contemporanea italiana.
Si sta candidando alla successione di Di Carlo?
No. Posso dare l’anima per l’Associazione su Roma, ma non avrei assolutamente tempo per la presidenza. Ma chiunque sarà il prossimo presidente dovremo confrontarci sul programma prima del voto. In questo momento l’Associazione è molto fragile, e non perché ha lavorato male, anzi. Lo è per il momento che stiamo vivendo: il 95% delle gallerie è in crisi e tra l’altro sono aziende fondamentalmente a carattere familiare.
Lei lavora anche con artisti viventi. Non dico «contemporanei» perché è una definizione che riguarda autori riconosciuti da un preciso circuito galleristico e curatoriale e i suoi artisti non lo sono. Questa esclusione la fa soffrire?
Al passaggio del secolo mi sono detto che se avessimo continuato esclusivamente con il mercato del ’900 a breve sarei diventato un antiquario a tutti gli effetti. Quindi con grande timidezza e in punta di piedi ho cercato di trovare qualcosa che innanzitutto mi piacesse e poi mi confermasse il lavoro fatto fino ad allora. Ecco perché privilegio la pittura. Al resto, ai video, alle installazioni proprio non ci arrivo né capisco certe opere. Tra l’altro, mi pare si somiglino tutte, fatte come sono di provocazioni vecchie e autoreferenziali: basta vedere un De Dominicis degli anni ’70 e si vede parecchio di quanto viene fatto oggi. Video e fotografie, inoltre, hanno un secondo aspetto che francamente mi rende perplesso.
Cioè?
La conservazione. Io mi sono sempre chiesto come saranno tra vent’anni certi rapporti cromatici di una fotografia e come si potrebbe recuperarli. Lo stesso vale per i video, e ne ho visti di bellissimi, come quelli di Bill Viola. Così vado avanti per la mia strada e con piacere devo rilevare che alla Biennale di Venezia sta tornando la pittura, così com’è tornata ad ArteFiera e come sta tornando all’Armory Show a New York.
Quali sono i maggiori problemi del mercato di arte moderna?
Innanzitutto è in corso una revisione talebana e integralista di tutto il ’900 che privilegia esclusivamente i grandi protagonisti e tende a escludere inesorabilmente coloro i quali non hanno avuto questa importanza. Tutto ciò miete vittime assolutamente innocenti. Prenda la Scuola Romana: con la scomparsa di Maurizio Fagiolo dell’Arco ha perso un autorevole sostenitore. Così oggi un bel quadro di Mafai degli anni Quaranta lo si paga 25-30mila euro, contro i 90mila di sette-otto anni fa. Potremmo fare lo stesso discorso per Trombadori, Amerigo Bartoli, Giovanni Stradone e Francalancia.
Chi sono i talebani?
Siamo alla mercè delle case d’asta. Le loro scelte, che sono essenziali per il mercato, ci condizionano esageratamente: tradotto, gli artisti che oltrepassano i confini nazionali per andare nelle famosissime e blasonate italian sales reggono, gli altri no.
Qual è stato un errore commesso dai suoi predecessori?
Loro sono stati una potenza dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, ma non hanno capito che bisognava selezionare la proposta. Così hanno unito artisti come De Chirico, Cagli, Guttuso o Gentilini ad altri che non erano a quel livello.
Qual è invece l’errore da cui devono guardarsi i collezionisti?
Acquistare senza prima informarsi. Oggi internet offre straordinarie possibilità di mettersi al riparo da tante sorprese. Il collezionista deve pretendere i documenti necessari per la chiusura corretta di una compravendita e sapere che gli operatori di mercato sono obbligati per legge a timbrare e firmare tutte le opere che escono dalla galleria e a garantirle con l’autentica di un archivio ufficiale. Raccomando anche di non comprare seguendo le mode ma opere che piacciono e che ci si sente di voler tenere in casa per almeno dieci anni; di diffidare dal mercato fatto dai privati e dei mercanti travestiti da mecenati. Credo infine che un gravissimo errore sia il considerare il collezionismo in termini di pura economia. Sa, quando sento parlare di fondi di investimento a me viene da ridere.

© Riproduzione riservata
Il reportage completo è pubblicato nel «Vernissage» di marzo 2012, in edicola

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 318, marzo 2012


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