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Editoriale

Cartongesso e robot

Franco Fanelli

Forse è esagerato definirla rivoluzione copernicana, ma l’idea venuta a un gallerista bolognese è paragonabile all’uovo di Colombo.
Giuseppe Lufrano, titolare della Otto Gallery, per ovviare alla sua dissidenza da Artefiera, nei giorni della kermesse di piazza della Costituzione ha ribaltato la vecchia formula del salatino & bianchetto, coppia da vernissage serale, con quella mattutina del cappuccino & cornetto: le sue prime colazioni in galleria hanno riportato pubblico e vendite, dimostrando che il negozio in centro può a volte tener testa all’ipermercato, all’insegna di quel rapporto diretto tra venditore e cliente fatto di confidenza, fiducia, qualche chiacchierata e buoni consigli, sul quale per oltre un secolo si è retta non solo l’attività delle gallerie private, ma anche, da tempi ben più remoti, quella del salumiere e del libraio all’angolo.
A Torino, invece, un collega di Lufrano, Guido Costa, dice che è il momento di inventare alternative al tran tran che, alla lunga, da soporifero può diventare mortifero. Così annuncia la prossima apertura di una «galleria telecomandata» a Napoli: un «drone» in forma di vetrina sulla strada che, tramite l’uso dei codici a barre, offrirà anche visite virtuali alla mostra di turno. Robe da Matrix, insomma. Da una parte la rivalutazione della dimensione casereccia della galleria, dall’altra la sua virtualizzazione, il fattore bar contro il codice a barre, il menu alla bolognese contro il gusto tecnologico delle generazioni che verranno. Non si sa se il futuro sarà davvero interamente dominato dall’ipertecnologia e dall’immaterialità aborrita, fra gli ultimi, dallo scrittore Jonathan Franzen, nemico dichiarato dell’e-book, o se la fiera online spazzerà via gli stand in carne e ossa, anzi in cartongesso e sudore, e se un ologramma sostituirà il gallerista. Al momento, stando ai risultati (cfr. l’articolo in questa pagina), Vip, la fiera online, sotto il profilo delle vendite deve ancora decollare, ma intanto sbandiera 150mila accessi:  certo è che gli organizzatori ci credono, forti anche della popolarità raggiunta, e annunciano imminenti espansioni.
Ma la partita non si giocherà tanto sul braccio di ferro tra realtà e virtualità, quanto su due versanti sempre più connessi. Da un lato quello del collezionismo, ambito elitario per definizione, per il quale la Vip Art Fair potrebbe sostituire l’acquisto per telefono. È un settore che di suo, sempre più spesso ad alti livelli, opera per via indiretta, tramite consulenti e per il quale la visione reale dell’opera non ha l’importanza che invece riveste per l’altro versante, quello del pubblico, che intasa e intralcia gli stand e le trattative alle fiere, ma che contribuisce a tenere in piedi quelle e le biennali. Il problema è che, al contrario, in galleria da qualche anno non ci mette piede.
Se per recuperare l’audience (non importa se a colpi di spremute o di robot, perché anche l’iniziativa di Costa, come lui stesso spiega in questo numero di «Vernissage», va a caccia di  spettatori altrimenti non raggiungibili) i galleristi più avveduti si battono quasi quanto per calmierare l’Iva, è perché sanno bene che l’industria dell’arte, un indotto assai più diramato, complesso e delicato rispetto al mercato di trent’anni fa, oggi non potrebbe reggersi senza i grandi numeri e senza il consenso del pubblico che finanzia costose vetrine internazionali (biennali, musei e fondazioni), così come la moda più estrema e importabile non potrebbe esistere senza il desiderio, ancorché frustrato, della casalinga cassintegrata taglia 48. Per i galleristi, rinunciare alla predetta casalinga vorrebbe dire perdere vetrina e lavoro.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 318, marzo 2012


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