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Per il Crocifisso attribuito a Michelangelo la Corte dei Conti cita in giudizio i responsabili dell'acquisto

Il Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo

Roma. Si sono riaperte le polemiche che hanno portato il Ministero per i Beni e le Attività culturali ad acquistare, nel 2008 per 3,2 milioni di euro dall’antiquario torinese Giancarlo Gallino (nel frattempo scomparso), una scultura raffigurante Cristo crocifisso attribuita a Michelangelo Buonarroti.
La Procura della Corte dei Conti ha citato in giudizio per danno erariale i vertici del Mibac allora responsabili dell’acquisto dell’opera (in legno di tiglio, è alta 41,3 centimetri) che sarebbe stata realizzata dal grande scultore intorno al 1495: l’ex direttore generale del ministero, oggi sottosegretario «tecnico» nel gabinetto Monti, Roberto Cecchi, la soprintendente del Polo museale fiorentino Cristina Acidini e quattro funzionari del dicastero. Secondo la Corte l’opera pagata oltre tre milioni di euro (è destinata al Bargello di Firenze, ma dopo le esposizioni al Museo Horne, a Montecitorio e all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, ora non è visibile) ne vale «al massimo 700mila».
Ci furono indagini anche in passato compiute dai Carabinieri del Tpc che cercarono presso i vecchi proprietari una certificazione di autenticità che però non è mai emersa e per questo il «Michelangelo» viene solo «attribuito». Da lì la cifra di 700mila euro di cui parla ora la Corte dei Conti, anche se le precedenti indagini vennero archiviate dalla Procura ritenendo «valido il decreto che attribuisce un valore artistico all’opera».
Dunque non si tratta di un falso, anche se i magistrati contabili ora stabiliscono la cifra massima molto diversa da quella effettivamente spesa dal Mibac. Dopo l’acquisto uscì un articolo sul «New York Times» che metteva in dubbio la bontà dell’operazione visto che la costosa scultura (anche se il prezzo iniziale di vendita era di 18 milioni e i funzionari Mibac riuscirono ad abbassare notevolmente le «pretese» dei privati) è attribuita «solo» su base stilistica da alcuni storici dell’arte come Cristina Acidini, Antonio Paolucci direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro e soprintendente, Giorgio Bonsanti, Timothy Verdon, Umberto Baldini e Luciano Bellosi (scomparsi), Vittorio Sgarbi e Giancarlo Gentilini, spesso consultato anche dallo stesso Gallino come da numerosi altri antiquari e collezionisti. Molti anche gli esperti contrari: Paola Barocchi, Stella Rudolph, Mina Gregori. «Dimostreremo di avere agito solo nell’interesse pubblico, spiega il sottosegretario Cecchi al "Corriere della Sera", con la massima correttezza di procedure. Non è che al mattino un funzionario si sveglia e acquista un’opera con soldi pubblici. Il comitato tecnico di settore per la storia dell’arte il 31 dicembre 2007 espresse  parere favorevole, poi ripetuti successivamente e la Corte dei Conti a dicembre 2008 registra l’acquisto. Successivamente le indagini, al che blocco i pagamenti che intanto erano stati in parte effettuati, ma i proprietari del Crocifisso ricorrono al Tribunale civile e il 3 marzo 2010 l’Avvocatura di Stato dice di concludere la transazione poiché un’azione risarcitoria ai proprietari sarebbe stata troppo onerosa».

I pareri favorevoli degli storici sono, come detto, molti, ma Cecchi chiama anche in causa Federico Zeri e Salvatore Settis, all’epoca presidente del Consiglio Superiore dei beni culturali. Del primo, scomparso nel 1998 e conoscitore consultato anche da Gallino, si cita la frase: «Se non è Michelangelo è Dio», direttamente però mai pronunciata dallo storico in quanto titolo di un articolo di «Il Giornale dell’Arte», relativo alla esposizione al Museo Horne di Firenze, pubblicato nel numero di maggio 2004 (p.18). Settis invece spiega che il Consiglio superiore durante la sua presidenza «Non ha mai parlato del crocifisso» e che la sua frase in una mail a Cecchi del 18 novembre 2008 («L’acquisto mi sembra un’ottima decisione») era per verificare una eventuale sua critica sui giornali visto che si era dimesso dal Consiglio in polemica con l’allora ministro Sandro Bondi.
Ora la domanda finale: ma l’acquisto fu fatto dopo avere avuto pareri tecnici favorevoli documentati su carta oppure no?


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