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Vernissage

Marco Puntin

«Fare il gallerista oggi può somigliare al turismo sessuale, e chi ha più denaro diventa un grande esperto o, peggio, un art consulter. Per me è soprattutto una gara di resistenza»: parla Marco Puntin, ex attore radiofonico che negli anni ’90, con la compagna Cristina Lipanje, ha aperto uno dei primi spazi italiani dedicati alla fotografia d’artista

Marco Puntin, Biennale di Venezia 2011

Apre i battenti dal 12 febbraio al 9 aprile all’Ex Pescheria di Trieste la collettiva «Il fuoco della Natura» curata dal gallerista Marco Puntin, cofondatore nel 1995 della LipanjePuntin artecontemporanea. Lo abbiamo intervistato.
Come si sente nei panni del curatore?
Quella del curatore non è per me un’esperienza nuova, anche se non è proprio una passeggiata gestire gli spazi dell’Ex Pescheria mettendo insieme 82 artisti provenienti da 19 diverse nazioni per parlare e riflettere sulle criticità della natura. In questo momento d’instabilità ambientale e di cambiamenti climatici, la mostra presenta quelli che ai nostri giorni sono i simboli della forza e della bellezza di madre natura.
Quasi un sottofondo neoromantico...
La scelta del tema è stata determinata dalla convinzione che la natura come soggetto rappresenti la mediazione ideale tra il mondo dell’arte e il pubblico. L’immaginario realistico prodotto dagli artisti contemporanei fornisce una mappa immediatamente riconoscibile del mondo naturale, libero dai cambiamenti della moda o dall’intervento tecnologico dell’uomo. L’evoluzione ha il proprio ritmo lento, ma l’intervento dell’uomo sulla natura può essere improvviso, radicale, distruttivo e talvolta permanente. Tuttavia la natura può recuperare in modi sorprendenti. Quindi, oltre ai criteri estetici che hanno ispirato la selezione di particolari dipinti, fotografie, installazioni e video, in questa mostra desidero porre quesiti etici direttamente collegati alle opere esposte. Guardiamo al modo in cui continuiamo a consumare, a sradicare specie in via di estinzione per scopi alimentari, di abbigliamento e farmaceutici. Le immagini della natura sono perfette, le implicazioni della nostra capacità di inquinare e distruggere sono infinite.
Facciamo un passo indietro. Com’è che ha deciso di fare il gallerista?
L’arte contemporanea è stata quasi lo sbocco naturale a un percorso di vita da un lato e alla mia formazione culturale dall’altro. Dopo l’esperienza della fine degli anni Ottanta, quando ho lavorato per la Rai come attore in più di 200 sceneggiati radiofonici, e la collaborazione con l’indimenticabile Alberto Farassino alla cattedra di Storia del Cinema della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste, ho incontrato la mia socia e compagna, Cristina Lipanje. Conoscevo l’arte dai libri ma grazie a lei, che frequentava più da vicino il mondo dell’arte contemporanea, ho incontrato anche la realtà delle gallerie, tentando, all’inizio con fatica, di comprenderlo. Da parte mia sin da ragazzo ho sempre sentito una forte attrazione per la fotografia e la sua storia. Questa combinazione ha creato la volontà di vivere in prima persona il mondo dell’arte contemporanea.
Perché apriste l’attività a Udine, lontano dal circuito principale del mercato?
Udine ci dava la possibilità di provare, sperimentare, fuori dai grandi giri e dai meccanismi mercantili. La nostra prima galleria era in uno splendido palazzo storico del centro di Udine e aveva una corte interna su cui affacciavano delle vetrate che lasciavano intravedere le opere esposte. Ricordo una mostra quasi perfetta, «The Post-Dialectical Index», con protagonisti, fra gli altri, Fabian Marcaccio, Daniel Wiener, Robert C. Morgan, Gian Carlo Pagliasso, Kay Rosen, Lisa Hoke e Lucia Pescador, quest’ultima un’immensa e vera artista, e proprio per questo fra le più sottovalutate del panorama italiano.
E poi venne Trieste, città natale, peraltro, del leggendario Leo Castelli...
Nel 1995, dopo tre anni di esperienza udinese, abbiamo deciso di aprire LipanjePuntin a Trieste con l’idea di dare prima di tutto uno sguardo a compasso sul Centro Europa, terre sospese ancora fra mondi diversissimi eppure legate dal filo rosso del passato, con tutte le problematiche che ne derivano ancor oggi. Di quel periodo ricordo soprattutto il grande aiuto che ci diede proprio Leo Castelli, sostenendoci e agevolandoci nel rapporto con la sua galleria. Ma fu in particolare una sorta di «urgenza fotografica» a determinare molte delle scelte e di conseguenza l’individuazione degli artisti da esporre e rappresentare. L’incontro con David Byrne fu di certo determinante e fondamentale, un lungo matrimonio per noi naturale con uno degli artisti più trasversali degli ultimi decenni. Ma siamo stati anche i primi a esporre in Italia il lavoro strettamente fotografico di Robert Longo e a rappresentare Anton Corbijn, il grande regista di «Control», uno dei film più coinvolgenti e struggenti dell’ultima decade.
Perché nel 2005 decideste di aprire una sede anche a Roma?
Purtroppo dopo la felice esperienza di Riccardo Illy come sindaco della città, con le aperture che ne derivarono, Trieste si ritrovò a fare i conti con una linea culturale imbarazzante. Era necessario resistere ma sentivamo la necessità di linfa nuova. L’apertura dello spazio a Roma fu il risultato di una serie di esigenze e fortunate coincidenze, ricca di successi e splendidi rapporti umani, durata sino all’inizio del 2011: la performance di Zhang Huan ai Musei Capitolini, le personali in galleria di Franko B, Luigi Serafini, Tom Wesselmann, Anton Corbijn, Antonio Riello e Bernardì Roig, tra gli altri, ne sono testimonianza. La scelta di ritornare stabilmente a Trieste è derivata dalla necessità di fare qualcosa per operare un cambiamento della nostra città appoggiando, anche concretamente, le scelte politico-culturali della nuova amministrazione comunale.
Com’è cambiata negli anni la linea della galleria?
A dire il vero la nostra galleria non ha mai avuto per scelta una linea precisa. Ricordo la definizione che qualche tempo fa diede del nostro lavoro Giancarlo Politi, direttore di «Flash Art» il quale disse che la LipanjePuntin era una galleria borderline. A distanza di anni non posso che leggerlo come un inusitato complimento. Credo che come donne e uomini del nuovo millennio dobbiamo essere pronti a cambiare costantemente idea e citando Bob Dylan mi vien da dire che ciò che è sicuro è solo il cambiamento. Stritolati dagli obiettivi e dalle conseguenti strategie, minacciati dal genio di turno che ci parla di concept, parola orrenda e senza senso, si può raccontare all’altro qualsiasi intuizione clamorosa. La vera sfida è resistere nel tempo, come nella maratona. Fare il gallerista oggi significa spesso entrare in un meccanismo, per usare un eufemismo, di turismo sessuale. Il mestiere si è evoluto ed è diventato, come vale per tutte le altre attività umane, una questione di soldi con le proprie regole e leggi. Basta avere abbastanza quattrini e dopo sei mesi entri anche nell’arte contemporanea, ma se hai più denaro in soli due mesi diventi un famoso collezionista o esperto d’arte o peggio ancora un art consultant.
Che cosa pensa del sistema dell’arte contemporanea in Italia oggi?
Mi chiedo spesso se esiste veramente un sistema nazionale dell’arte contemporanea, una concreta sinergia fra istituzioni, musei e gallerie. Di certo esistono alcuni «monopoli longa manus» che controllano e indirizzano una buona parte delle scelte generali. Se intendiamo questo per sistema dell’arte, allora possiamo pure dire che esiste. Funzionano invece le tante gallerie private che, in particolare in questi ultimi vent’anni, hanno retto il peso del contemporaneo sulle proprie spalle, investendo, scavalcando i localismi, superando il concetto di nazionalità, puntando piuttosto a una dimensione transnazionale.
Come si presentava ieri e com’è oggi l’ambiente artistico e sociale triestino?
Non ci sono grandi differenze. In un porto di mare così come fanno le merci anche gli artisti e le opere d’arte arrivano, si fermano per sempre o ripartono dopo un po’. Trieste è stata e deve essere luogo d’accoglienza, vitale punto d’incontro, scambio naturale d’esperienze, luogo d’arrivi e partenze, crocevia e hub culturale. Ma questo dipende solo da chi e da come la governa.

© Riproduzione riservata

Daniela Vartolo, da Il Giornale dell'Arte numero 317, febbraio 2012


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