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Vernissage

Vittorio Sgarbi

Lo scorso anno Tintoretto ha aperto la Biennale di Venezia e ora Vittorio Sgarbi lo porta alle Scuderie del Quirinale: quaranta dipinti a confronto con i suoi contemporanei per una mostra che il curatore vuole «sgarbiana» e scenografica

Nell’ultima Biennale di Venezia, intitolata «ILLUMInazioni», tre capolavori di Jacopo Tintoretto, provenienti dalla Basilica di San Giorgio Maggiore e dalle Gallerie dell’Accademia, aprivano il percorso della mostra nel padiglione centrale ai Giardini. Animato da una «un’energia pittorica anticlassica», Tintoretto, spiegava la curatrice dell’esposizione Bice Curiger, serviva come pietra di paragone per alcuni caratteri salienti della creazione artistica contemporanea, in un’epoca di mutamenti profondi e diffusi. Già il Vasari ravvisava nel grande veneziano «il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura», che a suo tempo contribuì a imprimere un nuovo corso dell’arte. E forse non è poi così casuale che la sua prima grande monografica si sia tenuta nel 1937, curata da Nino Barbantini a Venezia, quando l’arte italiana imboccava nuove strade, in sintonia con gli scenari storici. Dal 25 febbraio al 10 giugno, alle Scuderie del Quirinale, Vittorio Sgarbi cura una seconda grande mostra su Tintoretto, al secolo Jacopo Robusti (Venezia, 1518-1594) nel segno di quei caratteri precipui della sua ricerca: «teatralità, gigantismo, arditezza». Coordina il progetto espositivo Giovanni Morello, mentre Giovanni Carlo Federico Villa ne cura il catalogo edito da Skira. Una quarantina di dipinti, provenienti per la maggior parte dai maggiori musei europei spaziano dai grandi teleri religiosi alle opere profane, fino alla ritrattistica. L’opera di Tintoretto è inoltre messa a confronto con artisti coevi, dal grande rivale Tiziano con la straordinaria pala dell’Annunciazione di San Domenico Maggiore a Napoli, a personalità di area veneta (da Schiavone a Paolo Veronese), da Parmigianino a Giovanni Demio, e poi El Greco, che, in via di formazione, trascorse qualche anno a Venezia, come anche l’olandese Lambert Sustris. L’itinerario espositivo segue un andamento biografico, accompagnato da pannelli con passi esplicativi di Melania Mazzucco, autrice di due romanzi di successo sul grande manierista. Tintoretto trascorse tutta la sua vita a Venezia, forse l’unica città in Italia a non permettere che la libertà religiosa e civile fosse soffocata dalle grandi lotte politiche e religiose del tempo. Secondo Giulio Carlo Argan, dal Manierismo il giovane intuì come infondere una qualità dinamica, scattante al segno, al gesto del dipingere, che, al pari dello scorcio, gli servì per ottenere una rappresentazione rapida e sintetica, atta a cogliere il continuo divenire delle «immagini della mente». Il suo spirito inquieto si ravvisa, in mostra, nell’«Autoritratto» giovanile (1548), in cui l’artista si volge con uno sguardo profondo e pensieroso verso lo spettatore. Dello stesso anno è un’opera rivoluzionaria, di grandi dimensioni, «Il miracolo dello schiavo», proveniente dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Nelle opere successive, lavorò per schemi dinamici, utilizzando la prospettiva e la luce, come nel «Trafugamento del corpo di san Marco» (1564 ca). È in mostra anche un gruppo di nudi, tra i quali «Susanna e i vecchioni» (1555). Numerosi i ritratti eseguiti tra il 1550 e il 1570, tra i quali quelli di Paolo Cornaro delle Anticaglie, di Jacopo Sansovino, di Alvise Cornaro e di due anziani senatori. Tra le altre opere di vario tema, «Vulcano sorprende Venere e Marte» (1555 ca) e «San Giorgio uccide il drago» (1553 ca), nel quale la luce assume una forma vorticosa, poi sviluppata su scala monumentale nel «Paradiso» per il Palazzo Ducale, di cui è esposto il bozzetto (1579-82).
Infine arrivano a Roma due dipinti eseguiti per la Scuola grande di San Rocco e restaurati per l’occasione: «Santa Maria Egiziaca in meditazione» e «Santa Maria Maddalena leggente» (1582-83), in cui una luce artificiale accende di una forza visionaria il paesaggio notturno. Vittorio Sgarbi descrive la mostra in quest’intervista.
Com’è nata l’idea di una mostra su Tintoretto?
Nel 2010, quando ero soprintendente di Venezia, ero determinato a realizzare mostre monografiche su autori veneti, concepite come eventi diffusi nella città. Ora ho colto l’invito del presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo, Emmanuele Francesco Maria Emanuele, a realizzare questa mostra alle Scuderie del Quirinale, che purtroppo non andrà a Venezia.
La decisione di organizzare questa mostra ha qualche connessione con il fatto che tre tele di Tintoretto siano state inserite dalla Curiger nella Biennale di Venezia?
Rivendico la paternità di quell’idea. Quando fu il momento di comunicare il mio progetto di curatela per il Padiglione italiano, dichiarai che mi sarebbe piaciuto esporvi soltanto il «Cristo morto» di Mantegna. Sarebbe stato facile esporre soltanto la celebre tela... Invece mi impegnai a selezionare oltre duecento artisti. Il mio dissenso verso la scelta della Curiger nasceva dal ruolo che avevo avuto come soprintendente: non avrei mai permesso di spostare delle opere di quella portata. Ora non so se rallegrarmene: avendole mosse per la Biennale, non hanno potuto negarle per la nostra mostra.
C’è qualche opera di Tintoretto che non è riuscito a ottenere?
Abbiamo ottenuto tutti i dipinti che ci interessavano, tranne «Il ritrovamento del corpo di san Marco» di Brera, decisivo per la prossimità con le altre due tele dedicate al santo: «Il miracolo dello schiavo» e «Il trafugamento del corpo di san Marco» delle Gallerie dell’Accademia. Siamo governati da un Ministero dei Beni culturali debole, che si lascia condizionare dai soprintendenti. Nessuno corre a Brera per vedere quell’opera e i funzionari con falsi certificati sostengono le fragili condizioni «sanitarie» dell’opera, invece di costruirci intorno una mostra scientifica.
Presenterà delle novità scientifiche?
Ho griffato la mostra in modo sgarbiano. Tintoretto metterà in fila il pubblico, che godrà del suo forte temperamento scenografico, anche se non presenta inediti. Invece ho dato un carattere più da studio alla scelta degli autori di confronto e dei quali presento alcune personali scoperte, tra cui degli inediti dello Schiavone, di Bonifacio Veronese, di Giovanni Demio e una scultura di Alessandro Vittoria, il più grande ritrattista dell’ambiente veneto del tempo, ritrovata nel Palazzo Vertemate di Chiavenna.

© Riproduzione riservata

Il reportage completo è pubblicato in «Vernissage»

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 317, febbraio 2012


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