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Miracolo a Milano: com’è piccola la Grande Brera

La culla del «made in Italy», già città più moderna ed europea d’Italia (e fu «capitale morale»), vive con ansia, nel pieno della crisi economica, il declino del suo prestigio culturale e i ritardi dell’organizzazione dell’Expo 2015. La Grande Brera, attesa da decenni, diventa l’emblema delle speranze tradite

Brera, Pinacoteca in eterna attesa di rilancio e bivacco degli studenti dell’Accademia

Milano. Lo spettro della Grande Brera turba la speranza di una Milano futura regina della cultura. Quel museo vorrebbe essere il simbolo del cambiamento, della profonda trasformazione che la città attende da anni, il riscatto della «capitale morale» e culturale del Paese in vista dell’Expo. Se ne parla da troppo tempo, più di una volta il traguardo è sembrato vicino. Qualcosa ora si sta avviando, ma il sogno si riduce, diventa meno «grande».
Sullo sfondo, non lontani dal museo, si innalzano i nuovi grattacieli, molti in costruzione, che hanno già cambiato la forma della città, annunciano che l’Expo 2015 è davvero vicina. Tra i più imponenti spicca anche Palazzo Lombardia, nuova sede della Regione, costato 400 milioni: 161 metri, 39 piani. All’ombra di quegli smisurati edifici, una Milano ancora incerta, tra ritardi e programmi dell’Expo ridotti per la crisi.
Per trent’anni la Milano del dopoguerra è stata il laboratorio del «made in Italy», la città più europea, più moderna, più ricca di avanguardie culturali, orgogliosa dei suoi simboli e della sua borghesia illuminata. Poi ha vissuto il declino drammatico del suo prestigio internazionale, «un prestigio costruito quando la borghesia milanese valeva ancora qualcosa e si occupava della città. Oggi è sparita», afferma Giulia Maria Crespi, presidente onorario del Fai, che rappresenta quell’epoca e quella cultura. Milano si prepara con affanno all’«evento universale» del 2015. Dovrà accogliere milioni di visitatori da tutto il mondo e vorrebbe farlo con una vetrina culturale all’altezza delle attese. In programma un tessuto di eventi straordinari, concerti, mostre, nuovi musei e molto altro: al centro di tutto, la nuova Grande Brera. Ora sappiamo che non sarà proprio così.

Il degrado di Brera
Da trent’anni si tenta invano di spostare l’Accademia di Belle Arti, con i suoi 3.600 studenti, 200 professori e tutto il personale, dal palazzo di Brera per lasciare spazio alla Pinacoteca. Intanto continua la convivenza forzata della scuola con il famoso museo, con profondo disagio reciproco. Il cortile è invaso dagli studenti che ogni giorno lo trasformano in bivacco: mangiano seduti sulle pietre del porticato, proprio all’ingresso del museo. Sarebbe vietato, ma nessuno interviene.
La Pinacoteca soffoca per mancanza di spazio, la situazione è da tempo insostenibile, metà delle opere sono nei depositi. Le preziose collezioni Jesi e Vitali, ultimi lasciti importanti al museo, da molti anni aspettano di essere esposte in modo decoroso.
Intanto Sandrina Bandera, soprintendente ai Beni artistici di Milano e direttrice della Pinacoteca organizza comunque mostre (nel 2013 «Giovanni Bellini» con il Metropolitan di New York, l’anno successivo una grande esposizione per il V centenario di Bramante) e migliorare la infelice collocazione del «Cristo morto» di Mantegna che avrà anche una teca nuova. Nella drammatica carenza di fondi, comune a quasi tutti i musei statali, spicca anche una forte spesa che indigna Bandera. Spiega che le è impossibile pagare le utenze, luce, telefono eccetera: «1,5 milioni di euro all’anno, dice, e non abbiamo i soldi, così il nostro debito cresce. La spesa più pesante è la climatizzazione, che deve essere perfetta e continua. Se a fine anno il Ministero ci dà qualcosa (550mila euro nel 2011) deve andare alla climatizzazione: è costosissima perché gli impianti sono obsoleti e hanno un consumo pazzesco; anche perché vanno ancora ad acqua potabile, un’altra spesa enorme. Potremmo avere l’acqua di falda, che non ci costerebbe nulla. Servirebbero almeno 500mila euro per affrontare il problema ma, si dice sempre, aspettiamo la Grande Brera». Del resto nel museo manca perfino l’ascensore e la scala è interminabile. Non c’è posto per bookshop e caffetteria.
In attesa della totale palingenesi, Brera ha problemi pressanti e Sandrina Bandera è preoccupata: «Non solo piove sui libri antichi della Biblioteca Braidense, i problemi più gravi vengono dai tanti lucernari delle sale: le guarnizioni si stanno sbriciolando. Abbiamo messo una specie di sopralucernario provvisorio: quando è possibile, facciamo interventi minimali, uno di recente proprio sopra la sala dei dipinti di Crivelli, dove abbiamo aperto una mostra sui Tarocchi, carte da gioco rinascimentali che lo Stato ha acquistato nel 2008 per 800mila euro e non erano mai stati esposti. Tutta la situazione dei tetti di Brera è disastrosa: sono ancora quelli degli anni ’50. Da molti anni non abbiamo soldi per la manutenzione. È tutto da rifare». Per restaurare quei tetti è prevista una spesa di almeno 4 milioni. 

Le occasioni mancate
La storia della Grande Brera si snoda da 40 anni tra speranze frustrate e occasioni perdute. La soluzione è sembrata più di una volta a portata di mano ma è sempre finita male. Come quando nel 1986 arrivò il primo progetto dell’architetto James Stirling, per il restauro e la trasformazione di Palazzo Citterio, magnifico edificio del Settecento, che confina con l’Orto botanico di Brera (oggi in pessime condizioni), acquistato dal Mibac nel 1972, a poco più di 1 miliardo di lire proprio per la Grande Brera. A Palazzo Citterio ci furono solo costosi lavori mai finiti nei sotterranei. Poi tutto si è arenato.
Aldo Bassetti, da quattro anni presidente degli Amici di Brera, ha seguito il frustrante iter e i puntuali fallimenti dei diversi progetti. Spiega che per quel risanamento dei sotterranei furono spesi almeno 3 miliardi di lire «che alla situazione di oggi, ritengo buttati via. Caduto il progetto Stirling, racconta Bassetti, nel 2007 proposi uno sviluppo per me ideale: utilizzare Palazzo Cusani, di fronte a Brera, occupato dal comando militare della Lombardia e dalla Nato. Si sarebbe potuto pedonalizzare la strada davanti al museo e, con Palazzo Citterio, realizzare una magnifica isola dei musei. Per gli studenti c’era Palazzo Cusani che ha una parte di epoca fascista adatta a essere trasformata in aule, mentre la parte anteriore poteva servire alla Pinacoteca per le mostre temporanee». L’idea fu giudicata irrealizzabile: impossibile, si disse, pensare di convincere militari e Nato ad andarsene. Venne deciso allora di sistemare l’Accademia nella dismessa caserma Magenta di via Mascheroni.

Il progetto che non c’è
Tutti gli edifici per la Grande Brera: la vecchia sede, Palazzo Citterio e la caserma Magenta per l’Accademia, sono ormai disponibili. Arriva anche l’architetto Mario Bellini, che nel 2009 vince un concorso di idoneità per realizzare il progetto cosiddetto «Brera in Brera», mai attuato.
Nel gennaio 2010 Mario Resca, direttore generale della Valorizzazione del Mibac, viene nominato commissario straordinario con ampi poteri per realizzare la Grande Brera in tempo per l’Expo 2015. Un accordo del 2010 firmato a Palazzo Marino dai ministri La Russa (Difesa), Gelmini (Istruzione), Bondi (Beni culturali) e dal sindaco di Milano Letizia Moratti e da Mario Resca dà il via all’operazione. A questo punto tutto sembra chiarito ma, in due anni, Resca non realizza nulla. Emerge con forza l’opposizione dell’Accademia allo spostamento, non arrivano i finanziamenti promessi (52 milioni) e manca un elemento essenziale, finora trascurato anche dal commissario Resca: il progetto per la Grande Brera. Una incredibile anomalia, il punto centrale della questione, come afferma Aldo Bassetti: «La mia è la battaglia per il progetto, dice con forza. Come Amici di Brera, cerchiamo di spiegare a tutti che non esiste e che, senza un vero progetto globale con piano planivolumetrico, non si può fare nulla. Per la Grande Brera è stata prevista una Fondazione con una consistente presenza dei privati. Verso questa ipotesi, noi esprimiamo un assoluto favore. Ma ogni privato serio, per impegnarsi vuol vedere il progetto e il relativo piano finanziario: deve sapere quanto costa. Senza questo, il privato non può esserci».
Per ora i fondi disponibili per la Grande Brera sono soltanto i 23 milioni stanziati dal Cipe nel marzo 2012. Serviranno a riparare i tetti del palazzo di Brera (oltre 4 milioni), a ristrutturare Palazzo Citterio (18 milioni) e a liberare e mettere in sicurezza la caserma di via Mascheroni per l’Accademia (circa 1 milione). Si aspettano altri finanziamenti anche dai privati che dovrebbero far parte della Fondazione per la Grande Brera, decisa a settembre scorso dal Mibac in accordo con Regione Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Cariplo e Camera di Commercio. Dovrebbe nascere entro l’anno anche se sono sorte aspre polemiche. Sindacati e intellettuali, come Salvatore Settis e Andrea Emiliani, si oppongono all’idea di trasferire la gestione di beni pubblici tanto preziosi a una fondazione in parte privata.

Dubbi e ostacoli
Entro metà dicembre la situazione dovrebbe essere più chiara. Il direttore Regionale per la Lombardia Caterina Bon Valsassina annuncerà il bando di gara per la ristrutturazione di Palazzo Citterio e il masterplan per la Grande Brera. Ma è evidente che questo sarà soltanto un primo passo verso la realizzazione del progetto. Ma quale progetto? Con i 23 milioni disponibili non si potranno ristrutturare né il vecchio palazzo di Brera né la caserma di via Mascheroni e quindi l’Accademia rimarrà dov’è. Per l’intero piano si parla di una cifra superiore ai 100 milioni. Per ora nessuno può fare un calcolo più preciso. L’assessore alla Cultura del Comune di Milano Stefano Boeri è soddisfatto: «Primo, verrà fatto un bando per un appalto integrato: si sceglierà un progetto che renda al più presto disponibile Palazzo Citterio e lo spazio per le collezioni che non possono più restare a Brera. Secondo punto: per poter fare una fondazione, sul modello di quella del Museo Egizio di Torino, che gestisca tutta l’operazione Grande Brera (non sono né a favore né contro: la fondazione è solo uno strumento) è necessario avere un masterplan, un progetto complessivo come assicurato dal ministro Ornaghi. Su questo abbiamo fatto una battaglia insieme con Aldo Bassetti e gli Amici di Brera. A breve avremo una bozza di questo masterplan. I due elementi essenziali, il masterplan e la fondazione, non devono intralciare la prima fase. Qualunque sia la scelta che si fa su Brera, sull’Accademia, sulla Pinacoteca, questa partenza è fondamentale perché significa avere finalmente grandi spazi per Brera: Palazzo Citterio sarà pronto per l’Expo del 2015». Anche Sandrina Bandera aspetta con ansia di avere presto almeno i nuovi spazi di Palazzo Citterio, anche se la situazione della sua Brera richiede ben altri interventi.
Bassetti però non è convinto: «Questa non è la vera Grande Brera, manca lo spirito del grande progetto di livello internazionale. La crisi è di valori e di progettualità. Sono molto pessimista. Anche perché ancora non è chiaro chi sia il committente del progetto». Restano anche i dubbi sul reale accordo con l’Accademia per trasferire la didattica nella caserma Mascheroni in tempi lunghi e incerti. Il nuovo direttore, Franco Marrocco, nominato a luglio 2012, rassicura ma pone condizioni: «Tutti i professori sono consapevoli del trasferimento della parte didattica: non ci opponiamo. Certo, vogliamo uno spazio adeguato al prestigio dell’Accademia. Servirà un concorso internazionale e un bravo architetto: gli ambienti della Mascheroni vanno ristrutturati e adeguati e bisogna edificare qualcosa per non restare con spazi insufficienti come oggi. Gli accordi prevedono anche che una parte dell’Accademia resti nel vecchio palazzo: biblioteca, teatro e alcune aule».
Intanto, il Convegno internazionale di tre giorni organizzato proprio dall’Accademia a cavallo tra novembre e primo dicembre è intitolato «Per Brera sito Unesco». Oltre a sostenere la candidatura di Brera, nel suo insieme, a luogo Patrimonio dell’umanità, ha inteso «lanciare il concorso internazionale per la riorganizzazione e ampliamento della sede dell’Accademia e delle sue collezioni storiche». Una proposta che potrebbe ostacolare i progetti per la Grande Brera.

La «visione» di Boeri
Il Comune, con i suoi tanti musei, sta avviando un vasto progetto per valorizzarli assieme a tutto il patrimonio milanese. Stefano Boeri ha chiamato il progetto «Museo Metropolitano Milano»: «Vogliamo dare valore alla densità straordinaria di musei e istituzioni culturali milanesi, diversi per tipologia di proprietari e di opere esposte, ma che rappresentano il meglio della città e del Paese. Brera, Gallerie d’Italia e Museo del Novecento possono costituire una “via dell’arte” di circa un chilometro, lungo il quale Stato, Comune e un privato come Banca Intesa rappresentano tutte le epoche dell’arte: vorrei attrezzare una “strada” da percorrere a piedi. Se poi aggiungo altri itinerari anche non comunali come i musei Poldi Pezzoli, Bagatti-Valsecchi, l’Ambrosiana e molti altri si creano cinque percorsi turistici che partono da piazza Duomo. Insomma è l’idea di un museo metropolitano diffuso».
In questi ultimi anni sono stati creati diversi nuovi musei: dalla fine del 2010 il Comune ha aperto il Museo del Novecento nel palazzo dell’Arengario, accanto a Duomo e Palazzo Reale, Banca Intesa ha esposto le sue collezioni nei palazzi accanto alla Scala, le Gallerie d’Italia. Ma la politica culturale è rimasta dispersa, ciascuno per sé: manca ancora una «card» che consenta l’ingresso a tanti musei diversi. L’unica è quella degli Amici di Brera, che pochi conoscono, e vale anche per il Cenacolo e i musei comunali. La solitudine anarchica dei musei comunali allarma Boeri: «Il Comune aveva agito più da affittacamere che da centro di regia culturale. Per esempio, a Palazzo Reale si esponeva e si faceva un po’ di tutto, la stessa cosa alla Galleria d’arte moderna. Lo stesso Castello Sforzesco, continua Boeri, ha perso la sua identità culturale. Anche la Rotonda della Besana era un po’ di tutto, ma da due mesi è diventato il museo della creatività dei bambini. A novembre è partita l’attività per la creatività giovanile all’Ansaldo e il Pac sarà dedicato alle monografiche di artisti contemporanei. Stiamo investendo moltissimo nel Castello Sforzesco, un edificio magnifico che prevale sul contenuto, finora molto confuso». Si sta lavorando per creare aree ben definite: ci sarà un museo della «Pietà Rondanini» di Michelangelo che tra qualche mese verrà trasferita (tra accese polemiche) nella rotonda centrale del carcere di San Vittore in attesa del nuovo allestimento a Castello Sforzesco. La sala delle Asse diventerà un luogo leonardesco: c’è il suo affresco, quasi sconosciuto, e verrà esposta la copia digitale del Codice Trivulziano. Due progetti che dovrebbero essere pronti per l’Expo. L’ultima grande opera che fa capo al Comune è il Museo delle Culture, un importante edificio progettato nel 1998 da David Chipperfield, ancora in costruzione nell’area dell’Ansaldo. Avrebbe dovuto diventare il Museo dell’Immagine poi destinato alle collezioni etnografiche conservate nei depositi di Palazzo Reale. Ma Boeri ha idee diverse. «È un edificio straordinario, dice. Gli spazi sono pronti e verrà inaugurato a settembre del 2013. Continuo a chiamarlo museo ma sarà un grande “forum delle culture”. Penso a un luogo per collezioni che stabiliscano un rapporto tra epoche e culture diverse, penso a certe collezionisti milanesi che avevano delle Wunderkammer con pezzi etnografici e classici, ma sarà puntato sul contemporaneo con caratteri interculturali. Stiamo lavorando con Francesco Bonami e con Okwui Enwezor alle prime mostre. Milano aspettava da molti anni un museo d’arte contemporanea, questa è la risposta o la parte essenziale della risposta».
Si dovrà lavorare anche per modificare un atteggiamento di fondo capace di frenare ogni progetto: «I milanesi non vivono la loro città come luogo di cultura: l’universo culturale per loro non è una priorità». Franco Iseppi, presidente del Touring Club Italiano si riferisce a una ricerca condotta nel 2009 con le università milanesi. «Viene dimostrato, continua Iseppi, che il 65% dei visitatori italiani percepisce Milano come una città che attrae soprattutto per il tempo libero, per attività varie. Per gli stranieri è invece prevalente l’idea che sia una città “culturale”». Un arido dato statistico, ma significativo, che porta, sempre secondo la ricerca, a un’altra conclusione: «Questa città, dal punto di vista culturale, non è conosciuta. E poi Milano vorrebbe essere una città “smart”, intelligente, eppure manca di un’identità definita, la sua è piuttosto una identità plurale».
Proprio attraverso il Touring Club, alla sua particolare vocazione a un volontariato che sceglie spesso la cultura, è stato possibile, d’accordo con Soprintendenze e Comune, tenere aperti al pubblico, tutto l’anno, una rete di 12 luoghi d’arte da sempre poco o per nulla accessibili. «A Milano abbiamo più di 500 volontari, spiega Iseppi, quasi tutti laureati, molti pensionati, che hanno seguito un corso e non si limitano a tenere aperti quei luoghi, ma creano attività parallele perché il turismo, nella tradizione del Touring, è strumento di integrazione sociale e culturale e quei beni devono essere riconosciuti come patrimonio di tutti, non solo dei milanesi». Così si può visitare la splendida chiesa affrescata di San Maurizio (115mila visitatori nel 2012), la cripta di San Giovanni in Conca, l’Antiquarium restaurato, la basilica di San Vittore al Corpo e altri luoghi sconosciuti.
Anche gli Amici di Brera sono dei volontari: da loro vengono finanziamenti e aiuti alla Pinacoteca in difficoltà permanente. «Abbiamo tre grandi progetti, racconta Bassetti: la digitalizzazione del Cenacolo, cioè 3-4mila immagini dei restauri di Leonardo, dai più vecchi al più recente, messe in rete. È un progetto concluso, finanziato dalla Banca Popolare di Milano con 50mila euro all’anno. È in corso una sponsorizzazione di Pirelli che dà a Brera oltre 100mila euro all’anno, ma credo che finirà presto. Un ultimo progetto è con Banca Intesa per la didattica nelle scuole. Vorrei che le grandi realtà industriali e finanziarie si impegnassero di più, dessero insieme almeno 100mila euro all’anno. Non mi sembra molto».

Lo scandalo di Sant'Ambrogio
È ancora possibile sperare che venga sanata la ferita più dolorosa che deturpa il centro cittadino: lo scavo di un parcheggio sotterraneo davanti alla basilica medievale di Sant’Ambrogio, simbolo di Milano. Il progetto, sostenuto dai sindaci Albertini e Moratti, ha avuto il consenso della Soprintendenza e degli organi tecnici del Mibac. La voragine è sempre più profonda (il parcheggio prevede almeno 5 piani interrati), i lavori vengono rallentati dalla presenza di antiche sepolture. Due sentenze della Magistratura del 2010 hanno già sancito la legittimità del progetto, ma il Tribunale deve ancora decidere sull’esposto di un Comitato di cittadini: tra questi Salvatore Settis, Vittorio Emiliani, Pierluigi Cervellati e l’ex direttore nazionale di Italia Nostra Giovanni Lo Savio. Chiedono la sospensione dei lavori e il ripristino della piazza. Lo invoca anche Giulia Maria Crespi: «La piazza più sacra di Milano è in una situazione indegna. È uno scandalo che sia stato permesso di scavare quel parcheggio sotterraneo, una voragine enorme, ancora aperta. E la Chiesa non si è ribellata. Chi mai avrebbe osato fare una cosa simile in piazza San Pietro?». La situazione è paradossale: l’attuale Giunta comunale riconosce che il parcheggio è in palese contrasto con gli interessi della città e con i nuovi programmi di disciplina del traffico, ma si dichiara costretta a continuare i lavori (è già stato speso molto) anche per evitare pesanti penali se i contratti venissero disdetti.
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Dai nostri inviati Edek Osser e Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 326, dicembre 2012


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