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Vernissage

Gian Enzo Sperone

Gian Enzo Sperone nella galleria newyorkese, davanti a un'opera di Guillermo Kuitca

Gian Enzo Sperone apre una galleria a Lugano, quasi mezzo secolo dopo quella di Torino, aperta nel 1963. Nel ’72 si spostò a Roma e, nel ’75, aprì la Sperone Westwater a New York.
Perché Lugano?
Lugano è per me il ritorno alla normalità. È ricominciare a tessere la mia tela all’interno di una comunità a misura d’uomo, costituita da persone che in un certo modo sono quello che sembrano. Lugano è piccola, ospitale e con regole certe. È provinciale e al tempo stesso internazionale: mi sembra che ci vivano persone normali, alcune eccezionali. Dal 2008 ho inoltre una casa a Sent, in Engadina, che ospita anche una galleria. La ragione per cui sono finito stranamente a fare il gallerista in montagna è che mi servivano nuovi stimoli che la natura forte può fornire. A New York si fa teatro, per e con «personaggi in cerca di autore»: il gioco delle parti alla lunga logora chiunque.
Nella guerra tra giganti, che vede da una parte i grattacieli di New York e dall’altra le montagne dell’Engadina, chi vince?
Non vince nessuno, sono le due facce inevitabili della luna e dell’arte.
A proposito di giganti, che cos’è per lei Roma, dove ha avuto una galleria dal 1972 al 2004?
La galleria romana non ha mai avuto un pubblico costante. Ho un’abitazione nella campagna presso Roma: è stata svaligiata quest’estate, ma le querce secolari che ci sono intorno staranno lì indifferenti ancora per molto. La stessa indifferenza che ho avvertito quando ho chiuso la galleria nel 2004: nessuno, infatti, se ne è accorto.
Si sente più mercante o collezionista?
Sono e resterò incurabilmente mercante. Da questa rendita di posizione posso collezionare il meglio. Leggere l’arte in modo diacronico dà una grande ebbrezza. Ho in casa un ritratto di Leandro Bassano vicino a un Pistoletto. So che loro si parlano.
Nonostante la passione per la storia dell’arte nutrita da autori concettuali come Giulio Paolini e Braco Dimitrijevic, molti loro seguaci non provano le stesse emozioni. Che cosa significa?
La narcosi dell’ignoranza può aiutare l’artista a capire chi è. Dimitrijevic nel corso della sua carriera di artista ha fatto osservazioni illuminanti. Basta dare un’occhiata al libro che gli ha dedicato Umberto Allemandi in occasione della mostra presso Sperone Westwater. Paolini è mostruosamente intelligente, il suo lavoro è originale e straordinariamente sottovalutato dal mercato. Se posso dare un consiglio...
Da Sperone Westwater è aperta, fino al 22 dicembre, accanto a una mostra del turco Kutlug Ataman, una di Mario Merz, artista tra i più amati della sua scuderia. Ma la battaglia dell’Arte povera è stata vinta o è stata persa?
Merz ha vissuto una vita geniale come uomo e artista. La sua presenza mi ha costantemente illuminato. L’Arte povera è un momento particolare nella cultura italiana con esiti poetici, linguistici, filosofici di cui non c’è qui spazio per parlare; ma è anche l’ultimo movimento modernista degno di chiamarsi tale. Dopo cominciano le sabbie mobili del Postmoderno e i guai conseguenti. Non c’è niente di peggio di svegliarsi una mattina e avere la sensazione di aver sognato il sogno di altri.
Se qualcuno le dicesse: lei è il più importante gallerista del mondo, che cosa risponderebbe?
Che sono primo fra gli ultimi e ultimo fra i primi, anche se suona un po’ biblico. Mi è toccato in sorte, per ragioni anagrafiche, di vivere in diretta la Pop art americana, l’Arte povera, il Minimalismo, l’Arte concettuale, la Land art, e credo di aver testimoniato sempre con il massimo dell’impegno. Eppure, se mi volto indietro, penso che non ho vissuto veramente la mia vita, anzi non sono diventato nemmeno quello che forse sono, per richiamarmi a Nieztsche. Ma da uno dei miei maestri, Leo Castelli, ho imparato che le passioni vanno gestite con stile.
Il successo fa male o fa bene all’arte? E ai galleristi?
Agli artisti, il successo generalmente aggiunge complicazioni. Per i galleristi, che sono tendenzialmente dei voyeur e dei mediatori interessati, è il viatico per i loro peccati.
Il prossimo anno cade il suo cinquantenario nel mondo dell’arte. Lo festeggerà a Torino, Roma, New York o a Lugano?
Credo che non lo festeggerò, ma continuerò a testimoniare nell’illusorio tribunale dell’estetica.

Guglielmo Gigliotti, da Il Giornale dell'Arte numero 325, novembre 2012


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