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Vernissage

Francesco Pantaleone

Un giovane gallerista, siciliano ma non fatalista, cresciuto alla scuola di Gagosian e della Christie’s, è sbarcato a Milano, si allarga in sede e non smette di progettare

Francesco Pantaleone

Da alcuni anni è uno dei galleristi siciliani più noti, e ha saputo guadagnarsi un proprio spazio a livello nazionale e internazionale, rifuggendo totalmente da ogni forma di localismo, pur non rinunciando a valorizzare i più interessanti autori dell’isola, come Bazan, Beninati, Simeti, Abbate e Longo.
Francesco Pantaleone, quarantenne formatosi all’Accademia di Belle Arti di Urbino e proiettatosi subito dopo a Londra e New York, a contatto con le gallerie più cool, porta avanti un progetto «glocal» in continua crescita, con la recente apertura di uno spazio a Milano e la prossima inaugurazione di uno spazio più grande e raffinato nello storico palazzo Di Napoli, un edifico seicentesco nel cuore della città antica, ai Quattro Canti di Palermo. Lo abbiamo incontrato per parlare di lui, della sua attività e dei prossimi programmi.
Chi è Francesco Pantaleone?
Direi che è prima di tutto una persona curiosa. È l’entusiasmo che mi anima, la molla che mi spinge sempre ad andare oltre. Non amo stare fermo e non mi piace pensare da solo. Per questo considero molto importante la collaborazione e la condivisione delle idee e delle azioni che stanno alla base delle mie scelte. A iniziare dal confronto con il mio socio, Francesco Giordano; lui è un fisico, appassionato d’arte ma non un tecnico, anche se in questi anni è stato oramai completamente immerso nell’ambiente dell’arte. Ma il suo occhio mi restituisce un punto di vista nuovo, meno strutturato del mio, dunque più pulito e fresco.
Qual è il bilancio sino ad ora?
La nuova galleria che tra poco aprirà a Palermo, la direzione artistica di Bad New Business Gallery a Milano, la cattedra di Economia e mercato dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Palermo, la vicepresidenza dell’Associazione Amici del Museo Riso, e poi gli incarichi per la mia città come consulente nel comitato scientifico del Museo Euromediterraneo dei Cantieri Culturali alla Zisa, scandiscono per me un anno denso. E poi continua la collaborazione con il comitato Palermo Pride, poiché nel 2013 il capoluogo siciliano sarà sede del Pride nazionale. Infine è notizia recente l’incarico di osservatore per il Sud Italia conferitomi dalla Miart.
Quando ha capito che l’arte contemporanea sarebbe stata la sua strada?
Ho iniziato davvero a considerare questo lavoro vitale, l’unico che avrei potuto fare, dopo le esperienze a New York da Gagosian e alla Christie’s. Lì ho imparato moltissimo, ho sviscerato come funziona il sistema dell’arte dall’interno, smontandolo pezzo per pezzo.
Quando nasce la galleria?
Nel 2005, alla Vucciria. Mi emoziona pensare a quante cose sono state fatte in questi anni sin dagli eroici esordi con la mia amica di sempre Pamela Erbetta. La nuova sede della galleria è, invece, il sogno che si realizza. È il mio giro di boa. Come quando fai un figlio a quarant’anni. Sei più maturo, hai più esperienza e pazienza.
Com’è il nuovo spazio?
È lo spazio che ho in mente da sempre. È come una scenografia mentale che mi ha accompagnato fino a prendere oggi la sua forma. Devo molto all’attenzione e al gusto di Claudia Fiore, l’architetto che lo ha progettato, interpretando quello che per me è sempre stato una specie di proiezione futura. Il nuovo spazio è molto semplice e luminoso, un luogo in cui le opere non hanno ostacoli di nessun genere. Ma è anche un luogo di scambio, una motrice di idee. Mi piacerebbe diventasse un crocevia di incontri, anche perché geograficamente lo è già. La finestra del mio studio è proprio sui Quattro Canti di Palermo, il famoso Teatro del Sole.
È noto il suo amore per i libri. Ci sarà spazio anche per loro?
Inevitabilmente, anzi mi sta molto a cuore presentare la biblioteca, quasi 3.500 volumi principalmente di arte contemporanea e sulla mia adorata Sicilia: monografie, pubblicazioni specialistiche e saggi che metterò a disposizione per la consultazione al pubblico. C’è anche un cospicuo nucleo di libri che Aleksandra Mir ha voluto donarmi come «eredità» quando è andata via da Palermo. Mi piace pensare possa essere di tutti coloro che vogliono avvicinarsi all’arte o magari approfondirla. Per questo ho messo a regime un sistema di consultazione digitale facile da usare e immediato. Ho in mente anche una serie di attività collaterali alle esposizioni che vorrei rendessero davvero vivo e ospitale lo spazio, nel senso di luogo aperto alla cultura, luogo che avvicina.
Tutto questo da solo?
Naturalmente no. Accanto a me c’è un team che esprime entusiasmo e passione e insieme continueremo i progetti che in questi anni hanno caratterizzato il mio lavoro come «Domani, a Palermo» nato con Laura Barreca nel 2007, una formula collaudata che ha sviluppato importanti collaborazioni con artisti italiani e internazionali: tra questi, Per Barclay, Liliana Moro, Deborah Ligorio, John Kleckner, Flavio Favelli, Francesco Simeti, Andrew Mania e Sissi. E poi daremo ancora spazio ai giovani, alla sperimentazione, alla costruzione di nuovi legami culturali.
Parliamo della Bad New Business, spazio off della galleria che avete recentemente inaugurato a Brera.
È nata dall’intesa con Ida Aliquò ed è il ponte tra un Sud e un Nord ideali. Una linea di continuità ma anche una scommessa. È uno spazio vergine, in cui ho voglia di mettermi in discussione, attraverso il quale vorrei poter accorciare le distanze anche territoriali che a volte rendono tutto più complicato. E sempre in tema di collaborazioni, per questo progetto ho coinvolto Agata Polizzi, storica e giornalista che ho «trasformato» in curatrice sensibile e attenta e che ha già curato per Bad New Business le mostre di Stefania Galegati Shines e Adalberto Abbate.
Quali sono i progetti futuri?
Naturalmente come ogni inizio sono molti i propositi. Ma preferirei parlare dei progetti che hanno un legame con il passato, pur avendo un occhio sul futuro. Ad esempio, posso anticipare che a febbraio ci sarà un’apertura «ufficiosa» della nuova galleria con la residenza di Julieta Aranda per il ciclo «Domani, a Palermo». Laura Barreca e Julieta proprio in questi giorni a Roma stanno iniziando a lavorare.
Perché parla di apertura ufficiosa?
Perché ho in mente un’inaugurazione in grande stile. Lo devo a me stesso e a quanti fin qui hanno reso possibile tutto questo ma anche a quanti hanno visto già lo spazio e promesso di venire per la vernice come Nick Serota, David Hockney, Juergen Teller o Jeffrey Deitch. Sarà una grande festa per l’arte contemporanea in cui penso di coinvolgere la città e molti amici della galleria. Nello specifico stiamo lavorando con Laura Barreca a una collettiva degli artisti protagonisti di questi cinque anni di «Domani, a Palermo». Sarà anche un’occasione per presentare le mie idee per il futuro.
Cioè?
Le residenze di Julian Goethe e Kaye Donachie.
Per lo spazio di Milano quali progetti ha in serbo?
È un lavoro in parallelo ma con molte intersezioni. A Milano stiamo lavorando agli altri appuntamenti di questa stagione con Liliana Moro, Loredana Longo e probabilmente John Kleckner. Poi certamente Benny Chirco, Jo Robertson e gli altri artisti della galleria.
Bad New Business, ovvero «cattivi nuovi affari»...
Che cosa c’è in effetti di più «cattivo affare» di aprire una nuova galleria in tempo di crisi? Parlando con Stefano Arienti è nata l’idea di chiamarla così. Diciamo che, in verità, il gioco di parole è apotropaico, il mio mantra anticrisi. Non mi andava di incrociare le braccia in attesa che il peggio passasse: meglio fare.
L’arte è un fenomeno sociale?
Io credo che l’arte contemporanea sia essenzialmente lo specchio di quello che siamo, l’amplificatore di quello che quotidianamente incide sulle nostre vite. Non c’è scollatura o frattura con il mondo reale. Dunque cerco sempre di coinvolgere delle «ancore di vero»: in tal senso considero il mio lavoro come un approdo alla quotidianità. C’è ancora molta diffidenza nei confronti dell’arte contemporanea, soprattutto al Sud dove non c’è un’abitudine con questo linguaggio, dunque, dopo tanti anni di impegno, mi piacerebbe rafforzare il legame con il pubblico facendo in modo che si senta parte di un progetto. Gli artisti vengono qui per conoscere e lavorare sul territorio, vivono come se questa città fosse la loro, iniziano ad amare i luoghi e le storie. Credo che questo abbia lentamente creato una consuetudine che produce linguaggi aperti e condivisi. Alla base c’è amore per quello che ho scelto di fare. Quest’anno, in occasione dei miei quarant’anni, ho riflettuto sulla bellezza di stare bene nei propri panni, quali che essi siano, sul valore dell’onestà intellettuale. Lo dico sempre anche ai miei studenti in accademia, dico loro di restare fedeli a se stessi e di imparare con tenacia e impegno cosa sia l’arte. Che non è un gioco ma una grossa opportunità per crescere. Sempre.
Allora è diventato veramente saggio?
Non so se sono diventato saggio, però so che l’arte è una disciplina eterea e volubile e so anche che rappresenta uno strumento molto forte e incisivo per costruire la parte sana di un’identità culturale collettiva, mi viene in mente l’esempio di Antonio Presti e del suo uso dell’arte come strumento di sottrazione al pensiero mafioso. Una risposta concreta alla «distrazione» in cui talvolta piombiamo.
Prossima tappa?
Potrei parlar di qualche mio sogno, come Gelitin a Palermo. Nel gruppo da qualche anno lavora come performer il mio amico Salvatore Viviano e forse adesso potrebbero esserci le condizioni ideali. Poi ancora Cerith Wyn Evans.

© Riproduzione riservata

Marina Giordano, da Il Giornale dell'Arte numero 325, novembre 2012


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