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La cultura italiana a rischio rachitismo

La prima giornata del Salone veneziano si è aperta con il dibattito sui finanziamenti statali alla produzione culturale

La presentazione di L'infarto della cultura

Venezia. Un sole mite riscalda la giornata d'apertura del Salone veneziano. Nel polo didattico di San Basilio, sulle facciate a mattoni rossi dei Magazzini Ligabue campeggiano i due colorati striscioni che ne indicano la destinazione: Open Design e Venice Talks. Ma è poco più avanti, sotto una  bianca tensostruttura appositamente allestita, che la giornata ha inizio. Qui trovano spazio anche gli stand istituzionali e di rappresentanza il cui numero appare notevolmente ridimensionato (accanto a  Regione Veneto, le Province di Genova e Cagliari, Università Ca' Foscari, la città di Padova e alcune realtà editoriali).
Ai saluti introduttivi durante i quali  la connotazione europea è affidata al Ministro plenipotenziario di Germania in Italia Martina Nibbeling, segue l'attesa presentazione de L'infarto della cultura, la novità editoriale data alle stampe in Italia da Marsilio e uscita in Germania la scorsa primavera non senza scalpore. La tesi: la necessità di  provvedere a un drastico taglio dei finanziamenti pubblici alle istituzioni culturali tedesche (cresciute vertiginosamente di numero dagli anni Settanta in poi) per dare spazio a una produzione culturale «altra» (che implicherebbe anche lo smantellamento di molte delle stesse istituzioni) poiché quanto queste producono non è rispondente a una domanda reale bensí affermazione del potere che la realtà istituzionale rappresenta, sempre più lontana da un nuovo «sentire».

Tra infarto e anemia

Dieter Haselbach, coautore, con compostezza imperturbabile ascolta l'alternarsi dei contributi di quanti sono stati chiamati a intervenire. Se Cesare De Michelis, presidente della Marsilio editori, sembra quasi sposare l'idea di un arresto cardiaco in grado di scuotere il nostro presentecontinuare a credere che la cultura di Stato copra un vuoto di cui abbiamo bisogno è un paradosso del nostro contemporaneo. È necessaria una svolta per un radicale cambiamento di prospettiva», afferma), Paolo Baratta si dimostra apertamente critico nei confronti della prima parte del volume che, a suo avviso, non fa altro che riprendere considerazioni sessantottine. Se Baratta non sposa la provocazione in quanto tale, sembra però apprezzarne la ricetta d'una politica d'incentivi mirata, di un'agevolazione delle start up, favorevole a un cambiamento del metodo, all'idea che l'istituzione debba accettare di mettersi in gioco, anche magari sottoponendosi al giudizio di un organismo altro in grado di giudicare l'operato dell'istituzione stessa. «Chi giudica però il mio operato nel metodo e nel prodotto?, s'interroga, riferendosi al contesto italiano. Manca un organismo di riferimento». E poi, sempre in merito alla nostra penisola, aggiunge: «Siamo in una situazione di anemia, a rischio rachitismo. Ci autoincensiamo del nostro patrimonio e il Ministero per i Beni culturali ha a disposizione, quando va bene, 180 milioni l'anno; in realtà, 150-160 milioni, cioè tre euro per ogni italiano. Invocare i privati significa evocare la pubblicità e quindi: che fare? S'investe solo su quanto appare più appetibile?».
Nettamente filosofico l'approccio di Cristiana Collu che per un attimo sembra smorzare i toni. «L'estetica della recessione è un rischio pericoloso per il nostro Paese. La responsabilità è la prima necessità», afferma la direttrice del Mart. E mentre Alberto Mingardi, direttore generale dell'istituto Bruno Leoni,  invita a riflettere non tanto su come attrarre risorse, ma come innovare e rispondere alle esigenze di un mercato della produzione culturale, Baratta in chiusura salva del testo il riformismo, apprezzandone quel metter in guardia da un Welfare State che promuove, come sua degenerazione finale, «la cultura come stazione termale del benessere della società».

Frattanto nelle sale attigue la sezione Restauri Aperti illustra «Il barocco da restaurare» nella chiesa dei Gesuiti e il work in progress di Ca' Corner della Regina, oggi sede e proprietà della Fondazone Prada: cronistoria, quest'ultima, d'una rinascita da archivio dell'Asac (di cui era sede dal 1975) a nuova veste espositiva. 

E a fine giornata, l'incontro dedicato ai cantieri d'innovazione tra pubblico privato, tutto si riassume nelle parole della soprintendente Renata Codello: «La forza di un progetto è quella d'innesacare meccanismi anche di natura economica», afferma citando esempi felici di dialogo con i privati come il recupero di Punta della Dogana (oggi data in concessione per 99 anni alla Fondazione Pinault). «Questa crisi apre frontiere diverse e la necessità di azioni minimali, attente e ripetibili».

Da segnare in agenda per domani, sabato 24: Il meeting della cultura delle Venezie (ore 10), la presentazione dell'VIII Rapporto annuale di Federculture (ore 15.30), i seminari dedicati ai restauri di Palazzo Papadopoli (ore 17.00) e The Gritti Palace (ore 18.30).

Veronica Rodenigo , edizione online, 23 novembre 2012



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