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Vernissage

La collezione personale dell'artista

Memento Hirst: «Ho un teschio in testa»

La Vanitas è uno dei fili conduttori delle passioni dell’artista inglese, che spazia dagli YBA a Picasso

Dalla collezione privata di Damien Hirst: «Dodo (Raphus cucullatus)» (2002) di Nick Bibby. © the artist, courtesy Gallery Pangolin, Steve Russell, courtesy Gallery Pangolin, Courtesy Murderme"

Damien Hirst, la cui recente retrospettiva alla Tate Modern ha attirato un numero record di visitatori, si prende una pausa dalle luci della ribalta per occuparsi dietro le quinte della mostra «Freedom not Genius», aperta alla Pinacoteca Agnelli di Torino dal 10 novembre al 10 marzo, che propone opere dalla collezione privata dell’artista, provocatoriamente intitolata «Murderme», un calembour tra «murder», omicidio e «moderno».
La mostra, spaziando da opere dei suoi amici Young British Artists ai maestri dell’arte moderna inglese, e alle Vanitas del XVII secolo, offre un’anteprima di quello che il pubblico troverà nel museo di Hirst, che aprirà a Vauxhall, nella zona sud di Londra, nel 2014. Hirst ha dato carta bianca a Elena Geuna, curatrice della mostra, per muoversi tra i 2mila pezzi della sua collezione, con una selezione finale di 100 opere di 50 artisti.
L’interesse dell’artista per la condizione mortale dell’uomo si riflette in «Memento mori», una sezione della mostra nella quale, tra le altre opere, è esposta «Reduced in a Circular Formation», una scultura di un teschio realizzata nel 2005 da Angus Fairhurst, amico di Hirst e suo collega Yba morto suicida nel 2008.
«Animal Life» è un’altra sezione, con opere come «You Will Never Forget Me» (2007), il gatto imbalsamato di Colin Lowe, che ricorda le opere di Hirst in cui gli animali sono protagonisti. Sono allestite anche le opere storicamente più significative della collezione, a firma Alberto Giacometti, Mario Merz, Bruce Nauman, Richard Prince, Peter Blake, Richard Hamilton e Francis Bacon, il preferito di Hirst, accanto a lavori di una generazione più giovane di artisti come Banksy, Tracey Emin, Sarah Lucas, Rachel Whiteread e John Currin. Il brano che segue è tratto da un’intervista tra la curatrice e Hirst, pubblicato in catalogo.
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Ti ricordi perché hai cominciato a collezionare arte?
È cominciato tutto perché volevo entrare nella mente dei collezionisti delle mie opere. Mi sono ricordato che anch’io una volta collezionavo cose, e ho pensato che c’erano persone che compravano i miei lavori e mi sono chiesto che effetto facesse. Volevo capire. Avevo anche guadagnato un po’ di soldi e avevo amici artisti che invece non guadagnavano e che mi chiedevano prestiti. Non mi piaceva l’idea di prestare loro dei soldi, perché pensavo che forse non sarebbero riusciti a restituirmeli e che questo avrebbe creato tensione nel nostro rapporto di amicizia. E allora ho pensato che potevo comprare dei loro lavori, visto che potevo permettermelo. Così, invece di scambiare opere con gli amici, mi sono ritrovato a comprarle e senza rendermene conto ho finito per comprare un Picasso (...).
E così sei diventato un vero collezionista.
Credo che ci sia stato un periodo in cui compravo cose che non mi potevo permettere, ed è pericoloso (...).
Nella mostra c’è una sala dedicata al memento mori, un tema ricorrente nella tua collezione. Ti ricordi quando i teschi hanno incominciato ad affascinarti?
Ricordo che a scuola avevo in classe un teschio per la copia dal vero. C’erano dei pezzi di legno e qualche stampo di gesso, e un teschio. Mi attraeva il teschio e lo disegnavo, e da adolescente lo prendevo in mano e pensavo: «Una volta questo era un essere vivente». Lo guardavo per una decina di minuti e cercavo di immaginare chi potesse essere quella persona. Non si riesce a collegare un teschio alla persona, ma per un attimo fuggente sentivo la persona e poi la sensazione spariva. E ricordo di aver pensato che si trattava di una cosa stranissima e non ho mai smesso di pensare che non era possibile farlo (...).
La collezione Murderme continua a crescere. La esporrai nella galleria che hai intenzione di aprire a Londra?
Sì, in tutte e due le gallerie, quando saranno pronte, a Londra e nel Toddington Manor, in Gloucestershire (...).
Una volta hai detto che una collezione è come la mappa della vita di una persona. Che genere di persona ha formato la collezione Murderme?
Penso che spetti ad altri dirlo. Credo abbia a che fare con me, con quello che mi piace o non mi piace, con i miei desideri, le mie paure... Mi sembra chiaro che non ho paura del buio.
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Ermanno Rivetti, da Il Giornale dell'Arte numero 325, novembre 2012


  • «Clownskull (Vulgaris)» (1990-93) di Vik Muniz © Vik Muniz/VAGA, New York/DACS, London 2012. Courtesy Murderme
  • «Happy Family» (1870 ca) di Walter Potter. Photo Prudence Cuming Associates, Courtesy Murderme
  • «Nature morte au crâne et au pot» (1943) di Pablo Picasso © Succession Picasso/DACS, London 2012; Photo Prudence Cuming Associates
  • Dalla collezione privata di Damien Hirst: Richard Prince, «Hurricane Nurse»
  • «A Cheap and III - Fitting Gorilla Suit» (1996) di Angus Fairhurst. © The Estate of Angus Fairhurst, courtesy Sadie Coles HQ, London
  • Damien Hirst. Photo Anton Corbijn

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