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Prima indagine nazionale per catalogare i principali problemi delle città italiane. 5° puntata

Venezia contro Venezia, tra splendore e degrado

Una città sempre più votata all’arte contemporanea attrae fondazioni e mecenati privati, con il rischio di trascurare le proprie glorie del passato. E così a soffrire sono soprattutto i musei statali. Sullo sfondo, la mancanza di una visione e di progetti concreti su che cosa la città possa essere

Turisti sul Ponte di Rialto a Venezia

Venezia. Da tempo Venezia non è più una città normale. Travolta dalla sua spettacolare, fragilissima bellezza viene calpestata da 24 milioni di turisti all’anno, forse più. È un’invasione che la consuma e ne stravolge il senso. Pietre e canali decadono lentamente mentre si producono ricchezza, cultura, magnifici restauri, incredibili opportunità tra rischi crescenti.
Il cardinale Scola, fino a un anno fa Patriarca di Venezia, denunciava il pericolo di una «deriva antropologica» della città: lo ricorda oggi il direttore della Fondazione Cini, Pasquale Gagliardi: «Se la lasciamo in preda al mercato si svuota degli abitanti e si riempie di turisti. Diventa un “parco tematico” da visitare». La città è già «il più grande affare turistico del pianeta». I residenti sono 59mila, una piccola realtà che vive (bene) con il turismo che ne fa una comunità chiusa, anomala, divisa in corporazioni che difendono i propri interessi, restìa ai cambiamenti.
Il sindaco Giorgio Orsoni, rifiuta questo quadro: «La città è viva, ci sono anche 20mila persone che hanno casa a Venezia, molti stranieri, 30mila abitanti delle isole, 20mila studenti universitari, 15mila pendolari che ogni giorno vengono qui a lavorare. In Laguna siamo sempre almeno 150mila oltre ai 60mila turisti».

Tante minacce all’immagine della città
Per ora, questa strana città sopravvive in equilibrio precario, ma incombono minacce che rischiano di ferirla a morte. La prima è l’inaccettabile passaggio delle grandi navi da crociera a pochi metri da Palazzo Ducale, nel bacino di San Marco e lungo il canale della Giudecca, verso il porto. Immensi colossi di 300 metri e 100mila tonnellate profanano la città monumentale, danneggiano i fondali sabbiosi, mettono a rischio i tesori d’arte sfiorati. Contro questo traffico che porta in città oltre 2 milioni di turisti, circa 90 meganavi all’anno, protestano Venezia e il mondo. A marzo, dopo il naufragio della Costa Concordia, un decreto del Governo ha vietato il passaggio delle navi a meno di due miglia dalle coste: un decreto che non vale a Venezia dove quel «no» alle navi oltre le 40mila tonnellate è subordinato alla possibilità di accesso al porto per altra via, che per ora non esiste. Si è formato un coordinamento di diversi comitati «No navi» che ha raccolto oltre 13mila firme. Si moltiplicano manifestazioni e appelli al Governo. Non basta: «Allo straordinario, inaudito privilegio che viola il cuore della città, se ne aggiunge un altro: mentre tutte le merci che entrano in porto pagano un dazio, i turisti non pagano nulla», spiega infatti Antonio Foscari, professore di Istituzioni di storia dell’architettura allo Iuav, figura storica della cultura veneziana. «Queste navi sono un’alterazione estetica enorme, un fatto surreale. Difficile intervenire perché Bacino di San Marco e Canale della Giudecca sono demanio marittimo, il sindaco non ha strumenti operativi». Manca una soluzione condivisa. Le ipotesi: far entrare le navi dal porto di Malamocco per il canale delle petroliere, da tempo contestate per danni e inquinamento alla Laguna; scavare un nuovo canale; far approdare le navi a Marghera, come pensa lo stesso sindaco. Sono in gioco forti interessi: l’attuale stazione marittima è nuova e funziona bene; spostarla comporterebbe grossi investimenti. Del problema si stanno occupando Demanio, Magistrato delle acque, Comune. Quanto tempo ci vorrà?
L’altra minaccia è un immane incubo architettonico: il Palais Lumière un grattacielo alto 250 metri a Marghera (sarebbe il più alto d’Italia). Un «dono a Venezia» del novantenne re del lusso Pierre Cardin disposto a investire quasi 2 miliardi di euro: 60 piani di abitazioni e uffici. L’immagine di Venezia sarebbe alterata per sempre dall’anomalo skyline. Indignata Italia Nostra, Salvatore Settis parla di umiliazione per Venezia. Per di più il grattacielo, alto ben 140 metri più del campanile di San Marco, secondo l’Ente dell’aviazione civile sarebbe illegale  perché supera di oltre 100 metri i limiti di altezza imposti dalla legge. Assai prudente il sindaco Orsoni: «La torre è lontana, oltre dieci chilometri da Venezia: è un’opportunità. Sarebbe poco accorto dire “no” a priori a un investimento di questa importanza. Per le zone industriali di Marghera potrebbe essere un inizio di riconversione, favorendo anche lo spostamento a Marghera delle grandi navi. Da anni il Comune ha indicato quella zona per l’ espansione della città. Dall’iniziativa verrebbe un beneficio pubblico, compresi gli oneri di urbanizzazione, di quasi 400 milioni per le infrastrutture». Ma resta molto forte l’opposizione alla torre, vista come prova della svendita dell’immagine di Venezia. «Queste “opportunità” dimostrano l’enorme capacità attrattiva della città, ma sono vissute come minacce anche perché non fanno parte di un piano generale e sono in contrasto con la logica difensiva delle corporazioni, che per prime si ribellano. Lo status quo, spiega Foscari, è di tale vantaggio che ognuno vede un rischio in ogni cambiamento».
Un’altra minaccia viene dal Fondaco dei Tedeschi, un edificio medievale, presso Rialto, modificato nel Novecento. Lo ha comprato la Benetton da Poste Italiane per 52 milioni e vuol farne un centro commerciale su progetto dell’archistar Rem Koolhaas: 20 milioni per il restauro, 18 per l’allestimento. Sarà una «Rinascente». Erano previste scale mobili e terrazzo panoramico sul Canal Grande. La Soprintendenza ha bocciato questi interventi e si sta studiando una soluzione meno invasiva.
Ancora polemiche per il raddoppio di un vecchio albergo in piazzale Roma, accanto al ponte di Calatrava. Allarmanti travi in cemento incombono già sul Canal Grande.
Contro i giganteschi cartelloni pubblicitari che sfigurano luoghi simbolo di Venezia, continua ormai in sordina la protesta di tanti comitati (Venice in Peril e altri) che hanno condotto una decisa campagna internazionale. Ma il sindaco ricorda che proprio la pubblicità ha pagato tutti i restauri di Palazzo Ducale e del Ponte dei Sospiri: 2,8 milioni di euro. Restano i megacartelloni sulla Biblioteca Marciana e sul Museo Correr, in piena piazza San Marco invasa da turisti alla vana ricerca di un’inquadratura possibile per le loro foto. Intanto, intorno al campanile un’alta transenna nasconde da anni parte della piazza. Presto comincerà il restauro del Ponte di Rialto: anche qui saranno sponsor e pubblicità a pagare. Previsti un anno e mezzo di lavori per 5 milioni di spesa. Cartelloni contenuti a 120 mq, ma anche l’immagine di questo simbolo veneziano verrà compromessa.

La «renovatio urbis» di Paolo Baratta
Il cuore pulsante di Venezia è la Biennale, con le sue varie mostre e iniziative. È, più di sempre, il motore che dà a Venezia il suo appeal mondiale affiancata dalla ricchissima e complessa realtà dell’arte e della cultura veneziane. Al suo terzo mandato, il presidente Paolo Baratta parla del domani e propone una «visione» globale: «Quelli di Venezia sono problemi estremi ed evidenti, non tanto diversi da quelli dell’intero Paese. Siamo di fronte a un test molto difficile la cui soluzione dipende dalla capacità di mettere in moto energie e nuove concezioni dal punto di vista istituzionale, fiscale, economico. Tre i temi cruciali: primo, la gestione della Laguna, problema complesso che comporta costi addizionali. Sono oneri che Venezia non può affrontare da sola. Di questo deve farsi carico la comunità nazionale. È quindi necessario il ripristino di una Legge speciale per Venezia. Ci sono risorse dello Stato soltanto per il progetto del Mose, ma è una sciocchezza ridurre il problema alle sole paratie».
Seconda considerazione: «Venezia è spinta da forti pressioni verso una periferia della memoria. Deve far vivere soggetti che sappiano traguardare oltre la geografia locale. Posso testimoniare che il mio compito alla Biennale è sempre stato: essere a Venezia per dialogare col mondo. Non c’è altro futuro. L’alternativa è diventare periferia, una specie di fiera campionaria di vecchi e gloriosi prodotti. Il pericolo vero per Venezia è ridurre l’idea della cultura allo sfruttamento di un patrimonio e cioè una rendita da godere facendo attività turistica. Questo è il viale del tramonto della cultura, contro l’idea che la cultura è invece ricerca, conoscenza, innovazione che deve guardare al mondo».   
Il terzo problema è il turismo. «La città era un po’ viziata, dice Baratta. C’erano i soldi della Legge speciale che venivano spesi in città. Adesso il turismo è visto come qualcosa che deve essere promosso e poi tutti intorno a catturare i soldi dei turisti: bancarelle, negozianti, alberghi, ristoranti. Tutti riescono ad avere qualcosa dal turismo ma non Venezia, cioè lo “spazio fisico” ragione stessa del turismo. Com’è possibile che con tutto quel denaro non venga creato un fondo per la riqualificazione e il restauro del patrimonio, pubblico e privato della città? Chiamo “renovatio urbis” il processo contrario: dall’attività turistica devono arrivare sempre maggiori risorse per difendere il grande patrimonio che è il vero promotore dell’attività turistica. Il problema va posto rovesciando l’atteggiamento troppo passivo verso il turismo. Invade, ma è fonte di un reddito marginale che non produce grandi investimenti per la riqualificazione di Venezia, primo vero motore del turismo».
E qui Paolo Baratta sottolinea la funzione pilota della Biennale: «Sarebbe quella di potere, in tanti, partecipare allo sviluppo di strategia di “renovatio urbis” e sono contento di vedere nell’istituzione che presiedo un piccolo modello: insieme l’intervento pubblico e un soggetto che guarda al mondo, trova motivi per essere a Venezia, crea cose che il mondo riconosce importanti. Considero la Biennale un produttore di energia vitale. Il concetto di “renovatio urbis” comprende anche questo: raccogliere nuove energie per il rinnovamento della città».
La «renovatio» di Baratta ha di fronte una prima realtà preoccupante. Non solo la città fisica non si rinnova, ma il Comune non ha neanche i 100 milioni all’anno necessari per la sua manutenzione ordinaria. Così strutture pubbliche, case, palazzi, canali, ponti, calli e fondamenta sono avviati a un progressivo degrado. Contemporaneamente, però, un segnale positivo viene proprio dal Comune, che ha acquisito dallo Stato l’intero Arsenale: 35 ettari di strutture in parte abbandonate, in parte già usate dalla Biennale, il resto da restaurare e mettere a disposizione dei cittadini.  

Capitale dell’arte contemporanea
Accanto alla Biennale, una miriade di fondazioni e istituzioni hanno fatto di Venezia un grande contenitore d’arte sempre più internazionale. Accanto a quello di massa, è cresciuto un turismo più maturo attirato a Venezia dalla sua immensa offerta culturale. Concerti, conferenze, convegni, mostre. Nel 2011 si contano 1.820 eventi ufficiali. I musei maggiori sono 42, ma la città ne ha molti altri nei palazzi e nelle tante chiese che conservano antichi tesori. L’attenzione un tempo era rivolta a quel patrimonio, alla grande arte classica, dal gotico alle glorie del Settecento. Ma oggi tutto è cambiato. Antonio Foscari definisce quello che è accaduto come «il ribaltamento dell’iceberg»: Venezia è diventata una capitale dell’arte contemporanea.
A Palazzo Grassi e Punta della Dogana è nata la Fondazione Pinault; è arrivata la Fondazione Prada che, tra le polemiche sulla svendita del patrimonio pubblico, ha acquistato dal Comune e sta restaurando (una mostra importante è già aperta) Ca’ Corner della Regina sul Canal Grande, accanto a Ca’ Pesaro e al suo Museo d’Arte Contemporanea. Alla Fondazione Cini si sono aperti nel 2012 nuovi spazi di esposizione «Le Stanze del Vetro»; per il contemporaneo la Fondazione di Venezia ha la Casa dei Tre Oci alla Giudecca, le cui attività sono concentrate alla fotografia; ci sono la Fondazione Vedova nei Magazzini del Sale trasformati da Renzo Piano e in piazza San Marco la Fondazione Bevilacqua La Masa, con mostre del contemporaneo; infine la consolidata realtà della Peggy Guggenheim Collection. Una costellazione sorta intorno alla Biennale, cardine e volano del sistema dell’arte veneziana.
La soprintendente ai Beni architettonici Renata Codello fa notare che negli ultimi 10 anni a Venezia sono sorte 35 importanti architetture contemporanee: cita Carlo Aymonino, Cino Zucchi, Santiago Calatrava, Mario Botta con l’auditorium della Querini Stampalia, Michele De Lucchi alla Fondazione Cini, l’ampliamento del cimitero monumentale di David Chipperfield, Punta della Dogana di Tadao Ando per la Fondazione Pinault.

Le istituzioni private
Tra le più amate istituzioni veneziane è il museo della Peggy Guggenheim Collection, diretto da molti anni da Philip Rylands. È il terzo museo veneziano per numero di visitatori dopo Palazzo Ducale e Museo della Basilica di San Marco. «Nel 2011, anche grazie al successo della Biennale d’Arte, abbiamo avuto il nostro record di incassi e 370mila visitatori», ricorda Rylands, sottolineando che la collezione, centrata sugli anni dal ’50 al ’70 del Novecento, si arricchisce di continuo con nuove donazioni. «Abbiamo ricevuto un lascito da una signora americana: 83 opere che si integrano perfettamente con la nostra collezione e che presenteremo in ottobre».
La Fondazione Cini è l’altro polo d’eccellenza della cultura in Laguna. Con la direzione di Pasquale Gagliardi c’è stato negli ultimi anni un salto di qualità. Nel 2001 la Fondazione aveva ottenuto 30 milioni di euro dalla vecchia Legge speciale per Venezia per restauri e manutenzione dell’isola di San Giorgio: ha restaurato l’antica biblioteca, la nuova Manica Lunga, con i suoi 300mila volumi (3 milioni di euro), ristrutturato una residenza destinata agli studiosi con 60 stanze (8,5 milioni di euro) e aperto da poco uno spazio che per dieci anni ospiterà mostre temporanee sulle opere dei maestri del vetro.
Una funzione particolare svolge la Fondazione di Venezia, di origine bancaria. Ha deciso di finanziare un progetto innovativo, ma a Mestre: il Museo del 900 M9. «Di fronte a Venezia con i suoi 42 musei, Mestre non ne ha neanche uno, mentre vive il degrado della crisi industriale», spiega il direttore della Fondazione Fabio Achilli. «Grazie al nuovo edificio museale e al restauro di un antico convento, M9 contribuirà alla rigenerazione urbana del centro di Mestre. Sarà un museo nuovo, a fruizione altamente tecnologica, dedicato a tutto ciò che è accaduto nel ’900. Parlerà di industrializzazione e di lotte operaie, dunque anche di Mestre». M9 sarà un laboratorio culturale in cui rappresentare, studiare e riflettere sulla modernità e sulla contemporaneità. Macchina redazionale in continua evoluzione, proporrà esposizioni interattive dedicate alle trasformazioni del XX secolo, mostre temporanee, attività didattiche, una ricca programmazione nell’auditorium e nella mediateca.
Passato il tempo dei successi di Palazzo Grassi e delle sue grandi mostre con la gestione Fiat, l’arrivo della Fondazione Pinault, che ha conquistato anche Punta della Dogana, aveva suscitato forti sospetti sulla trasparenza dell’operazione: proprietario della casa d’aste Christie’s e collezionista d’arte contemporanea, si diceva che François Pinault fosse interessato soprattutto alla ricaduta commerciale di quegli investimenti. «L’unico modo di rispondere a quei dubbi sono i fatti. Più passa il tempo, dice Martin Bethenod, dal 2010 alla guida della Fondazione, più diventano chiare la qualità e la serietà della nostra azione». Dopo i primi anni difficili, e con l’apertura di Punta della Dogana, oggi i visitatori sono in aumento, oltre 300mila nelle due sedi. Certo non bastano a finanziare la costosa Fondazione: «Una parte dei costi viene coperta dai biglietti, dai cataloghi eccetera, spiega Bethenod. La differenza viene coperta personalmente da Pinault. L’immagine di Venezia non è mai stata tanto forte in campo internazionale e abbiamo una visibilità che soltanto questa città può offrire». Accanto a Palazzo Grassi sorgono nuovo impalcature e gru: Pinault sta restaurando il teatrino dietro a Palazzo Grassi, chiuso dal 1983 (vedi articolo a p. 10). Il progetto è di Tadao Ando. «L’inaugurazione è per la Biennale del 2013, dice Bethenod. Sarà la nostra apertura culturale alla città, uno spazio per conferenze, laboratori, cinema, concerti». 

Il sistema dei musei pubblici
Assai meno florida la situazione dei musei della tradizione a cominciare da quelli statali. La fine dei restauri e l’apertura di tutte le Gallerie dell’Accademia, con le famose collezioni di arte veneta, è ancora lontana. Renata Codello, che cura la parte nuova del progetto al piano terreno, compresi bookshop e spazi per mostre, nega vi siano gravi ritardi: «Un anno, spiega, dovuto a un ritardo dello Stato, e siamo nel rispetto del budget previsto. Abbiamo completato il 95 per cento dei lavori: ne restano per 1,147 milioni di euro, che già abbiamo. Quello che manca è il pagamento di 1,350 milioni dovuti direttamente dallo Stato alle imprese. Molte sale sono già pronte. Il progetto di Tobia Scarpa prevede perfino i ganci per i quadri. Il costo totale dell’ampliamento è di 25,7 milioni di euro, compresi climatizzazione e parziale adeguamento degli impianti. Avremo quasi un raddoppio della superficie totale, circa 12mila mq. È un cantiere pilota che ha dimostrato possibile un innesto del contemporaneo sulla struttura antica».
Alla soprintendente speciale al Polo Museale veneziano spetta invece il compito di sistemare la parte «storica» delle Gallerie dell’Accademia. Giovanna Damiani è a Venezia da un anno e mezzo: «Nel 2013 dovremmo avere l’inaugurazione della parte nuova, affidata a Renata Codello. Resteranno da sistemare parte dell’illuminazione, tende, grafica, adeguamento dei colori delle pareti alle opere. Adesso sono di un bianco assoluto. Prima dell’estate cominceranno i restauri della parte storica. Abbiamo avuto 2 milioni dal Ministero per i Beni culturali a fine 2011 e in primavera altri 7 milioni di fondi Cipe. I tempi sono serratissimi e tutto dovrebbe essere pronto per il 2015». Dunque altri tre anni di attesa se non ci saranno problemi. La stessa Damiani teme che i finanziamenti non siano del tutto sufficienti. Si vedrà.
Qualcosa è stato fatto anche per gli altri musei statali: alla Ca’ d’Oro la climatizzazione è pronta; Palazzo Grimani, magnifico spazio per mostre, restaurato e riaperto a inizio 2009, è fuori dai grandi flussi turistici. «Ma in un anno e mezzo, dice la Damiani, abbiamo triplicato i visitatori. Siamo tra i 50mila e i 70mila. A ottobre presentiamo il restauro della grande pala di Tiziano danneggiata nel 2010 dall’incendio nella chiesa della Salute».
La situazione finanziaria della Soprintendenza speciale è incerta. «Non siamo autosufficienti, spiega Giovanna Damiani. Le previsioni di bilancio per il 2012 danno una spesa di circa 4 milioni con un incasso di 1,7 milioni di euro. Dal prossimo anno non sappiamo che cosa succederà.. Come Polo Museale dovremmo fare da soli, ma è sempre più difficile sopravvivere nel mare di offerte culturali veneziane, anche perché questa sta diventando una città di arte contemporanea» .
La Fondazione Musei Civici Veneziani è una grossa realtà del Comune con una rete di 11 musei (dall’archeologia al vetro, dai merletti all’arte contemporanea), che sta uscendo da un periodo confuso e di grave declino di idee e di progetti. Un nuovo presidente, Walter Hartsarich, esperto in amministrazione, e soprattutto una nuova direttrice, Gabriella Belli, rappresentano la svolta. La Belli è arrivata a dicembre 2011 dopo una lunga esperienza di successo alla direzione del Mart di Rovereto. «Il mio programma, dice, deve essere ancora pienamente realizzato. Primo: i nostri 11 musei sono sparsi e divisi. Dobbiamo collegarli strettamente e rilanciarli puntando soprattutto sul Correr e su Ca’ Pesaro che si sta arricchendo di nuove opere. Poi, intendo riprendere e rinnovare i nostri rapporti internazionali e la funzione centrale delle grandi mostre al Museo Correr. Gli ambienti erano sacrificati così ci siamo allargati guadagnando più di 300 mq di spazio». Dopo la mostra in corso su Francesco Guardi (fino al 6 gennaio), per l’anno prossimo Gabriella Belli annuncia quella su «un Manet poco conosciuto, un Manet “veneziano”: il cuore della mostra sarà l’influenza sulla sua pittura di Venezia e dell’arte rinascimentale italiana». Oggi i Musei Civici sono autosufficienti: un incasso di 24 milioni nel 2011 con un attivo di circa 1 milione. Merito anche della sicura rendita di Palazzo Ducale, quasi 1 milione e mezzo di visitatori, che copre oltre il 60% del budget della Fondazione.

Per i restauri una rete di mecenati
Senza una rete di mecenati riuniti in 24 comitati, perlopiù veneziani che vivono e raccolgono soldi all’estero (in America, Francia e tanti altri Paesi), le Soprintendenze, in povertà, non potrebbero restaurare nulla. Una rete poco nota, la più estesa e consistente d’Italia. Sono riuniti sotto la presidenza di Umberto Marcello del Majno, a capo degli Amici dei Musei veneziani che coordina tutte le iniziative concordate con Soprintendenze, Curia, direttori dei musei. Qualche esempio: il Comitato francese ha pagato per il restauro delle prime 8 stanze dell’ala napoleonica di Palazzo Reale (800mila euro) mentre si lavora su altre 7. Restaurata anche la sala del capitolo della chiesa di San Salvador, la «Pala Pesaro» e la «Madonna dell’Assunta» di Tiziano ai Frari. Save Venice ha appena restaurato con 500mila euro la «Sala dell’Albergo» alle Gallerie dell’Accademia. In tutto, negli ultimi 5 anni, i Comitati hanno donato per i restauri a Venezia 6,55 milioni di euro.
Intanto il sindaco Orsoni mette a punto lo statuto della nuova «Venezia Città Metropolitana» che entro pochi mesi accompagnerà la revisione della struttura delle Province. «Sarà il momento della svolta, afferma Orsoni. Dobbiamo mettere da parte ogni campanilismo di quartiere. C’è chi vorrebbe le glorie del vecchio Leone solo per Venezia, chi la terraferma agganciata alla città. Il futuro è in uno sviluppo più ampio. Venezia non è Venezia senza la Laguna, non può fare a meno di uno sviluppo unitario insieme con gli enti locali. Dobbiamo mettere in rete la città con il resto del territorio e quindi gestire meglio anche la pressione del turismo, la nostra grande industria».
Le puntate precedenti:

Bari, città senza musei
Firenze, si naviga a vista
Napoli, la normalità dell'emergenza
Roma. Una volta era la città eterna

Dai nostri inviati Edek Osser e Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 324, ottobre 2012


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