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Firenze, si naviga a vista

Tra tante meraviglie, molti musei sono semideserti, trascurati dai cittadini e sconosciuti ai turisti, non c’è un museo d’arte contemporanea e (accusa più grave) manca una politica della cultura, troppo spesso asservita alle esigenze del turismo

Matteo Renzi

Firenze. Cinquanta musei: venticinque statali, sette comunali oltre a quelli della Curia, alle raccolte private e poi chiese, cappelle, oratori, palazzi, giardini monumentali e strade antiche, piazze, monumenti. Firenze è uno spreco di meraviglie, in gran parte sconosciute e trascurate dagli stessi cittadini, sfiorate senza coscienza dai turisti che si concentrano sui due più famosi: Uffizi e Accademia. Qualcosa non funziona. Molti di quei musei sono semideserti, non c’è un museo d’arte contemporanea e l’accusa più grave: manca una politica della cultura.
Qual è la subdola malattia che affligge la città e la rende scontenta? Che cosa serve a Firenze, simbolo universale della bellezza e dell’arte, sogno di una cultura immortale, culla del Rinascimento e dei tanti famosi luoghi che lo rappresentano? Troppi tesori senza uno scopo?

Tutto per il turismo
Franco Cardini, fiorentino illustre, medievista apocalittico, dichiara: «Su Firenze pesa una eredità insopportabile», che la città non riesce evidentemente a digerire. «Risultato: frustrazione a tutti i livelli. Anche i turisti sono schiacciati da tanta storia, ne hanno una percezione insufficiente e questo vale anche per i fiorentini: il termine è “inadeguati”». Cardini elenca le occasioni perdute, il Maggio Musicale che ha perso la sua primogenitura, l’artigianato che anche qui arriva dalla Cina, i sogni inutili dei fiorentini (come quello del nuovo aeroporto), via Tornabuoni trasformata in una sequenza di negozi del lusso, semivuoti, uguali a quelli di Parigi e New York, le stesse firme, la stessa banalità. Una Disneyland senza tradizione. E ricordando «le occasioni perdute», parla di «cattive soluzioni, ridicole e conformistiche»: tutto per il turismo, «l’unica industria che ci resta». Si lascia trasportare da una fantasia orwelliana: «Mi chiedo se non sarebbe meglio che un megatiranno chiudesse in una immensa teca Firenze con tutto quello che ha di meglio, incredibili tesori intellettuali, artistici, di artigianato, perché gli abitanti possano viverli in pieno». Dalle immagini visionarie agli incubi del presente, per esempio l’azione del sindaco che concentra nelle sue mani anche l’assessorato alla cultura del Comune dove, secondo Cardini, «lo sfasciacarrozze Renzi è impegnato a cancellare le eredità altrui buttando via tutto. Così si finisce per concepire la vita della città come una immensa fatica di Sisifo. E allora non riusciamo più a fare “comunità”: questo Matteo Renzi l’ha capito. Dobbiamo imparare di nuovo a essere comunità. È un po’ patetico volere “gli angeli del bello”, risanare le strade sporche, ripulire le scritte sui muri. Bisognerebbe pensare a una grande Toscana, laboratorio dell’innovazione come un tempo».

La forza del brand
Firenze è insomma un caso a parte, non è una città grande ma un concentrato unico di possibilità culturali. Musei, turismo, istruzione. Tutto è legato a una cultura che manca di «visione». I fiorentini stessi non sanno che qui esistono 35 università e accademie americane, più che in qualunque città degli States: giovani attirati dall’incredibile «brand» universale di Firenze.
Sono quattro i centri strategici della cultura locale, collegati da accordi, presenze incrociate nei Consigli di amministrazione e solidi legami personali: il Comune, che da Palazzo Vecchio ha esteso la sua influenza sulla città anche con l’accordo del 2010 tra il ministro Bondi e il sindaco Matteo Renzi; il formidabile Polo Museale che gestisce i grandi musei (Pitti, Uffizi, Accademia, Boboli, Bargello, San Marco ecc.); il cuore finanziario, e non solo, è l’Ente Cassa di Risparmio, che da anni sovvenziona una serie di musei, restauri, iniziative e gestisce suoi spazi museali; cuore emergente della vitalità artistica e culturale fiorentina è infine la Fondazione Palazzo Strozzi, con grandi mostre e un’attività centrata anche sull’arte contemporanea. È evidente che da questo intreccio di poteri si governa il meccanismo che fa funzionare arte, cultura e turismo, sostanza dell’economia fiorentina.
La presenza più forte è quella dello Stato attraverso le varie Soprintendenze e soprattutto il Polo Museale fiorentino guidato da Cristina Acidini, soprintendente ai Beni artistici e storici con forme di autonomia gestionale e amministrativa. Governa un insieme straordinario di bellezze ma ha di fronte grossi problemi. «Il Polo fiorentino è un caso a sé, spiega, grazie al numero e all’importanza dei suoi musei. Ma il richiamo di questi luoghi è squilibrato. Nel 2011, a fronte di 1,76 milioni di visitatori degli Uffizi e a 1,25 milioni della Galleria dell’Accademia, si ha una progressiva discesa con gli altri musei. Quindi alcuni guadagnano moltissimo mentre altri non incassano un euro, anche perché sono gratuiti. Del resto sarebbe molto più costoso per il Polo far pagare il biglietto perché in alcuni musei la vendita non ripaga il costo del personale di biglietteria».
L’Accademia e soprattutto gli Uffizi restano meta obbligata del turista e la tendenza si rafforzerà con la progressiva realizzazione dei Nuovi Uffizi. A dicembre sono state aperte dieci salette dedicate alle scuole straniere, da Rubens a Goya. Il problema è il personale e la soprintendente è preoccupata. «Quest’anno sono andate in pensione 18 persone. Manca il ricambio e le collaborazioni esterne sono limitate. Vigilanza e custodia, per noi cruciale, è il settore più impoverito. Sarà necessario ripensare la sorveglianza, ci sono le videocamere che però non possono mai sostituire la persona. Si potrebbe pensare a una soluzione diversa: per esempio in alcuni musei modulare gli orari, aprire soltanto nelle ore centrali della giornata, come in tutta Europa». Davvero preoccupato è il neosoprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, Marco Ciatti, che dirige un luogo d’eccellenza assoluta per il restauro, famoso nel mondo. «Siamo angosciati pensando al futuro. Non possiamo sostituire chi va in pensione. Abbiamo 11 settori operativi, a seconda dei materiali. Per cinque di questi (oreficeria, mosaico, terrecotte, tessuti, arazzi) c’è una sola persona. Il rischio è il blocco del lavoro, l’interruzione delle conoscenze, la fine. Ci affidiamo a rari sponsor e pochi incarichi a contratto. Non ci sono i soldi per altro».
Dal punto di vista economico il Polo fiorentino è un’isola felice, la crisi generale di risorse pubbliche non l’ha toccato. Cristina Acidini è tranquilla: «Viviamo di risorse proprie, tranne il personale che viene pagato direttamente dal Ministero. Gli introiti del Polo superano i 20 milioni di euro, soprattutto da biglietti ma anche da donazioni, sponsor, royalties e altre fonti. Siamo in attivo e circa il 20% di questa somma è destinata a scopi condivisi tra Soprintendenza e Comune secondo l’accordo Bondi-Renzi del 2010». Prevede sinergie e condivisione di risorse a vantaggio del Comune. Appena eletto, Matteo Renzi ha tentato di scardinare i diritti di proprietà dello Stato su alcuni famosi beni culturali e ha lanciato una campagna puntando al David di Michelangelo. «Con la sua prontezza nel cogliere le situazioni, racconta la Acidini, Renzi ha capito che i beni culturali sono la cosa più importante di Firenze e quindi ha puntato a una maggiore condivisione delle scelte. L’accordo tra Comune e Mibac va in questa direzione». Per i primi tre anni, l’accordo prevede che il 20% degli introiti del Polo museale sia destinato ai lavori per i Nuovi Uffizi. Sono circa 4 milioni all’anno. «Se avessimo dovuto aspettare i fondi del Ministero ci sarebbero stati stop e ritardi. Così i Nuovi Uffizi sono finanziati dalle risorse generate dal Polo, anche a vantaggio della Soprintendenza per i Beni architettonici e del Paesaggio. Il completamento del progetto Uffizi, messo a punto nel 1998, è un obiettivo prioritario e spero che l’accordo con il Comune verrà rinnovato». Entro l’estate apriranno altre 10 sale dedicate al ’500 in Toscana. Il direttore degli Uffizi, Antonio Natali, è orgoglioso di annunciare che finora i lavori sono stati condotti senza chiudere il museo neppure un giorno, come invece avviene nella gran parte dei musei del mondo. Intanto è prossima l’inaugurazione della Tribuna degli Uffizi, gioiello della Galleria, restaurata con i soldi dei Friends of Florence, fondazione privata americana che dal 1998 raccoglie denaro negli Usa per sostenere l’arte a Firenze. In questi anni ha donato circa 5 milioni di euro. Tra l’altro, ha finanziato gli studi per il restauro del «Ratto delle Sabine» del Giambologna nella Loggia dei Lanzi, i «Prigioni» di Michelangelo, la sala della Niobe agli Uffizi e ora la Porta del Paradiso di Ghiberti. Restaurati anche gli affreschi del Perugino nella sala capitolare di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. La presidentessa, Simonetta Brandolini, italo americana entusiasta, che si dedica da anni a questa «missione» volontaria, spiega che negli Stati Uniti la fondazione ha più di 3mila soci e ciascuno versa una quota annua di mille dollari per Firenze città «globale», simbolo di bellezza e cultura universali. I mecenati americani detraggono dalle tasse le donazioni. Lo Stato italiano punisce invece i Friends of Florence con una tassa sadica e autolesionista: dal 2005 i lavori per il restauro di tanti preziosi beni statali vengono tassati con l’Iva al 21%. Firenze vanta anche altre associazioni volontarie. Gli Amici degli Uffizi, presieduta da Maria Vittoria Rimbotti, è la più numerosa d’Italia, 7mila soci. Oggi finanziano con 140mila euro gli studi preliminari sull’«Adorazione dei Magi» di Leonardo in vista di un restauro. Lamentano l’assenza di grandi aziende tra gli sponsor dell’arte, se non per restauri che promettano forti ritorni di immagine. Gli Amici degli Uffizi si affidano ai privati che non chiedono visibilità. Ogni anno, a dicembre, regalano agli Uffizi una mostra.

Il valore dei soldi
Il principe mecenate resta l’Ente Cassa di Risparmio. Ha da tempo un ruolo primario anche se la crisi ha ridotto i suoi interventi. Dimezzati quelli al Polo Museale: quest’anno appena 472mila euro. L’Ente Cassa permette la sopravvivenza dei musei Horne e Stibbert, gioielli trascurati dai visitatori: 65mila euro ciascuno. «Siamo concentrati su iniziative che siano anche in grado di generare ricadute positive sulla città, spiega Jacopo Mazzei, presidente dell’Ente Cassa. Sosteniamo piccoli e grandi musei anche fuori Firenze». Due gli impegni cardine dell’istituzione: la Fondazione Palazzo Strozzi e il futuro Museo del ’900. Per il museo i lavori sono in corso nella sede dell’ex convento delle Leopoldine in piazza S. Maria Novella. Un magnifico edificio rinascimentale che accoglierà collezioni finora mai viste della Regione e del Polo Museale. L’impegno finanziario dell’Ente è di 5,6 milioni di euro. L’altra iniziativa è la Fondazione Palazzo Strozzi. «Cinque anni fa abbiamo rilevato una “azienda” in pratica fallita. Sono tra i creatori della Fondazione, dice Mazzei, che oggi è indipendente e produce qualità. Il nostro Ente contribuisce con un milione all’anno, la Cassa di Risparmio di Firenze con 400mila euro. Altri 2,3 milioni vengono da privati, 2 milioni dalle istituzioni pubbliche. Lo sponsor “Associazione Palazzo Strozzi” raccoglie più di un milione all’anno».
Oggi Palazzo Strozzi è centro vitale di iniziative e di grandi mostre. Ne è direttore generale James Bradburne, architetto, designer e museologo anglo-canadese con ampie esperienze internazionali. «A Firenze ogni giorno ci sono eventi, però manca un’ informazione visibile su quello che accade in città. Non esiste un calendario condiviso online e molti hanno proposto al Comune di crearlo. Aiuterebbe tutti e non costa nulla. Qui, nel cortile c’è un monitor con tutto quello che sappiamo e facciamo. La nostra è una programmazione triennale. Comunichiamo tutto con grande anticipo». Alla Fondazione partecipano i privati, presieduti da Ferragamo, sponsor come l’Ente Cassa di Risparmio e Bank of America, e le istituzioni: Comune, Provincia, Regione, Camera di Commercio. «Il nostro scopo, spiega Bradburne, non è fare mostre. Non dobbiamo rispondere alla domanda banale: perché venire a Firenze? Ma a quella meno scontata: perché tornarci e rimanere più a lungo? Non ci rivolgiamo al turista normale. Vogliamo che chi torna viva la città come cittadino e che i fiorentini stessi la vedano in modo diverso: non soltanto quella del Rinascimento, ma anche dell’800, del Futurismo, della modernità. Questo palazzo è una piattaforma per rivedere e sperimentare Firenze».
La struttura della Fondazione è minima: 13 persone. La spesa per le grandi mostre varia da 1,8 a 2,4 milioni di euro. Il denaro arriva alla Fondazione da tre fonti: 39% dai privati, 35% da finanziamenti pubblici, 26% dai biglietti (dati 2011). L’investimento totale nella Fondazione è stato di circa 8 milioni di euro. È stata commissionata una ricerca per conoscere la ricaduta economica dell’attività di Palazzo Strozzi sul territorio toscano: ben 34 milioni di euro. Dunque un rapporto di 1 a 4.

E il contemporaneo?
A Palazzo Strozzi è attivo anche un centro di cultura contemporanea, «La Strozzina»: «Facciamo mostre su grandi temi: ecologia, sistemi emotivi, arte contemporanea, spiega Bradburne. Tutte le nostre attività sono uno strumento per dialogare con Firenze». Quello dell’arte contemporanea è un buco nero nel panorama fiorentino. Da decenni si aspetta un museo che non è mai stato realizzato. Con finanziamenti del Comune, 85mila euro all’anno, della Regione e l’aiuto di privati dal 2009 in periferia funziona una struttura, la Ex3 Toscana Contemporanea, che ha prodotto 16 mostre e altri eventi. Rientra in un progetto di «museo diffuso» che il Comune sembra voler mantenere. Ma i soldi non bastano e l’iniziativa rischia di naufragare. Più solido appare il piano di un Osservatorio per le Arti Contemporanee promosso dal grande storico dell’arte Carlo Sisi e finanziato dall’Ente Cassa di Risparmio del quale Sisi è Consigliere d’amministrazione. Coinvolge diversi gruppi e associazioni. Sisi, per molti anni direttore del Museo d’Arte Moderna di Palazzo Pitti e oggi presidente del museo Marino Marini, è un critico severo: «Firenze è una città passatista. Manca una visione globale, un pensiero organico sulle strategie culturali. Anche questo è diventato un “non luogo” della cultura e i fiorentini sono soltanto ospiti, circondati da bellezze delle quali non sanno nulla: godono di una eredità che non conoscono. Firenze è un negozio di luoghi eccelsi di deportazione turistica, una vetrina devoluta al turismo, senza autocoscienza. I fiorentini non frequentano “luoghi”, hanno sempre visto “posti” senza valore culturale». Quello di Sisi è un grido di dolore. Denuncia l’isolamento degli abitanti, insiste perché sia reso loro possibile recuperare l’identità culturale perduta. Per questo, dice: «È necessario “distinguere i tracciati”, identificare i luoghi. I fiorentini vedono il Bargello, Palazzo Pitti, gli Uffizi non come luoghi del proprio mondo, ma come posti per gli altri, i turisti, gli estranei. Ecco perché bisogna recuperare gli itinerari della cultura non solo per i turisti ma per i cittadini. E poi, abbiamo una pletora di musei, ma si punta soltanto su quelli più affollati. È troppo facile vivere sugli Uffizi, sulla “Primavera” di Botticelli. Non si lavora sugli altri musei per attivare un rapporto con i cittadini, manca una leva che li faccia vivere. Mancano interlocutori nelle istituzioni. Navighiamo a vista. Il Viesseux non ha presidente, lo Stibbert è senza direttore, insomma il Comune non fa politica culturale: cerca lo scoop, l’episodio clamoroso, come la caccia a Leonardo dietro l’ affresco di Vasari a Palazzo Vecchio».
Nel Salone dei Cinquecento, da mesi giacciono abbandonate le impalcature servite a Maurizio Seracini, fiorentino trapiantato a San Diego (California), per cercare le tracce dell’affresco perduto della «Battaglia di Anghiari» di Leonardo. L’effetto mediatico c’è stato, la National Geographic Society ha girato il suo documentario. Si sono spenti, per ora, le proteste e gli appelli di intellettuali di tutto il mondo contro l’impresa. Renzi spera che le ricerche riprendano, mentre la National Geographic Society, sponsor dell’iniziativa, minaccia di tagliare i finanziamenti. La decisione è nelle mani del ministro Ornaghi, atteso a Firenze.
© Riproduzione riservata

Dai nostri inviati Edek Osser e Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 321, giugno 2012


  • Cristina Acidini
  • James Bradburne
  • Simonetta Brandolini
  • Firenze, facciata di Palazzo Strozzi
  • Firenze, Palazzo Pitti, Giardino di Boboli
  • Firenze, Accademia, Sala del Giambologna
  • Il cortile di Palazzo Strozzi, uno dei cuori della cultura fiorentina

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