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Dear Sir

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Il cognome di Giorgione

Quanto mai opportuna è stata la segnalazione su questo periodico (cfr. n. 310, giu. ’11, p. 2) della pubblicazione, da parte di Renata Segre (in «The Burlington Magazine» CLIII, June 2011, pp. 383-386), di un «rare document» la cui importanza sarebbe consistita nell’identificazione della famiglia di Giorgione. Che è un dato di fatto: ma non già in quanto l’avrebbe colta, come afferma la studiosa tratta in inganno da un’omissione nel documento ritrovato, in un improbabile casato Gasparini, ma perché conferisce indiscutibile e definitiva autorità a carte d’archivio ragionate nel catalogo della mostra (12 dicembre 2009–11 aprile 2010) dedicata da Castelfranco Veneto al quinto centenario della morte del pittore. Tali carte accertavano l’appartenenza al lignaggio Barbarella, già adombrato da fonti seicentesche mai prese sul serio. Si tratta di materiali emersi oltre un secolo fa dalle ricerche benemerite, ma irrise, di Giovanni Chiuppani tra gli incartamenti dei notai di Castelfranco e Asolo e da quelle, non meno encomiabili, condotte per la mostra tra i registri fiscali di Castelfranco da Giacinto Cecchetto. Che cosa ci narravano? Molte cose che qui riassumo (chi ne voglia leggere l’esposizione sistematica potrà ricorrere, nel catalogo della mostra, ai saggi di Cecchetto e del sottoscritto che amplierà l’esposizione dei dati nel numero di imminente uscita di «Studi Veneziani»).
Nell’anno 1493 l’Estimo di Castelfranco registra i nomi di una «Altadona e Zorzi suo fiol»: capofamiglia è la madre, ma l’attività artigianale è verisimilmente esercitata, quantunque minorenne, dal figlio ch’era nato dal matrimonio di lei con un «sier Johannes Barbarelus» il quale, con le qualifiche di «civis Castri Franchi», era ancora tra i vivi il 20 ottobre 1483, ma non più il 26 agosto 1489, quando, in un rogito con cui nomina suo procuratore un tal Francesco Fisoli, «domina Altadona» risulta esser vedova. In quell’anno stesso, alla data del 21 ottobre, la medesima torna a professarsi «relicta quondam sier Iohannis», del quale aggiunge la paternità: «quondam sier Gasparini» (cioè: «del fu sier Gasparino»). Si presentava innanzi al notaio per la vendita di un piccolo appezzamento di terra per realizzare la liquidità necessaria a trarre «Georgium eius filium ex carceribus in quibus positus est in civitate Venetiarum». Ma se, in altra sede, abbiam cercato di immaginare le ragioni della carcerazione, resta il fatto che il nostro «Georgius» poco più che fanciullo si trovava a Venezia: per apprendere l’arte pittorica? Comunque, il 20 settembre 1497, «Georgio quondam Iohannis Barbarella» appare nuovamente a Castelfranco dove sottoscrive, in qualità di teste, un atto di un notaio e tre anni dopo, il 30 settembre 1500, si presenterà al cospetto del veneto podestà della città castellana per dichiarare d’aver trasferito altrove sé e la propria attività e per chiedere di conseguenza di venir cassato dal novero dei contribuenti locali. I documenti qui sopra ricapitolati, di Giorgio di Giovanni di Gasparino Barbarella non precisano mai l’attività professionale esercitata, per cui il sospetto di una omonimia con il pittore Giorgio da Castelfranco che sarà detto Giorgione avrebbe continuato a narcotizzarne l’efficacia finché non fosse emersa una prova comunque risolutoria. Ed eccola, esibita dalla lettura corretta della carta che Renata Segre ha in ogni modo il merito d’aver ritrovato e messo a disposizione degli studiosi. Si tratta dell’inventario, redatto il 14 marzo 1511, su istanza di quel Francesco Fisoli che già avevamo incontrato accanto accanto ad Altadonna ma qui appare come erede di una altrimenti mai certificata «domine Alexandre» vedova di «sier Iohannis Gasparini» dei beni mobili lasciati dal defunto successore di quest’ultimo, il «quondam magister Georgius pictor», che aveva perso la vita nell’«hospitale Nazareth» (il Lazzareto Nuovo) di Venezia, dunque per peste, e che, ultra, troviam designato come «fili[us] dicti quondam sier Iohannis Gasparini». Dovrebbe risultar subito palese che l’estensore materiale del documento è alquanto sbrigativo e approssimativo, così da omettere davanti a «Gasparini» il «quondam» che lo avrebbe, immediatamente e correttamente, fatto riconoscere come patronimico, quale di fatto è (filius quondam sier Iohannis [quondam] Gasparini [Barbarella]), scongiurando il rischio di indurre a intenderlo come cognome: ch’è la trappola in cui cade, a dispetto della sua solida e riconosciuta esperienza di ricercatrice, Renata Segre. Del resto altre perplessità, che affronteremo in altra sede, solleva l’estensione materiale del documento. La più intrigante concerne l’attendibilità del nome Alessandra affibbiato alla vedova di Giovanni Barbarella che, contestualmente, non può esser la madre di Giorgio, figlio per l’appunto di quel Giovanni e messo al mondo da Altadonna, tant’è che la stessa Segre s’interroga, a un certo momento, se, per avventura, «Altadonna and Alessandra were the same person». Qui premeva chiarire come esso, nel momento in cui ribadisce le circostanze della morte per peste di Giorgione, garantisca la piena credibilità delle carte rinvenute dal Chiuppani e dal Cecchetto che non si limitano, ovviamente, a identificare il cognome e la famiglia (Barbarella) del pittore, e che dunque saranno molto utili agli studiosi.
Lionello Puppi, storico dell’arte

Lionello Puppi, da Il Giornale dell'Arte numero 312, settembre 2011


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