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Mari: «Il miglior designer è un vecchio contadino che pianta un bosco di castagni»

La copertina del volume

È piana e avvincente la narrazione in questo libro di Enzo Mari, quasi la rievocazione di una lunga storia forse conclusa, certo non pacificata: un’autobiografia intellettuale in forma di racconto che apre alla storia del design italiano e alle tante «utopie» che si sono intrecciate alla pratica professionale. Tre i maestri riconosciuti, Zanuso, Castiglioni e Sottsass. Molte le aspettative andate deluse. Il punto di vista è stabilito dall’oggi: da quella che per Mari è la morte del design, inteso come ricerca dell’essenziale, del semplice, dell’utile. Il processo, ai suoi occhi, ha grande importanza, più della soluzione. Può accadere a chiunque, dilettante o studente, di inventare una forma sorprendente e desiderabile, che cattura l’occhio. Ma questo è solo cattivo design, concessione al superfluo. «Quando mi chiedono chi è il miglior progettista che conosco, rispondo: un vecchio contadino che pianta un bosco di castagni. Non lo pianta per sé, ma per i nipoti». Un buon progetto allevia in primo luogo la pena della ripetizione: rende più gradevole l’attitivà di chi concretamente produce l’oggetto o le sue parti, snellisce la catena industriale, reintroduce felicità nel lavoro. «Il design si realizza per rispondere a determinati bisogni, i bisogni inerenti al lavoro di produzione sono più importanti degli altri». Considerata sotto questo profilo, la «bellezza» dell’oggetto è accessoria, o meglio si situa su un piano etico, modella la storia dell’oggetto e non la mera apparenza. Non abita le regioni dello sfarzo o dell’esibizione. La polemica contro il lusso orienta la riflessione di Mari, la colloca nella tradizione culturale e ideologica che è quella del marxismo critico del dopoguerra. Ma una diversa tradizione è pure in gioco, antica e austera, quasi un’antropologia: non a caso in apertura di racconto si rende omaggio ad artisti «costruttori» come De Chirico, Carrà, Sironi (in seguito Brancusi). Nel visitare la retrospettiva dedicata a Mari dalla Galleria d’arte moderna di Torino nell’autunno 2008, ricordo di essere stato colpito da una piccola fotografia di una colonna antica che il designer aveva inserito in bella vista all’interno di una sua installazione («Quale cultura», 1997-98, nella foto): un dettaglio sobrio ed elegante al tempo stesso, un motivo segretamente eroico (o come scrive lui stesso, «spartano»). La necessità sostiene l’ingegno progettuale, lo sospinge in direzioni che non premiano fatuità o ridondanza.

25 modi per piantare un chiodo, di Enzo Mari, a cura di Barbara Casavecchia, 178 pp., ill. b/n e colore, Mondadori, Milano 2011, e  17,50

Michele Dantini, edizione online, 11 agosto 2011


  • Enzo Mari, «Quale cultura», 1997-09. Torino, Gam, 2008

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