Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Mostre

Chieti, la joie de vivre di Haring invade il Museo archeologico

Keith Haring a Milwaukee, 1983, fotografia di Curtis L. Carter

Chieti. Il dialogo tra passato e presente è all’ordine del giorno in ogni ambito in cui si tenti di fare cultura: nelle università, nelle scuole, negli spazi museali, tra gli ideatori di mostre, nelle case editrici. E la sensazione è che il passato ne esca sempre in perdita: nonostante gli sforzi la bilancia pende inesorabilmente dalla parte del contemporaneo. Tutt’altro che un difetto di fabbrica, magari da addebitare a carenze culturali, la verità è che l’interesse dell’uomo è innanzitutto rivolto a quel che vive. C’è poco da fare: siamo supremamente attenti a quello che siamo, frutto, certo, di una tradizione millenaria. L’esperimento che da qualche tempo il Museo Archeologico La Civitella di Chieti sta tentando è dunque quello di una rinnovata sinergia tra passato, in questo caso più remoto che prossimo, e presente. Del resto, la straordinaria e giovanissima struttura museale, sorta nel 2000 sull’anfiteatro dell’antica città romana di Teate, si presta egregiamente al bisogno. Qualche mese fa, un’opera di Mimmo Paladino venne messa in rapporto con il principe-guerriero di Capestrano, una scultura del VI secolo a.C.
Oggi è la volta del murale che nel 1983 Keith Haring realizzò per il museo della Marquette University di Milwaukee, allora in costruzione. L’invito venne da Curtis Carter, curatore del museo, che, con straordinaria lungimiranza, scelse il giovanissimo e poco più che esordiente Haring per creare un’opera che annunciasse l’apertura della nuova istituzione. Si incontrarono a New York. Nonostante il Museo fosse disposto a rimborsare all’artista soltanto le spese del viaggio (vitto e alloggio compresi, si intende), Haring accettò con entusiasmo. Arrivò a Milwaukee con vernici e pennelli comprati in colorifici d’occasione nell’aprile dell’83, e creò un’opera che appare oggi il manifesto della Joie de vivre del suo tempo. E il riferimento a Matisse è tutt’altro che casuale. Si tratta infatti di 26 metri di staccionata dipinti su due lati, di un arancione vivo e vitale, contornato dal nero. Se da un lato ci sono i «babies» e i «dogs» cari all’imagerie di Haring, dall’altro si snoda una vera e propria danza, dove prendono posto tutti i pittogrammi che compongono il linguaggio figurativo dell’ artista, susseguendosi in un moto ondulatorio che fortemente ricorda il vitalismo della break dance, diffusissima nelle strade di New York all’inizio degli anni Ottanta. Enorme è la forza comunicativa trasmessa dai segni di Haring, energici e positivi. Per chi esce dalla mostra così emozionato non è difficile intuire che anche gli abitanti di Teate nel II secolo avanti Cristo potevano aver compiuto la stessa esperienza davanti ai frontoni dei loro templi, i cui frammenti sono oggi esposti nelle sale de La Civitella. Oltre alla rara opportunità di ammirare uno dei capolavori di Haring nella sua integrità, la mostra, promossa dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Abruzzo e dalla Soprintendenza Archeologica per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, sembra dunque offrire una grande opportunità di comprendere il nesso profondo tra passato e presente, cardini della persona e dell’arte.

Maria Cristina Terzaghi, edizione online, 7 agosto 2011


  • Murale della Marquette University, Milwaukee, Wisconsin, 1983, Fronte, uno dei pannelli
  • 01. Murale della Marquette University, Milwaukee, Wisconsin, 1983, Fronte, uno dei Murale della Marquette University, Milwaukee, Wisconsin, 1983, Retro, particolare della serie di dodici pannelli raffiguranti Baby and Dog
  • Keith Haring, Senza titolo, 1983, inchiostro su polistirolo, Haggerty Museum of Art, dono dell’artista
  • Keith Haring mentre disegna

Ricerca


GDA marzo 2020

Vernissage marzo 2020

Il Giornale delle Mostre online marzo 2020

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012