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Hong Kong

Se è di Warhol, i cinesi snobbano Mao

ArtHK appena passata al marchio Art Basel è ancora in rodaggio nonostante le new entry

L’installazione di Liu Wei «Don’t Touch», allestita ad ArtHK Courtesy Long March Space, Beijing / Foto George R. Waldren IV

Hong Kong. Le aspettative non potevano essere più alte prima della quarta edizione di ArtHK, svoltasi dal 26 al 29 maggio. Non solo il numero delle gallerie era aumentato da 155 a oltre 260, ma l’elenco aveva assunto un carattere più internazionale: Sprüth Magers di Berlino e Londra, Zwirner di New York, Yvon Lambert di Parigi e Victoria Miro di Londra erano tra i nuovi arrivati speranzosi di accedere al mercato cinese.
Solo due settimane prima dell’apertura della fiera ne era stata annunciata la cessione ai proprietari di Art Basel, la più reputata fiera del circuito internazionale. Ma la fiera non è riuscita a rispondere pienamente alle attese, dovendo fare i conti con i problemi derivanti dal suo riposizionamento, dal livello regionale a quello internazionale, prima che la sua base di collezionisti avesse completato la stessa transizione.
Inoltre la maggior parte dei mercanti sembravano tenere in serbo le loro cose migliori per Art Basel. Se prima dell’evento i galleristi sostenevano di avere aspettative realistiche («Sono qui per creare contatti», asseriva Monika Sprüth), al terzo giorno «tranquillo» non nascondevano la loro frustrazione. «Sta andando bene, ma potrebbe andare meglio. Abbiamo bisogno di calibrare le nostre aspettative», commentava Courtney Plummer di Lehmann Maupin. «Questo è un pubblico che compra, ma prima contratta e prende tempo», ha aggiunto. Al suo stand, un potenziale compratore asiatico cercava (senza successo) di spuntare uno sconto del 50%. Le gallerie di gran nome che proponevano artisti locali hanno fatto meglio con i collezionisti asiatici. Hauser & Wirth ha venduto un Bharti Kher, «An Eye for an Eye», (2011) a un collezionista di Pechino per 180mila euro; un’opera di  Yan Pei-Ming è stata ceduta da David Zwirner, così come lavori di Takashi Murakami da Perrotin . Le gallerie che avevano tirato fuori dei Warhol di tema asiatico (ce n’erano parecchie, Bruno Bischofberger in testa)  e che avevano portato gli enormi «Mao» del 1979, con un cartellino da 35 milioni di euro non sono state premiate. Quelle che invece  si erano sforzate di adattarsi alla cultura locale hanno ottenuto migliori risultati. Cheim & Read di New York, ad esempio, non solo ha fatto prendere lezioni di mandarino ai dipendenti, ma ha esposto i cartellini con i prezzi. «Qui amano la trasparenza, è una delle ragioni per cui le aste vanno meglio delle gallerie», affermava Adam Sheffer della stessa galleria, che vendeva uno degli ultimi lavori di Louise Bourgeois, «The Geometry of Pleasure (#4)», per 450mila euro a un collezionista pechinese.
Per il collezionista Don Rubell di Miami la rassegna, pur presentando «alcune opere di qualità», avrebbe avuto bisogno di «aggiungere un po’ più di gusto asiatico». Un aspetto che invece era percepibile nelle sezioni minori «Asia One» e «Art Futures», dove il livello dei prezzi era inferiore e favoriva vendite più veloci.

© Riproduzione riservata

Melanie Gerlis, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


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