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Basilea

È tornato l’oro nel Reno

Sold out in molti stand, prezzi e vendite alle stelle: secondo i galleristi, un’euforia del genere (forse l’effetto Biennale?) non si vedeva dal 2007 dalla redazione di «The Art Newspaper» ad Art Basel

Il monumentale Warhol nello stand di Bruno Bischofberger

Basilea. Mentre la 42a edizione di Art Basel, svoltasi dal 15 al 19 giugno, si calmava dopo la frenesia dell’anteprima per i vip, i galleristi non nascondevano l’ottimismo per il numero delle vendite e dei visitatori. Alcuni si spingevano a fare paragoni con i grandi giorni del mercato, quelli precedenti la crisi del 2008. «Abbiamo venduto opere su tutta la linea e ora siamo praticamente sforniti. Sembra di essere tornati al 2007», affermava Barbara Gladstone di New York. L’inaugurazione della fiera era così affollata che alcuni mercanti se ne sono lamentati: «Abbiamo avuto alcuni importanti collezionisti costretti ad aspettare 45 minuti mentre eravamo intenti a parlare con altre persone. La quantità non è importanza, qui abbiamo bisogno della gente giusta», dichiarava Andreas Gegner di Sprüth Magers. Ma se il volume dei visitatori irritava alcuni, la quantità delle vendite è stata motivo di gioia per molti degli oltre  300 espositori.
«Abbiamo avuto un’ottima fiera e rispetto all’anno scorso le venditesono state migliori, in termini numerici e anche di prezzo», commentava Nicole Hackert della berlinese Contemporary Fine Arts. Thaddaeus Ropac, a due giorni dall’apertura, aveva concluso 25 vendite tra le quali opere di Luise, Lilo, Franz und Johannes, Baselitz (430mila euro) euro e Not Vital («Moon No. 2», 260mila euro). Molti mercanti hanno notato però un calo del numero dei compratori statunitensi. «Normalmente le vendite erano per l’80% agli americani e per il 20% agli europei, ha detto un gallerista di New York. Ora la situazione si è invertita». Forse i collezionisti  d’oltreoceano sono stati scoraggiati dal dollaro debole; i prezzi in euro sembravano anche più alti del solito. «Io i prezzi li faccio in dollari e gli occhi dei collezionisti si illuminano», diceva Adam Sheffer di Cheim & Read, che vendeva «Eye» (2001) di Louise Bourgeois per poco meno di 1,4  milioni di euro a un europeo e, della stessa autrice, due sculture in stoffa per 200mila e 140mila euro rispettivamente.

- Il gusto del rischio
Anche la valuta europea, tuttavia, soprattutto nella giornata del preview, il 14 giugno, ha avuto uno scossone a causa dei timori per il tracollo greco: «Visto come stanno andando le cose, ha poca importanza se si tratta di dollari o di euro», borbottava un mercante.
C’è stata, comunque, una notevole presenza di compratori dal Medio Oriente, dall’America Latina e dalla Turchia. «Ho venduto tutti i miei Hans Hartung ai turchi», affermava lo stesso Sheffer, mentre la rappresentante di Art Basel per il Messico, Mariana Munguía Matute, confermava che i collezionisti, tra i quali i Coppel, le cui fortune derivano dai supermercati, hanno comprato attivamente.
Se la fiera offriva un’enorme varietà di livelli di prezzo, il grosso delle vendite si è registrato al di sotto del milione di euro, con qualche punta oltre gli 1,5 milioni. Ma i livelli stratosferici visti alle aste per i grandi maestri moderni, dove cifre oltre i 20 milioni di dollari sono sempre meno rare, in fiera non sono stati raggiunti immediatamente. Bruno Bischofberger ha faticato a trovare un compratore per il suo Warhol da 55 milioni di euro («One Hundred and Fifty Black/White/Grey Marilyns», 1980), e lo stesso è successo a un Bacon da 35 milioni di dollari da Marlborough.
Tra le vendite di più alto prezzo figurava un dipinto a olio di Léger, «La Charmeuse d’Oiseaux», 1942, veniva ceduto a  2 milioni di euro a un compratore francese da Helly Nahmad e, alla stessa cifra (pagata per ciascuna edizione di tre) gli «White Snow Dwarf» di Paul McCarthy da Hauser & Wirth andavano a collezionisti europei e americani. Segnali di un ritorno alla fiducia si segnalavano per le opere più «azzardate», che i collezionisti avevano evitato, negli ultimi due anni, in favore di opere più  consolidate. «Abbiamo venduto tutte e cinque le edizioni di un video di Douglas Gordon, “Spiral”, a 52mila euro ciascuna, e io stesso mi sono stupito, dato che i video non sono così facili da vendere», osservava Olivier Bélot di Yvon Lambert.
Nella sezione «Art Statements», vendute in un batter d’occhio due installazioni concettuali. La Elastic Gallery di Malmö ha infatti trovato un compratore per «Trans Atlantic», (2010-11) di Runo Lagomarsino, una serie di fogli di carta di giornale incollati a una barca a vela, venduta a un collezionista britannico per 40mila euro. Harris Lieberman di New York piazzava invece «The Dialogues of the Objects I-V», di Alexandre Singh, un’installazione in cui 15 oggetti, tra i quali una mela, pacchetti di sigarette, bicchieri di vino rosso, un pallone e una piuma, rivelano i loro «pensieri»: tutte e tre le edizioni venivano vendute per 28mila euro ciascuna a collezionisti europei e americani.
A fronte di tanto entusiasmo, alcuni osservatori hanno espresso timori verso un mercato che si starebbe surriscaldando come nel 2007. «Tutti sanno che sta andando meglio, ma il ritmo è cresciuto troppo in fretta», sosteneva Victor Zamudio-Taylor, il curatore della Colección Jumex di Città del Messico, aggiungendo: «I compratori si sentivano più tranquilli quando l’andamento era più lento e stabile, mentre ora i prezzi sono troppo alti». La Gegner di Sprüth Magers aggiungeva: «È una conseguenza della Biennale di Venezia, dove l’arte è stata trainata dalla cultura della celebrità. Qui a Basilea c’è una “miamificazione” del business dell’arte», riferendosi al glamour che sostiene l’edizione statunitense di Art Basel.

- Ormoni e giganti
Un sintomo di questa euforia era il ritorno in massa delle opere di grandi dimensioni. Dasha Zhukova, una che non ha problemi di spazio, acquistava l’installazione di Jason Rhoades allestita nella sezione «Art Unlimited» per poco meno di un milione di dollari, prezzo richiesto da David Zwirner e Hauser & Wirth, le due gallerie che presentavano l’opera. Ma quanti altri potrebbero appendere il dipinto murale in più parti di James Rosenquist, «The Holy Roman Empire through Checkpoint Charlie» (1994) proposto da Richard Feigen a  due milioni di euro, o la suite di dipinti «Quartet» (2011), di Satoko Nachi da Tomio Koyama, offerta a 50mila euro? Eppure il collezionista Jean Pigozzi si è affrettato a comprarla subito  dopo l’apertura: «Per la prima ora ho corso. Sono come un cavallo coi paraocchi», dichiarava Pigozzi. Richard Nagy proponeva l’imponente «Loss of the Lisbon Rhinoceros» (2008) di Walton Ford a 1,8 milioni di euro. L’ambiziosa installazione di Simon Fujiwara, «Letters from Mexico», 2010, a 45mila euro, che comprende tende nei colori della bandiera messicana e scatole in vetro sospese, dominava lo stand di Giò Marconi.
L’ormone della crescita che è stato iniettato nelle opere bidimensionali sembrava rinforzare anche la scultura. «Yet To Be Titled (Large Head #1)» di Thomas Houseago da Xavier Hufkens costava 250mila euro; il torreggiante «Grand Falconer» di Matthew Monahan, era in vendita a 180mila euro da Anton Kern; il biblico «The Damned» di Liza Lou, era esibito con un cartellino intorno ai 700mila euro da L&M.

- Narcisisti e pauperisti
La superficie dorata e ricoperta di lustrini della scultura della Lou indicava un’altra tendenza: andavano per la maggiore oggetti brillanti e specchianti. Dagli abituali lavori di Anish Kapoor in mostra da Massimo Minini, e da Lisson, ai Pistoletto di Luhring Augustine e Continua (la galleria toscana cedeva a circa 450mila euro un’opera del 2010, «Buco nero», a un collezionista italiano), i visitatori hanno avuto molte opportunità di specchiarsi. Il vetro in frantumi dell’opera murale da 170mila dollari di Doug Aitken, «1968 (Broken)» (2011), alla 303 Gallery è finito a un collezionista europeo per 175mila euro.
All’altro estremo della scala estetica c’era, viceversa, una svolta decisa verso la semplicità del modernismo europeo e del poverismo italiano. «Molti giovani artisti e collezionisti statunitensi si stanno rivolgendo a quel periodo, affermava Adrian Turner, uno dei direttori della Marianne Boesky. L’Arte povera e Zero sono gruppi in genere sottovalutati dai collezionisti. In Italia li conoscono tutti, non così negli Stati Uniti». Particolarmente apprezzato era comunque Jannis Kounellis, offerto da molte gallerie, tra le quali Bernier/Eliades, Kewenig e Margo Leavin, dove un’opera del 1989 era in vendita a 120mila dollari, «una quotazione ragionevole, affermava la direttrice della Leavin, Wendy Brandow. L’azzardo è comprare per 100mila dollari l’opera di un artista appena uscito dall’accademia». La presenza di molti stand con prezzi da capogiro è sempre un segno della crescita di fiducia nel mercato. L’opera probabilmente più costosa era il citato  Warhol di Bischofberge. Pablo Picasso con un «Nu Debout», (1968), esposto da Acquavella, si fermava invece a10 milioni di euro.

© Riproduzione riservata

Georgina Adam, Charlotte Burns, Melanie Gerlis e Toby Skeggs, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


  • Thomas Hirschhorn (galleria Friedman)
  • Klara Lidén (Reena Spaulings)
  • Le opere specchianti sono andate per la maggiore ad Art Basel: qui sopra, «Moon No. 2», di Not Vital, venduta a 260mila euro   da Thaddaeus Ropac
  •  Fischli & Weiss (Eva Presenhuber)

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