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Aste

Londra: contemporanei

200 milioni di sterline

È l’incasso delle tre aste serali. Al top Bacon e i tedeschi post 1945

«Study for a portrait» di Francis Bacon battuto a 20 milioni da Christie’s

Londra. La settimana di aste di arte contemporanea è cominciata bene il 27 giugno, con la vendita di Phillips de Pury, è proseguita in crescendo il 28 con Christie’s, il giorno seguente, ed è terminata in gloria il 29 con Sotheby’s. Il totale degli incassi (delle sole vendite serali) ammonta a 200 milioni di sterline, più del doppio del fatturato dell’anno scorso (90,7 milioni).
La decisione di Phillips di aprire il ciclo, piuttosto che chiuderlo, con opere di alto profilo e in una nuova sede centrale (uno spazio all’Hotel Claridge’s) ha dato i suoi frutti. I 31 lotti in catalogo hanno incassato 12,6 milioni di euro (stime 11,2-16,2), con un tasso di venduto dell’87%. La vendita equivalente di Phillips L’anno scorso, in una vendita equivalente, Phillips aveva realizzato 4,84 milioni, con quasi la metà dei lotti (47%) invenduti.
La casa londinese ha registrato due record d’artista: quello per la brasiliana Beatriz Milhazes, con «O Moderno», del 2002, pagato 801mila euro (stime 730-840mila); e quello per lo svizzero Ugo Rondinone: il suo «Get up girl the sun is running the world» del 2006 è stato aggiudicato a 608mila euro (stime 230-340mila). Entrambe le opere sono state acquistate da clienti collegati al telefono.
L’atmosfera però non è mai veramente decollata e Phillips ha lavorato duro per ottenere l’esito finale. Un’alta percentuale di opere (5 dei 32 lotti originali) era coperta da una «third-party guarantee» (una di queste, «Untitled film still #4» del 1977 di Cindy Sherman, è stata ritirata dall’asta: un’opera simile, ha spiegato un portavoce di Phillips, era stata vista ad Art Basel nelle settimane precedenti). Tra le star attese qualcuna ha avuto una performance piuttosto fiacca, come «Confession», «butterfly painting» del 2008 di Damien Hirst, acquistato dal mercante-collezionista Jose Mugrabi a 776mila euro (stime 670-900mila), o il «Self-portrait» del 1985 di Jean-Michel Basquiat, venduto a livello della garanzia per 2 milioni di euro (cioè 2,3 milioni diritti compresi, stime 2,2-3,3).
L’asta di Christie’s del 28 ha fatto faville: ha realizzato una cifra finale superiore alla stima massima (calcolata con il premio del compratore), circostanza ormai rara in questo settore di mercato. I 65 lotti hanno portato in cassa 88,5 milioni di euro (stime 62,1-86,2 milioni), somma notevolmente più alta dei 55,8 milioni incassati nella stessa occasione da Christie’s l’anno scorso; in certi momenti sembrava di essere tornati indietro di 3 o 4 anni.
Un’atmosfera particolarmente eccitata ha accolto il top lot della vendita, il grande, scuro «Study for a portrait» di Francis Bacon, del 1953 (il venditore, non dichiarato sul catalogo, era l’uomo d’affari svizzero Donald Hess). Cinque concorrenti se lo sono conteso animatamente, incuranti dei rilanci a colpi di mezzo milione di sterline; prezzo finale, i 20,2 milioni di euro pagati da un cliente collegato al telefono con Sandra Nedvetskaia di Christie’s, che lavora nell’ufficio russo della casa d’aste.
Altra star Lucian Freud, contesissimo sin dall’inizio: i lotti di apertura, cinque disegni intimisti degli inizi della sua carriera, provenienti dalle collezioni di Kay Saatchi, sono stati tutti venduti al di sopra delle stime. «Rabbit on a chair», del 1944, valutato tra 340 e 450mila euro, è passato di mano, a un anonimo collegato al telefono, per 1,1 milioni di euro.
Lo stesso compratore si è poi assicurato a 5,3 milioni (stime 3,9-5), nella stessa vendita, «Woman smiling», del 1958-59, altra opera di Freud, proveniente da un’altra collezione britannica. Le opere consegnate da Kay Saatchi, ex moglie del più celebre Charles, hanno realizzato 4,5 milioni di euro (stime 2,3-3,1), e altri suoi due lotti, «Look back» di Paula Rego del 1987 e «Big baby» di Ron Mueck del 1996, hanno entrambi fatto segnare il record d’artista (rispettivamente 864mila e 927mila euro). Anche per Anselm Kiefer si registrano risultati di rilievo: il suo «Das Alvis-Lied», del 1980, è stato acquistato dalla galleria Dickinson per 487mila euro (stime 200-250mila).
È volato ben oltre le stime anche Peter Doig, con «Red boat (Imaginary boys)», 2003-04, che è stato battuto a 7 milioni di euro (stime 1,6-2 milioni). L’opera è stata venduta al telefono da David Linley, nipote della regina Elisabetta e presidente di Christie’s.
Non tutto però è filato così liscio. Ci sono state anche alcune delusioni, soprattutto per le opere meno fresche per il mercato. Dei 65 lotti proposti, 11 (il 17%) non sono stati venduti. Tra questi, la fotografia di Thomas Struth «Art Institute of Chicago I», del 1990, (da un’edizione di 10) che aveva un’ambiziosa quotazione di 280-390mila euro, e due opere di Chris Ofili, «Afro Red Web», del 2002-03 (garantita dalla casa d’aste, stime 1-1,3 milioni) e «Trump» del 1997-98 (560-790mila euro).
Francis Outred ha ricordato che ci sono state parecchie opere di Ofili sul mercato dal suo recente record d’asta del giugno 2010 (quando «Orgena», del 1998, è stato venduto dalla stessa Christie’s a 2,3 milioni di euro). «Trump» lo si era visto anche l’anno scorso a Frieze, nello stand di Zwirner, dov’era proposto a  un milione di sterline, ha aggiunto l’esperto di Christie’s. Artisti recentemente ai vertici (come Warhol e Richter) hanno venduto perlopiù intorno alla stima minima, senza suscitare grandi entusiasmi. «La maggior parte delle opere ha generato un flusso di offerte molto forte e intenso, ma non  tutto il catalogo indistintamente, visto che non tutti i lotti erano della stessa qualità», ha dichiarato Pilar Ordovas, ex capo dipartimento di arte del dopoguerra e contemporanea di Christie’s, che ha appena aperto a Londra una propria galleria.
Il 29 giugno Sotheby’s ha raggiunto il più alto incasso di sempre in un’asta di contemporaneo a Londra: 122 milioni di euro (stime preasta 83-118), contro i 50 milioni di euro dell’anno scorso, grazie a una collezione di arte tedesca del dopoguerra molto pubblicizzata.
Le 34 opere dalla collezione dell’industriale tedesco Christian Dürckheim hanno aperto l’asta, ricevendo subito offerte massicce. In sala, mercanti europei e statunitensi (tra cui Christophe Van de Weghe, Thaddaeus Ropac, Alexander Acquavella, Larry Gagosian e Paolo Vedovi) tutti quanti alzavano il braccio, e anche al banco dei telefoni (solitamente usato dai privati) l’attività ferveva. Le opere sono  schizzateben al di sopra delle stime. «Kopf», un’opera del 1966 di Polke è acquistato da un compratore  collegato al telefono per 4,1 milioni (stime 900mila-1,3 milioni); di Baselitz, «Der Baum», del 1966, veniva battuto a 2 milioni (stime 670-900mila), e di Richter «1024 Farben», del 1974, con valutazioni comprese tra gli 1,1 e gli 1,7 milioni, è stato alla fine comprato da Van de Weghe a 4,8 milioni per conto di «un amico». «È una collezione incredibile e le opere sono freschissime per il mercato», ha dichiarato il mercante, spiegando così perché abbia continuato ad alzare la paletta fino a una cifra tanto alta.
La disponibilità a spendere degli offerenti poi era dimostrata dai rilanci per «Schwestern» di Gerhard Richter, opera del 1967 (stime 1,3-2 milioni). Alla fine se l’è aggiudicata a 2,8 milioni il collezionista tedesco Jürgen Hall, che dopo la vendita ha annunciato di voler donare l’opera al Kunstmuseum di Bonn. Ropac ha fatto offerte su una decina di opere di provenienza Dürckheim, soprattutto lavori di Baselitz; l’unico lotto da lui conquistato è stato «Muh Kühe», del 1966, che ha pagato 1,05 milioni (stime 670-900mila).
In questa sola sezione (che ha fatto un totale di 67,8 milioni di euro, contro una stima preasta di 35,7-51,6 milioni) sono stati battuti cinque record d’artista: per Polke, Baselitz, Eugen Schönebeck, Markus Lüpertz e Blinky Palermo. La collezione Dürckheim è giunta nelle sale di Sotheby’s grazie al capo dipartimento europeo dell’arte contemporanea, Cheyenne Westphal, che ha confermato che il venditore, modesto nelle pretese, non era venuto a Londra per seguire lo svolgersi dell’asta. «Gli telefoneremo domani», ha detto.
I rimanenti 54 lotti, di varie provenienze, non avrebbero mai potuto tenere lo stesso passo (incasso totale 54,3 milioni, stime 47,4-66,7), ma un po’ dell’atmosfera iniziale ha contagiato anche il resto dell’asta.
Per Sotheby’s è stato un vantaggio anche venir dopo l’Evening sale di Christie’s, e  saggiamente ha provveduto a convincere i venditori a rivedere le riserve al ribasso per opere di artisti che avevano avuto un andamento deludente la sera prima. «Untitled» del 1994-95 di Chris Ofili è stato venduto per 473mila euro (stime 450-670mila), e «Secondary modern» del 1998 di Glenn Brown a 675mila euro (stime 560-780mila); entrambi avevano registrato degli invenduti la sera prima. «Ovviamente oggi abbiamo avuto degli scambi di vedute [con i venditori]», ha detto il vicepresidente di Sotheby’s Oliver Barker, che ha aggiunto come anche la casa d’aste sia stata più «giudiziosa» con le sue stime.
Pur non avendo un «contraltare» all’altezza del Francis Bacon pezzo forte di Christie’s sia per qualità sia per livello di aggiudicazione, l’opera di Bacon che Sotheby’s aveva in asta, «Crouching nude» del 1961, stime 7,9-10,1 milioni, ha cambiato titolare per una cifra di tutto rispetto: 9,3 milioni.
Tra gli invenduti, un’opera di «pallacanestro» di Jeff Koons, realizzata tra il 1993 e il 1998 e stimata 670mila-1,1 milioni, «Eccentric scientist» del 1964 di Roy Lichtenstein (stime 670-900mila euro), e «Campbell’s soup can (Tomato)» di Andy Warhol, del 1962. Su 88 opere in catalogo, nove sono rimaste al palo. La «Debbie Harry» di Warhol, del 1980, era stata molto reclamizzata dalla casa d’aste, ma alla fine ha attratto un’unica offerta al telefono, ed è passata di mano a 4,1 milioni di euro (stime 3,9-6,1).

© Riproduzione riservata

Melanie Gerlis, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


  • Tobias Meyer ha guidato l’asta del 29 giugno da Sotheby’s a Londra

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