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Il dilemma di Finarte: liquidità o liquidazione

Il destino della casa d’aste dipende ora dagli azionisti

Milano. Dopo mesi di congetture, il destino sembra stia per compiersi per Finarte, un tempo la principale casa d’aste italiana. Secondo i documenti finanziari del gruppo, malgrado un aumento di capitale approvato l’anno scorso, ma pagato soltanto in parte, le perdite sono continuate e il debito della società ora supera gli 11 milioni di euro (di cui quasi 8 milioni di debiti commerciali). Una strategia dilatoria ha permesso di guadagnare alcuni mesi, ma ora la società appare esausta: alla fine di giugno (nei giorni di stampa di questo giornale) gli azionisti sono stati invitati a contribuire massicciamente, una misura senza la quale, stando a un documento del 25 maggio, la casa d’aste finirà in liquidazione.
Fondata nel 1959, Finarte ha prosperato nell’ermetico mercato dell’arte italiano, ma la sua stella ha cominciato a offuscarsi con l’affacciarsi delle case anglosassoni Sotheby’s e Christie’s, e con la crescita di società di vendita con strutture più snelle, in un mercato già saturo. Un ulteriore colpo, nel 2001, è stato l’abbandono della società da parte del suo presidente, Casimiro Porro,al termine di una guerra di poteri (Porro, com’è noto, ha poi fondato un’altra casa d’aste a Milano, la Porro & C). Il nuovo presidente è  Giorgio Corbelli, proprietario di Telemarket (emittente televisiva con un’attività di vendita online di opere d’arte), ed ex presidente della squadra di calcio del Napoli, ruoli entrambi che hanno visto Corbelli al centro di casi legali che hanno portato, in un caso, a una sentenza di detenzione (inferiore a tre anni, per cui Corbelli non ha trascorso un solo giorno in carcere). Sotto la sua direzione, Finarte ha acquisito la casa d’aste rivale veneziana Semenzato con una scalata ostile, insieme con l’edificio dell’ex abbazia di San Gregorio, vicino alla Salute a Venezia (tramite una società della holding con sede in Lussemburgo). Ma con l’uscita di Franco Semenzato se ne andò anche una buona parte del fatturato (San Marco Aste, la casa lanciata da suo figlio, è fallita la scorsa estate con debiti di 15 milioni di euro). Nel suo momento di massima esposizione, Finarte-Semenzato è stata colpita dalla prima delle crisi finanziarie che hanno interessato il mercato dell’arte: tra il 2005 e il 2009, il numero di vendite tenute è sceso da 52 a 35, con un conseguente crollo del fatturato di quasi il 50%. «Single-owner sales» e opere d’arte di qualità sono nel frattempo diventate merce molto rara, per la presenza di troppi attori su un palcoscenico troppo piccolo. E la legislazione italiana, poco chiara, scoraggiava presenze di società estere.
Il numero di vendite è ulteriormente sceso nel 2010 a 24, con l’arte moderna e contemporanea che deteneva una quota del 35% del ridotto fatturato e con ulteriori perdite accumulate nel frattempo. Ora, Finarte è scesa nelle classifiche delle case d’asta in Italia del 2010: Sotheby’s ha preso il comando, con vendite per 35,4 milioni di euro, seguita da Christie’s, poi Meeting Art (con 18,6 milioni), Farsetti con 15 milioni, e Finarte con 12. Apparentemente allo scopo di proteggere la privacy dei clienti, ma forse anche per risultati deludenti come percentuali di venduto del 25%, la casa d’aste ha cessato nell’ottobre 2009 di comunicare al pubblico prezzi di aggiudicazione e dati di vendita.
Nel giugno 2010, Finarte ha registrato una perdita di 2,5 milioni di euro per relativa al primo semestre. Gli azionisti allora hanno deliberato di immettere 4,8 milioni di euro per coprire le perdite e ricostituire il capitale sociale, ma poiché poi non si è trovata la liquidità, ad agosto le sue azioni sono state sospese da Piazza Affari. In una corsa contro il tempo per raccogliere fondi e tagliare costi, i documenti finanziari di Finarte mostrano che la società ha nel frattempo venduto le proprietà che aveva (compresa l’abbazia di San Gregorio), ha licenziato un terzo dello staff e ha chiuso il suo ufficio di Roma. Ha poi anche venduto massicciamente le sue grandi riserve di opere d’arte, alcune offerte sul web via Telemarket, e talvolta con prezzi più alti delle sue stime in asta: ad esempio, un’opera senza titolo di Arman, invenduta da Finarte nel marzo 2009 (stima massima 40mila euro) era stata poi messa in vendita da Telemarket a 76.500 euro. Nonostante queste misure, i ricavi di Finarte nel primo trimestre 2011 ammontavano a soli 602mila euro, mentre i costi operativi da soli assommavano a 1,6 milioni; ulteriori voci di risparmio saranno difficili da trovare. Con un patrimonio consolidato netto di soli 200mila euro, nessuna vendita in calendario oltre all’asta contemporanea del 21 giugno, nessuna consegna per la vendita e scarsi segni di salute da parte del mercato italiano, cercare di convincere gli azionisti a metter mano al portafoglio  sarà un’impresa disperata. Finarte ha rifiutato di commentare.

© Riproduzione riservata

Lucian Comoy, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


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