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Archeologia

Nuovi studi

Fibula tota nostra est

La spilla prenestina è autentica

Fibula Prenestina

Roma. Al centro di accesi dibattiti per oltre un secolo, la Fibula Prenestina può riapparire sui manuali scolastici come il più antico documento di latino arcaico.
Grazie a recenti studi fisici e chimici, presentati lo scorso 6 giugno al Museo Nazionale Preistorico Etnografico «Luigi Pigorini», l’iscrizione «manios med vhe vhaked numasioi» (Manios mi fece per Numasio/Numerio) può considerarsi, a pieno titolo, un manufatto del VII secolo a.C. E dunque, contemporanea alla spilla in oro su cui è stata incisa, attribuita alla Tomba Bernardini di Palestrina (antica Preneste).
Era stata proprio la dedica a rendere il piccolo ornamento uno dei reperti archeologici più preziosi; una fama che era iniziata nel 1887, quando fu presentato dall’archeologo Wolfgang Helbig, ed è durata, nonostante gli scettici, fino al 27 novembre 1979, giorno in cui l’epigrafista Margherita Guarducci dichiarò all’Accademia dei Lincei che si trattava di un falso. A suo parere, l’incisione sarebbe stata opera dello stesso Helbig con la complicità dell’antiquario Francesco Marinetti, in possesso della fibula trafugata dal corredo funerario, e realizzata nella cerchia dell’orefice Alessandro Castellani, noto per la riproduzione di gioielli antichi. Nel tempo, sono stati messi a confronto i caratteri grafici con altri rinvenuti a Caere (Cerveteri) e in area falisca, obiettando sempre che Wolgang Helbig non avrebbe messo a repentaglio la propria reputazione per un oggetto fabbricato a tavolino e che l’antiquario, per lo stesso motivo, non l’avrebbe donato allo Stato; ma le polemiche non si sono mai spente e qualcuno ha persino definito la fibula un «uovo di giornata» (Giacomo Devoto).
A riaccendere i riflettori sulla spilla erano stati, più di recente, il restauratore Edilberto Formigli (Università Sapienza di Roma e Opificio delle Pietre Dure di Firenze) e la glottologa Annalisa Franchi De Bellis (Università di Urbino); il primo, con analisi radiografiche e microscopiche, ha stabilito che è composto da tredici parti e che nell’oro ci sono inclusioni di osmio e iridio presenti solo nel metallo antico; la seconda, ha inquadrato la problematica della fibula nei vari aspetti, rilevando tra l’altro un unico esempio linguistico (perfetto raddoppiato del verbo «facio») e contrastando pubblicamente le teorie avanzate dalla Guarducci.
Finalmente, la presentazione delle ultime analisi nel luogo dove si conserva il reperto, ha spazzato via gli ultimi dubbi: la fibula, a dirla con Orazio, tota nostra est.

© Riproduzione riservata

Marisa Ranieri Panetta, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


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