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Riflessioni e reprint

Quanto poveri siamo ancora?

Germano Celant analizza le istanze del movimento di cui fu teorico in rapporto al sistema dell’arte di oggi

Michelangelo Pistoletto e Maria Pioppi nella performance «Le trombe del giudizio», Torino, 1968 ,  Courtesy Cittadellarte - Fondazione Pistoletto, Biella

In un recente convegno su Alighiero Boetti uno degli interventi che ha suscitato maggior interesse è stato quello di Germano Celant che, sollecitato dalle domande dell’intervistatore, ha tratteggiato le vicende che hanno portato alla nascita dell’Arte povera, il movimento di cui fu il teorico e di cui Boetti fece parte.
Un interesse particolarmente diffuso tra gli addetti ai lavori e tra gli appassionati d’arte per le vicende di quello che fu il primo movimento italiano a livello veramente internazionale dai tempi del Futurismo, che oltre a essere oggetto di studio, è entrato ormai nel mito della storia dell’arte italiana.
Dell’Arte povera si è molto scritto. Molti studiosi ne hanno analizzato le caratteristiche fondative e i collegamenti internazionali. Sono state pubblicate le testimonianze dei protagonisti e di chi ha vissuto quei momenti. Altri hanno preso in considerazione le successive storie individuali degli artisti del gruppo. Altri ancora hanno elaborato sintesi e interpretazioni. Con l’Arte povera comunque bisogna fare i conti in quanto si colloca nell’ambito di quella vasta tendenza «concettuale», etichettata sotto varie sigle, dai Raw Materialists americani, all’Antiforma, alla Process Art, all’Arte microemotiva, all’Earthworks movement che hanno caratterizzato la fine degli anni Sessanta.
Un movimento globale che ha rivoluzionato l’arte mondiale e che è successivamente assurto per estensione a una visione modernista del mondo letta, secondo alcuni, in contrasto con il postmodernismo e il transavanguardismo, secondo altri non come alternativa ma come anticipatrice delle vicende degli anni Ottanta. Nonostante siano passati ormai circa quarant’anni, l’Arte povera, con buona pace di chi la dava per morta (e sono stati in molti), oltre a essere giustamente considerata uno snodo fondamentale nella storia dell’arte, continua a far discutere ancor oggi, sebbene la si possa trovare nei più prestigiosi musei: ineludibile termine di paragone, elemento di confronto e interpretativo anche per le attuali vicende dell’arte. Attorno a essa si sono intrecciate storie individuali, successi e disfatte, profonde riflessioni teoriche e strategie di marketing, e anche favole e dicerie. Si aggiunga poi lo spirito del tempo, il grande fervore culturale e ideologico che, nonostante i detrattori, ancora oggi si pone come riferimento per molti. Tutti elementi insomma per creare un mito. Ora di quel mito viene pubblicata la «Bibbia», un tomo di circa 600 pagine, edito da Electa. L’opera è scritta e curata da Germano Celant e chi più di lui, teorico e propugnatore del movimento, fonte primaria delle vicende e degli sviluppi e, diciamocelo, fautore del successo mondiale, ha le carte in regola per scrivere una summa sul movimento, raccontandone appunto la storia e le storie? In effetti più che cavalcare il mito il volume ha il grande pregio di porsi, riportando testi di vari periodi, come apparato scientifico necessario ed esaustivo, che ripercorre non solo le vicende del movimento dalla sua nascita. L’impianto editoriale infatti si apre con un’intervista a Celant di Francesca Cattoi e Antonella Soldaini che, partendo dalla constatazione dell’attualità dell’Arte povera, analizza l’atmosfera del tempo e le istanze del movimento in rapporto al sistema dell’arte di oggi: la rivalutazione in anni più recenti, il ruolo dirompente del movimento in confronto all’attuale ricerca artistica, ma anche le problematiche di conservazione dei materiali «poveri» e le questioni inerenti alla ricostruzione di elementi e ambienti. Si affronta anche il tema controverso del rapporto con la pittura e la scultura: «Anche l’approccio del Neoespressionismo tedesco e della Transavanguardia italiana (…) implicano l’innesto di materie e di cose che li avvicinano a un dialogo con l’Arte povera». Dichiarazioni che per la loro autorevolezza faranno discutere, ma che confermano quanto siano attuali le istanze del movimento e la sua capacità di sollevare riflessioni. E ancora le strategie rispetto al sistema, il ruolo dei critici d’allora e i giovani critici d’oggi, quanto l’atmosfera culturale di quegli anni (che si viene a instaurare soprattutto tra gli artisti torinesi) differisca dal clima culturale odierno, il ruolo della visibilità e il peso dei mass media e ancora la valenza internazionale del movimento. Un altro tema caldo è il rapporto con l’architettura. L’Arte povera tende ad avere con l’ambiente un rapporto non conflittuale ma dialettico: «Ne scaturisce un incontro vertiginoso che fa sentire l’opera non più estranea all’architettura ma parte di essa». E infine l’occasione della storicizzazione della tendenza il cui momento saliente si avrà con la grande mostra che si terrà quest’anno a Bologna, Torino, Genova, Napoli, Milano e Roma.
Il capitolo successivo presenta una serie di scritti di Celant, dal 1966 al 1984, dedicati ai protagonisti del movimento: Anselmo, Boetti, Calzolari, Fabro, Kounellis, Mario e Marisa Merz, Paolini, Pascali, Penone, Pistoletto, Prini, Zorio. L’andamento cronologico dei testi inizia con un saggio su Pascali del 1966 e si conclude con «Un’arte iconoclasta», pubblicato in occasione della mostra alla Mole Antonelliana a Torino del 1984.
Il volume segue, come si è detto, un’impostazione rigorosamente cronologica ma, al contempo, va a sanare una mancanza che perdurava da tempo. Nel 1985, per iniziativa di Lia Rumma, Electa dava alle stampe Arte povera. Storie e protagonisti, scritto da Celant. Il volume, che riportava la storia del movimento con le mostre dal 1967 al 1971 e con un ampliamento sino al 1984 sui singoli artisti, scomparve ben presto dalla distribuzione. Di fronte alle richieste di una ristampa si è preferito editare in reprint il libro di allora dandogli un più esauriente e attuale contesto. Viene a crearsi così una narrazione che procede attraverso i documenti e le immagini del tempo. Dai primi saggi di Celant si prosegue con «Arte povera. Storie e protagonisti» per poi riprendere con i saggi sui singoli artisti dal 1985 sino a giungere ai giorni nostri. Quest’ultima parte si apre con il saggio «Un’arte nodale» del 1985, sulla mostra al P.S.1 di New York (il catalogo, The Knot, era edito da Allemandi, Ndr), dove Celant, ribadendo le specificità del movimento, analizza la situazione artistica americana di quel tempo, del Minimalismo e della Land Art, nati negli ambienti ben definiti della metropoli e dei grandi spazi a fronte del contesto italiano ed europeo segnato dalla storia, percorso da segni mutevoli, da stratificazioni urbanistiche e sociali: «Quanto interessa è un’opera che si faccia vettore accelerato disposto alle migrazioni e alla dislocazioni improvvise». Forse è proprio grazie a questo nomadismo, a questa capacità di interpretare il mondo che cambia che l’Arte povera deve la sua forza e attualità.
Il volume si chiude con un esaustivo apparato scientifico: cronologia delle mostre, bibliografia generale sull’Arte povera ed essenziale sui singoli artisti, regesti delle immagini e dei testi.

© Riproduzione riservata

Arte povera. Storia e storie, di Germano Celant, 560 pp., 370 ill., Electa, Milano 2011, e 70,00

Massimo Melotti, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


  • Christian Stein nella sua galleria torinese con opere di Fabro e Kounellis

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