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L’uomo ombra del ministro

Ma Miracco non è un miraggio

Chi è l’ex comunista storico dell’arte (finalmente una persona competente nei beni culturali) divenuto il consigliere più fidato di Galan

Franco Miracco

Roma. A Venezia si parlava di «Galacco»: una crasi tra Galan e Miracco, in una parola la simbiosi tra i due, soprattutto negli ultimi cinque anni della presidenza di Giancarlo Galan alla Regione Veneto. Comunicati, discorsi, dichiarazioni, decisioni: difficile separare l’uno dall’altro. Era strano che Galan, ex dirigente della berlusconiana Publitalia, tra i primi in Forza Italia, uno che parlava soprattutto di cibo, di donne, di pesca, potesse citare Gropius, Tocqueville o Tacito. Nel linguaggio e perfino nei comportamenti l’influenza di Franco Miracco, suo «portavoce» e capo dell’ufficio stampa, era evidente. Galan, da marzo ministro per i Beni culturali, è un politico deciso, abituato in pubblico ai primi piani, dotato di carisma politico. Franco Miracco preferisce invece non apparire. Non rinnega nulla del suo passato di raffinato intellettuale comunista: oggi è tutt’uno con l’esponente del Pdl tanto vicino a Berlusconi. Miracco e Galan: carattere, storia, cultura, comportamenti opposti, uniti dal lavoro e da una stretta collaborazione diventata amicizia. Oggi Miracco non è più portavoce ma «consigliere» di Galan al Ministero. La sostanza non è cambiata.
Il nostro rapporto, tanto stretto, può apparire una stravaganza. Va ad onore di Giancarlo Galan essersi tenuto accanto per più di dieci anni come «portavoce» una persona leale, ma con una storia tanto diversa dalla sua anche se era comune il rispetto per i principi liberali, in campo politico e culturale. Da parte sua, massima apertura. È stato il suo modo di vivere un’esperienza di 15 anni come presidente della Regione.
Com’è avvenuta questa inversione di rotta, dalla sinistra al partito di Berlusconi? Tutto dovuto a Galan?
Non ho cercato io questa collaborazione, anzi volevo evitarla. Avrei fatto male, perché a Galan devo una cosa importante: un’esperienza straordinaria e la conoscenza del Veneto, la mia regione. La svolta del 2001 è stata casuale, improvvisa. Un comune amico, Vittorio Altieri, mi aveva visto al lavoro nel Consorzio Venezia Nuova, dove sono stato capo ufficio stampa per 14 anni, e ha fatto il mio nome a Galan. Al Consorzio mi aveva voluto Luigi Zanda, mandato dall’Iri a presiederlo nell’86. Mi conosceva perché scrivevo sul «Manifesto» e lui era nel Cda del gruppo L’Espresso. In quel periodo, per pochi mesi, ero stato capo ufficio stampa del teatro La Fenice. Ho lavorato bene con Zanda al Consorzio per 9 anni. Abbiamo attraversato insieme la pesantissima stagione di Tangentopoli. Il Consorzio, che costruiva il Mose, non ebbe neppure un avviso di garanzia. Dopo Zanda sono rimasto altri 5 anni, fino al 2001 quando litigai aspramente con il nuovo presidente, Paolo Savona: voleva fare un comunicato che criticava il Governo e il ministro Pecoraro Scanio, da sempre contrario al Mose. Mi sono opposto per un motivo di principio: ero un «comunista-migliorista» attento al rispetto delle istituzioni. Secondo me, come concessionari dello Stato non potevamo attaccare il Governo. Quando me ne andai, mi cercò Galan, da 10 anni presidente della Regione. Ho preso tempo, ma lui ha insistito. Lo conoscevo come grande sostenitore del progetto Mose. Insomma, dissi di sì. Diventai capo ufficio stampa e suo portavoce. Un inizio non facile perché non ci conoscevamo ancora.
Non è stata soltanto una collaborazione di lavoro. Siete diventati amici.
Siamo diversi in tutto, ma abbiamo stabilito un rapporto. Ricordo un fatto. Conoscevo da molti anni Giorgio Napolitano e quando è venuto a Venezia per la prima volta come Presidente della Repubblica, per la strada (c’erano anche Galan e Cacciari) mi ha preso sotto braccio e mi ha detto: «Galan è così cambiato negli ultimi tempi, ci hai messo del tuo?» Ho risposto: «Giorgio, tieni conto che Galan viene da una famiglia liberale, suo padre è stato primario medico, ha fatto la Resistenza in Polesine, aveva aderito al Partito d’Azione». Da ragazzo Galan era nel Partito liberale, l’aveva lasciato con la fine della prima Repubblica e ha fatto quella esperienza per lui fondamentale nella Publitalia di Berlusconi. Di me, nel suo libro intervista Il nordest sono io (Marsilio 2008) Galan dice: «Miracco mi ha aiutato a capire altri aspetti, altri versanti della realtà e delle persone».
Su che cosa è basato questo vostro rapporto?
Anche a Galan ho sempre detto quello che ritenevo giusto, a rischio di irritarlo. Ho sempre pensato che da me si voglia questo. Ci sono troppi cortigiani intorno ai potenti.
Adesso non è più portavoce ma «consigliere» del ministro.
Sono ancora un «invisibile». Un esempio: su «Il Giornale dell’Arte» di giugno c’è una lunga inchiesta su Venezia. Il mio nome non compare mai. Ecco l’invisibilità. Eppure credo di aver contribuito alla politica culturale della Regione Veneto negli ultimi cinque anni della presidenza Galan. Ero il suo portavoce, capo ufficio stampa della Regione, ma con delega speciale per tutti i progetti in campo culturale e paesaggistico. Sono stato l’«assessore ombra» alla Cultura: ero nel Cda della Biennale, commissario alle ville Venete, nel Cda del centro internazionale Andrea Palladio ecc. A Venezia, in quegli anni, senza soldi dal Ministero, ho organizzato le celebrazioni di Goldoni e di Palladio, la Biennale. In pochi mesi abbiamo realizzato uno spazio urbano nel cuore di Padova progettato e realizzato da Libeskind quando gli Usa regalarono a Galan un frammento delle travi d’acciaio delle torri gemelle. Quando arrivai nel Cda, la Biennale riceveva dalla Regione 100mila euro. Quando me ne andai, il finanziamento era di due milioni. In quegli anni il Guggenheim, la Fondazione Cini e soprattutto la Querini Stampalia non avrebbero svolto nessuna attività nel contemporaneo senza il sostegno della Regione. E lo stesso per i lavori di restauro delle opere di Carlo Scarpa e per le tante mostre fatte.  Sono stato io a riaprire il padiglione Venezia della Biennale, chiuso dal 1968.
Come spiega allora questa sua «invisibilità»?
Preferisco creare linee di politica culturale senza esserne il protagonista. Un esempio: ho condotto la battaglia, perduta, perché Punta della Dogana restasse alla città di Venezia e quella, vittoriosa con Regione e Banca Antonveneta, perché anche la Fondazione Guggenheim non finisse in mano a Pinault. Nessuno lo ricorda.
Il suo campo d’azione è stato sempre Venezia?
Sono nato a Cevarese Santa Croce ai piedi dei colli Euganei, nel municipio, perché mio padre era il segretario comunale. Definirei mio padre un clerico-nazionalista, ma era un bravo funzionario e nel 1947 fu chiamato a Venezia dal primo sindaco comunista dopo la liberazione, Giobatta Gianquinto. Da allora sono cresciuto a Venezia, ma ho vissuto a lungo a Roma.
Da dove viene la sua passione per la cultura, da quali studi?
A Venezia ho studiato Medicina per quattro anni, poi ho rinunciato. Avevo 25 anni e cominciai a collaborare con il teatro universitario Ca’ Foscari. Erano gli anni ’60 e quel teatro aveva riscoperto la commedia dell’arte del ’500, testi bellissimi e sconosciuti. Fu un successo, anche internazionale. Mi ritrovai a scrivere testi teatrali. La vocazione all’invisibilità era già nata: mi firmavo «Checchino Sannazaro». Eravamo in contatto con Diego Valeri, con Pasolini. Era una Venezia ancora piena di grandi artisti come Luigi Nono, grande ambasciatore del Pci nel mondo. Al Ca’ Foscari debutta Giuseppe Sinopoli. C’era Emilio Vedova, ero amico di Tancredi. Il nostro tutore culturale era Mario Baratto, grande italianista a Ca’ Foscari.
Che direzione hanno preso poi le sue scelte personali?
La mia vita cambia nel 1967. Arrivo a Roma con il teatro Ca’ Foscari e un nostro testo: Allegoria di una congiura sull’eguaglianza, teatro giacobino di fine ’700. «L’Espresso» ci fece un grande articolo. Decido di vivere a Roma, non studio, scompaio. Mi sposo, vivo facendo il rappresentante di medicinali. Frequento la sezione del Pci di Trastevere, conosco Antonello Trombadori, Gian Maria Volontè. Nei primi anni ’70, avevo più di 30 anni, mi iscrivo alla Facoltà di Lettere e in pochi anni mi laureo con lode con Giulio Carlo Argan: proposi una tesi su Maurice Prendergast, impressionista americano di fine ’800 che aveva vissuto a lungo a Venezia. Su proposta di Argan divento assistente di Nello Ponente, arte contemporanea alla Sapienza. Scrivo di mostre e d’arte su «Paese Sera» e «l’Unità». Nel ’75 Carlo Ripa di Meana, presidente della Biennale, decide di dedicare un’edizione alla Spagna. Francisco Franco sta morendo, gli artisti sono in gran parte vicini all’eurocomunismo di Santiago Carrillo. Il partito spagnolo non si fida del socialista Ripa di Meana e chiede al Pci garanzie politiche e culturali. Mi chiamano Tortorella e Napolitano e vengo incaricato di seguire l’evento alla Biennale. Poi, dal ’77, torno a Venezia come responsabile delle attività espositive e beni culturali del Comune. In quegli anni ho organizzato non meno di 200 mostre ma è continuata la mia invisibilità. Tra quelle che amo di più, la mostra sulla peste a Venezia nel ’500. Poi grandi esposizioni come «L’Oro degli Sciti» a Palazzo Ducale (1977), «Classici e romantici tedeschi in Italia» (1977) con Cacciari e Argan, quella su Giorgione. Le mostre venivano pensate e costruite a Venezia con persone del posto. Soltanto più tardi mi resi conto che con le mostre di successo ero diventato uno strumento della lotta del Pci contro la Biennale «socialista», in particolare contro la «Biennale del dissenso» nei Paesi dell’Est voluta da Ripa di Meana nel 1977.
Che cosa hanno dato queste mostre alla città?
Segnarono una svolta. Il vero principe di Venezia, il vicesindaco e deputato del Pci Gianni Pellicani, molto amico di Napolitano, mi disse: «Dobbiamo tenere aperta la città tutto l’anno». Da settembre a primavera chiudeva. Le grandi mostre servirono a coprire i mesi invernali e cambiarono il turismo veneziano. Fu allora che il sindaco di Roma Luigi Petroselli e Renato Nicolini, che aveva avuto l’idea dell’«Estate romana», mi chiamarono per un grande programma di mostre nella capitale. La prima mostra fu nel 1981, «Enea nel Lazio» con reperti spettacolari prima chiusi nei depositi. Per me, un paio d’anni di lavoro intenso, fino alla morte di Petroselli, nell’ottobre 1981. Ero ancora dipendente del Comune di Venezia, in prestito a Roma. Non mi era possibile restare sempre nella capitale come avrei desiderato. Scrivevo per i giornali, «il Manifesto» di Gianni Riotta, «L’Europeo». Nell’86 diventai capo ufficio stampa del Consorzio Venezia.
Adesso lei è al centro della vicenda culturale italiana, dentro il gioco della grande politica. Come affronterà questo compito?
È la vera domanda. Sarà molto difficile. Dentro di me ho già una risposta. Non riuscirò a ripetere il mio «metodo», il mio modo di lavorare per la cultura. Non riuscirò anche perché il tempo davanti a noi è pochissimo. Ripeto una confessione alla quale chi non mi conosce non crede: non amavo venire in questo Ministero. Galan ha una vera passione per questo incarico. Io conosco da oltre trent’anni le enormi difficoltà di questo mondo. Ora sto vivendo l’emozione di ritrovare tante persone amiche, molti soprintendenti che rispetto profondamente. Pensano che io qui possa essere il Miracco di sempre. Non sarà così.
E allora, cosa pensa di fare, come si muoverà al fianco di Galan, come potrà aiutarlo?
Ho pensato di restringere il mio orizzonte d’azione. Sempre in accordo con il ministro, vorrei concentrare il mio lavoro: aiutare a risolvere dei problemi, anche piccoli. Sono stato a Pisa, ho visto le bancarelle in piazza dei Miracoli. Forte dell’esperienza vissuta a piazza San Marco e al Colosseo, ho detto al sindaco che il ministro è d’accordo: quella piazza va ripulita. Un’operazione delicata. Ma soprattutto vorrei star dietro ad alcuni grandi progetti, come l’Accademia a Venezia. Servono soldi e restaurare non basta. C’è l’aspetto museale delle vecchie gallerie, l’allestimento delle parti nuove. E poi gli Uffizi, l’Appia Antica e altri.
È un modo per sfuggire alla  «politica» del Ministero?
Forse sbaglio, ma al ministro l’ho detto: vorrei star dietro ad alcuni grandi progetti.

© Riproduzione riservata

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011


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