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La trascrizione della conferenza stampa di Vittorio Sgarbi alla Biennale

Sgarbin Hood contro i talebani dell’arte-moda

Sgarbin Hood

L’Italia sovrabbondante di qualità
A quelli che vedono oggi il Padiglione dell’Italia e lo giudicano un’accozzaglia, ricorderò che R. Mutt, cioè Duchamp, fu cacciato dal museo a cui aveva inviato il suo orinatoio perché l’ordine mentale di quelli che pensavano di capire lo aveva ritenuto indegno. Da lì parte una storia che ha contaminato i pensieri sull’arte contemporanea, finché un uomo, uno spagnolo (che si compiace di essere spagnolo), fornisce la ragione per la quale il padiglione dell’Italia è così. Questo grande artista si chiama Antonio López García, è nato nel 1936 e ha interrotto la sua attività sostanziale nel 1972, quindi piuttosto giovane; oggi sopravvive a se stesso e prepara mostre (una si è appena aperta a Madrid; cfr. lo scorso numero, p. 14-15, Ndr), fa un quadro all’anno e tenta di dipingere spazi di Madrid come se fossero la Venezia di Canaletto. López García quando venne in Italia a studiare l’arte italiana disse: «Se io fossi stato un artista italiano non avrei potuto fare assolutamente nulla, perché sulle mie spalle avrebbero pesato migliaia di artisti, migliaia di pittori, di scultori, di incisori, di miniatori, di orafi, di artisti del vetro: una quantità sterminata, da Giotto a Maso di Banco a Cavallini, a Beato Angelico, ad Artemisia Gentileschi, a Rosalba Carriera, a Tino da Camaino, a Goro di Gregorio, a Niccolò dell’Arca, a Tiepolo, a Piazzetta, a Bencovich, Pontormo, Raffaello, Michelangelo, Rosso Fiorentino, Andrea del Sarto, Maitani. Ognuno grandissimo, tanto grande da annichilire l’ultimo arrivato. Ma perché io dipingo? Forse perché sono spagnolo e alle mie spalle ne ho soltanto sei: Picasso, Goya, El Greco, Murillo, Zurbarán, Velázquez. Uno di questi, forse il più grande pittore di tutti i tempi, in cui c’è Giotto e Bacon, è Velázquez. Posso tentare di essere il settimo».
Quanti sono gli artisti tedeschi che ricordate? Baldung Grien, Dürer, Altdorfer, Grünewald? Se andate avanti, forse  arriverete a otto. E quanti sono gli artisti francesi? 18, 24, 36, poi vi fermate. Forse pochi di voi conoscono l’opera di Philippe de Champaigne mentre molti conoscono l’opera di Poussin e di Lorrain soltanto perché sono venuti in Italia, ma nessuno di voi ha forse in mente il nome di un pittore del Trecento francese. Per questo non sarete ignoranti, ma semplicemente sarete consapevoli di un difetto di creatività di una vasta area di civiltà europea. Il corso dell’arte italiana, da Pietro Cavallini a Fontana, è così infinitamente divagante e vasto da motivare il fatto che siano 260, 320, 400 gli italiani che in questa straordinaria tradizione si sentono eredi di qualcosa e che, contrariamente a López García, non temono il confronto perché vivono nel lusso di una civiltà che si espande nella quantità e non solo nella qualità. Noi, noi italiani, abbiamo la più alta quantità di qualità.

Chi è chic e chi no
Difficile farlo capire a piccoli giornalisti che guardano se è presente questo o quello e se questo è più chic o meno chic dell’altro. [...] Dei 260 personaggi che hanno risposto all’invito a segnalare un artista, 120-150 hanno risposto 3-4 mesi fa, alcuni hanno risposto tardi, alcuni hanno detto: «Non posso dire niente». Pupi Avati ha detto: «Io non ho nessuna idea, non saprei chi dire». Così ho sistemato io un tema familiare: un altro grande artista-pittore della domenica, Alberto Sughi, ottantaduenne, che per tutta la vita ha vissuto tutelato da un grande intellettuale italiano che si chiama Sergio Zavoli. Ma Zavoli distrattamente ha segnalato Marcello Mariani. Allora Zavoli mi chiama e mi dice: «Come faccio ora? Sughi mi odierà!». Per questo la monogamia è difettosa. Ne puoi amare una, ma le altre sono tante. E allora non potendo stare con due, ho imposto rigidamente la monogamia, essendo io contrario alla medesima: ho stabilito coppie, essendo io contrario alle coppie. Penso da tempo che due individui che stanno insieme sono più che una coppia: sono due individui che vincono il tempo e il destino. Perciò ho detto a Zavoli: «Mettetevi d’accordo, perché l’unica ragione per cui uno soffre nei rapporti di una persona con un’altra è quando si sente escluso». Così si sentiva Sughi. Basta essere in tre anziché in due, ma era proibito. Allora chiamo Avati e gli dico: «Ma tu non scegli proprio nessuno? Nemmeno Antonio Saliola? E Sughi?». «Sughi? Alto, altissimo!». Ecco, così ho dato Sughi a Pupi Avati e abbiamo risolto la questione. Alcuni sono stati stimolati a scuotersi da un letargo da cui non volevano uscire; fra questi il più sottile intellettuale italiano, Geminello Alvi, che ha pronunciato il nome di un artista ottantenne ignaro di essere guardato come un paria, oppure ritenuto un artista della domenica dopo avere lavorato nella scuola di Bruno Innocenti, a sua volta allievo del più grande scultore degli anni ’20 e ’30 in Italia, Libero Andreotti (il vero Andreotti del ’900 non si chiama Giulio). Si tratta di Giuliano Vangi e campeggia all’esterno con una bellissima scultura di basalto.
Una giovane mi ha detto di voler partecipare alla Biennale, ma di non avere nessun patrono. Glielo abbiamo trovato: la più alta patronessa americana, la più grande studiosa della pittura americana del ’900, amica di Federico Zeri, che la presentò all’editore Einaudi e fece tradurre il suo libro Realismo: Linda Nochlin. L’abbiamo trovata e così è entrata Vanessa Beecroft, che ha subito eccitato le orecchie di molti, perché Vanessa Beecroft è un talento del nostro tempo. Vangi è un poveretto insignificante, però oggi Vangi è incorniciato dalle sculture della Beecroft e questo gli restituisce il diritto di esistere, pover’uomo, a ottant’anni, mentre la ragazza vibra di tanti richiami.
Nella civiltà contemporanea, in quell’arte che certamente indirizza la moda, la signora Prada apre un palazzo a Venezia ai grandi maestri della sua collezione. Non sono i grandi maestri, sono i maestri di cui tutti parlano, ma non per questo sono grandi maestri: gente che si occupa di piccioni, di pecore tagliate, di fumo.
Non si fa, non si fa, non si fa!
Richiamo il direttore generale del Ministero Antonia Pasqua Recchia al suo dovere, morale, professionale e perfino penale, di non consentire che il Codice dei beni culturali sia violato da chi non lo conosce, ma pretende che opere che da 80 anni stanno ferme all’Accademia vengano spostate qui ai Giardini. Parlo del Tintoretto, ma non contro Tintoretto, bensì contro quelle opere che invece lì, all’Accademia, dovevano rimanere. Così non si prende il capolavoro di Palladio, la Chiesa di San Giorgio, opera incontaminata, e le si mette un tubo di fumo come se fosse una cucina economica, per far salire un’inutile nebbia di Anish Kapoor. Qui la soprintendente Renata Codello ha sbagliato otto volte: non si fa, non si fa, non si fa! È contro la legge, è contro la bellezza, è contro Palladio, è contro l’arte contemporanea, è contro la civiltà, è contro il diritto, è contro il vero e non si consente di mettere uno stupro di Julian Schnabel, artista di cui io ho fatto mostre, di cui sono amico e che normalmente gira in pigiama (e si capisce che sia giusto così), un orrido mostro nella nicchia che introduce al Museo Correr. Andatela a vedere, andate a vedere quell’aborto. Uno può fare un’opera brutta, può fare un’opera deforme, ma non può metterla in una nicchia di Sansovino, mortificando quella nicchia a suo solo vantaggio. Questo è immorale, ma nessun giornalista l’ha scritto nella viltà della loro ignoranza e della loro incapacità di vedere. Eppure compiuto è lo scempio a San Giorgio di Palladio e compiuto è lo scempio, minore, di questo mammozzo inverecondo di Schnabel dentro la nicchia di Sansovino. Venezia va rispettata come opera d’arte vivente e contemporanea, perché tutto quello che è è contemporaneo. Sansovino è contemporaneo quanto Schnabel, ma è più lucido e non va in giro in pigiama. Palladio vale 1.800 Kapoor, va lasciato nell’integrità della sua cupola, senza soffioni per nuvole destinate a menti ottenebrate. Ma questo purtroppo accade. Però noi, che abbiamo appeso dei quadri, siamo un guazzabuglio, siamo una fiera di paese. Il Leone d’Oro della Biennale d’architettura del 1996, Benedetta Miralles Tagliabue che ha firmato l’allestimento del Padiglione Italia, è una poveretta che ha lavorato per uno stronzo. Eccolo qua lo stronzo.

Esserci e non esserci
Lo stronzo però è uno stronzo crudele, che non è disposto a perdonare nessuno. Sul piano della logica, sul piano del buonsenso, sul piano del primato della ragione. Vanessa, che chiede di esserci e c’è, torna sulla bocca di un nome molto diverso da quello di Geminello Alvi, quello di Franca Sozzani: «Vogue», la moda, intelligentissima, sottilissima, come Prada e più di Prada sensibile a un’arte contemporanea fatta di fumo. Un fumo che serve a far dire a tutti, a gente molto chic con delle bellissime giacche che va lì a dire: «Peccato, non sale la nuvola». E se la nuvola fosse salita? C’è tanta nebbia nel mondo, che cosa sarebbe capitato? Peccato, non è riuscita, maledizione! Un sufflone appeso là nella cupola di Palladio, che se fosse venuto avrebbe strangolato la Recchia, avrebbe strangolato la Codello, avrebbe strangolato Anish Kapoor, che deve essere strangolato da un Palladio vivente. Kapoor ha però un grande vantaggio, come Kandinskij, come Kafka, come anche Kureishi, come l’altro, bravissimo, della Prada, Damien Hirst. Se non avete almeno un’H o una K nel nome, non valete un’acca. [...]. Anni fa qualcuno mi ha detto: «Vittorio, a Napoli c’è un’opera bellissima di H-a-n-i-s-h K-a-p-o-o-r». Da come l’ha pronunciato, ho capito che era il nome a risuonargli nelle orecchie e che, pronunciandolo, gli sembrava di dire una cosa che lo faceva sembrare più contemporaneo. Togliete una «k», due «o» e un’«h» e diventa Anice Capo e capite che non c’è più nulla e non gli fanno fare più nessun fumo, perché non conta più niente. Ora, di questi con le «h» e le «k», ci sono anche degli italiani col nome straniero; allora dico alla mia amica Franca Sozzani: «Purtroppo mi sono dimenticato di chiederti di segnalare, ero distratto, non ho fatto entrare tutta la moda». Ho messo Elio Fiorucci che ha segnalato Gillo Dorfles, centenario, e grazie a Elio Fiorucci che l’ha fatto. È entrato fra gli autori un grande artista che si chiama Antonio Marras e ringrazio chi l’ha segnalato, che è Salvatore Niffoi. Ha fatto la sua segnalazione Luisa Beccaria, che è una donna di straordinario gusto (ha segnalato Sofia Cacciapaglia, Ndr), ma mi sono dimenticato la Sozzani, lo ammetto, che mi diceva: «Ovviamente, Vittorio, non condivido il tuo metodo». «Ma certo: se tu lo condividessi vorrebbe dire che è sbagliato». Quindi è ovvio che non è abbastanza chic. «Però ti vorrei chiedere lo stesso chi avresti segnalato». Sono 260 artisti di cui posso dire il vero: 50 sono degni di onore. Non mi sono permesso di mandare a cagare gli altri 210. Ovviamente avrei potuto farlo. Troppo facile: a mio gusto chi è buono e chi è cattivo... Tutti quelli che sono presenti lo sono anche perché non mi piacciono. E lei mi dice: «Io avrei segnalato Vanessa Beecroft». Siamo a posto! L’ordine del mondo non è turbato! Allora, se il mondo della moda segnala Vanessa Beecroft, allora io sono contento che ci sia anche Vangi, segnalato da Geminello Alvi, o che ci sia Serena Nono, segnalata da Hanif Kureishi, o che ci sia Monica Ferrando, segnalata da Giorgio Agamben. Credo al loro pensiero, perché lo conosco. Il pensiero della Sozzani è un pensiero diffuso, è il pensiero dell’arte che coincide con la moda, che è la tragedia del nostro tempo, per cui esistono quelli di cui si parla, perché sono imposti da un mondo fatto non da uomini di pensiero ma da Prada, da Trussardi. Io conosco Trussardi, conosco anche la moglie di Trussardi e conosco le figlie, che erano delle bambine, di cui sono certo di quello che non hanno letto. Eppure a Milano le proposte dell’arte contemporanea le fa la Fondazione Trussardi e sono molto chic. O in alternativa le fa la Fondazione Prada e sono chicchissime. In linea generale le sottolinea la direttrice di «Vogue», che non è Vasari, Ghiberti o De Sanctis. È giusto che l’arte sia affidata a Prada, Trussardi e la Sozzani? No, ma Sgarbi è uno stronzo.

Odio l’arte contemporanea
Sgarbi si occupa solo di arte antica, Sgarbi odia l’arte contemporanea. Divertente che il Ministero abbia affidato il padiglione contemporaneo a uno che la odia. Io la odio. Io odio le cose che non mi piacciono e di quelle parlo, non dico con rispetto, ma con antagonismo. Però, se c’è una cosa che amo è l’arte contemporanea e se c’è qualcosa di cui so tutto è l’arte contemporanea e se c’è qualcosa che so è quello che non mi piace. Richiamerò allora un altro uomo di pensiero, non come Prada e non come la Sozzani, Montale: «Questo soltanto possiamo dirvi: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Certo, Montale non è una buona citazione perché voi vi ricorderete che nel ’72, non ancora premio Nobel, fece una grande critica a Gino De Dominicis, che aveva esposto un ragazzo Down e questa critica veniva da un uomo della borghesia milanese molto colto e molto sofisticato, ma forse non preparato a vedere il dominio duchampiano di un’impresa dell’intelletto di un artista molto mio amico, che è diventato celebre con un Down. Quindi è il Down il Vasari di De Dominicis, il quale, peraltro, apre il Padiglione Italia. Anch’io sono capace di essere furbo e allora quelli che hanno parlato hanno dimenticato che il mio Padiglione italiano comincia alla Ca’ d’Oro, con una mostra di settanta capolavori della collezione Koelliker, un grande collezionista italiano, non quanto Prada: infatti ha una serie di capolavori di Bassano, di Guido Reni, di Cagnacci, di Caravaggio. Poveretto, che cosa ne capisce Koelliker di arte contemporanea? Ha comprato 130 opere di De Dominicis, che pubblicheremo in un catalogo. Io faccio parte del board della fondazione che tutela l’opera di De Dominicis e fino a pochi anni fa impediva addirittura di fotografare le suo opere; oggi le fotograferemo tutte. Nel 1993 ho amato De Dominicis, cosa strana, quando stavo a San Pantaleo. Abitavo nella casa di Innocenzo X, al piano nobile (Berlusconi stava al piano «ignobile», quello della servitù, mentre io stavo al piano sottostante) e veniva da me e ha montato con le sue mani «Calamita cosmica», un’idea formidabile con quello scheletrone gigantesco. È l’opera fondamentale di Gino De Dominicis e oggi, avendo mille problemi, soldi pochi e che non vedo mai, neppure quelli che dovrebbero darmi, ho dovuto vendere questa scultura all’amico Koelliker e così alla fine si stabilisce con la mia presenza un rapporto tra il defunto grande artista e l’attuale collezionista, che forse non lo ha mai incontrato. Questa è la prima tappa: una collezione nella casa di un collezionista, così comincia il Padiglione Italia. Perché un collezionista? Perché la Ca’ d’Oro era la casa di Giorgio Franchetti, il collezionista di quel capolavoro di Mantegna e delle tante opere straordinarie che sono raccolte nella Ca’ d’Oro. Anche il nipote, Giorgio Franchetti, è stato un grande collezionista d’arte contemporanea. Si pensava di fare lì, ma non ci siamo riusciti, quando sono stato dimesso da soprintendente, una mostra dal titolo «Da Giorgio Franchetti a Giorgio Franchetti», due Franchetti diversi con lo stesso spirito collezionistico in ambiti diversi. [...]. Allora ho pensato di dare Palazzo Grimani e la Ca’ d’Oro ai collezionisti. Purtroppo vicende che la direttrice Recchia conosce bene mi hanno impedito di mettere la collezione Thyssen al secondo piano di Palazzo Grimani, perché, essendo andato via io, quel piano è ritenuto inagibile. Ma non è vero: è stato restaurato nel 2008. In un mese si poteva allestirlo e la Soprintendenza dispone di 3,4 milioni di euro per allestimenti, che non vengono spesi, né per Palazzo Grimani, né per l’Accademia, per cui è stato incaricato Pier Luigi Pizzi di un grande progetto fatto insieme a me, che è rimasto lettera morta.

Gli assenti presenti
A Palazzo Grimani non c’è la collezione Thyssen, ma c’è una grande mostra del secondo artista del padiglione italiano, che si chiama Enzo Cucchi. Non l’ho letto da nessuna parte; anzi, è stato detto che Cucchi non c’era. Invece Cucchi ha portato in treno, nella sua borsa, 40 dipinti, ieri, come omaggio a Van Gogh. 39 saranno esposti da domani (4 giugno, Ndr) a Palazzo Grimani e uno come richiamo, dentro il Padiglione. Invece leggo nei giornali che Cucchi non c’è e che quell’altro non c’è. Invece ci sono tutti purtroppo. Cucchi porta le sue opere e loda il Padiglione, ma leggo un giornale: «Sgarbi verso il secondo flop dopo il fallimento della trasmissione su Rai1». Che cosa c’entra? «Al Padiglione italiano trionfano le defezioni»: Cucchi, 40 opere. Jori stesso ha portato umilmente le opere l’altra sera perché l’ho chiamato io, perché non era stato segnalato da nessuno. L’ho chiamato per tenerezza verso un uomo che conosco da 30 anni e con lui abbiamo condiviso che a presentarlo fosse Fabio Roversi Monaco. Le opere sono lì. Quel giornalista ha mentito. Jodice sta a fianco di Anish Kapoor, alla Fondazione Cini nella mostra «Real Venice», che fa parte del Padiglione. Sono tutti autori stranieri, da Gonzáles a Goldin, Walker; tutti, tutti, tutti, tranne un solo italiano, Mimmo Jodice. È con noi, con fotografie straordinarie, eppure leggo che non c’è Mimmo Jodice. È chiaro che chi c’è in una sede non sarà in un’altra, per ovvie ragioni o perché si ritiene che sia sufficiente che sia là, ma Mimmo Jodice, incerto a se stesso, pur essendo invitato nel Padiglione Italia, comunica ai giornali, insieme ad altri, mai invitati: «L’emergenza organizzativa del Padiglione è una superficie di un’emergenza intellettuale che ammorba ora l’arte italiana come il Paese per intero. Il nostro contributo a questa Biennale si materializza nel rifiuto a parteciparvi». Eccolo qua, s’è rifiutato ma c’è. È l’unico italiano invitato da me. Jodice ha forse una specie di divisione dell’io. C’è e non vuole esserci e in quanto non vuole esserci c’è. Io l’ho visto anche ieri sera, però non c’era. Lo ha segnalato il più grande scrittore dell’Accademia francese Jean d’Ormesson, l’abbiamo messo qui, però non c’è. Che strano. Nel Padiglione che fa schifo perché è un guazzabuglio e soffre di un’emergenza organizzativa. Per mettere in piedi una mostra con 2mila artisti in tutta Italia occorre fare una lode ad Arthemisia e a tutti quelli che hanno lavorato gratis, con un impegno straordinario e per di più con un curatore non facile, un curatore votato al crimine, pronto a qualunque azione. [...] Arthemisia ha compiuto un’opera miracolosa di organizzazione, sfido chiunque abbia osato dire: «Non è organizzato, arrivano le opere all’ultimo momento». È vero, Cucchi è arrivato ieri e inaugura domani e oggi ha qui la sua opera appesa. Voglio anche rivelare che nessun giornalista ha osservato che fra gli artisti contemporanei c’è un autore assolutamente straordinario, che in qualunque Paese del mondo avrebbe fatto parlare per la sua assoluta unicità, che non è un dipinto portato via da un museo per indicare un’illuminazione, pur lecita, sul piano ideale, sul piano dei princìpi. È un’opera totalmente sconosciuta, che un privato ha scoperto 30 anni fa, di Piero della Francesca. Il Padiglione italiano ha, dopo De Dominicis e Cucchi, anche Piero della Francesca. Mi sembrava degno di nota in uno di questi articoli. Nessuno lo ha osservato. Devono essere occhi ben aperti quelli di quanti scrivono articoli osservando che manca Mimmo Jodice, che invece c’è, che manca Jori, che invece c’è, che manca Cucchi, che invece c’è e non vedono quello che c’è, un artista che si chiama Piero della Francesca. Mi pare abbastanza singolare la mente di quanti hanno criminalizzato questa impresa. C’è anche Cattelan. Soltanto oggi vedremo la sua dichiarazione, che risale al primo aprile (e forse è uno scherzo), la sua decisione di due anni fa. Da due anni Cattelan ha deciso, grazie al cielo, di non fare più l’artista: solo più piccioni. «Cattelan: addio all’arte. Basta pupazzi, mi ritiro». Una bellissima intervista, che metterò alla parete, dove lui è stato segnalato da un architetto chicchissimo, Michele De Lucchi. Non ho chiamato Cattelan, perché non chiamo uno che ha deciso di ritirarsi. Dico che si ritira, ma non per me o contro di me, perché forse non mi ama. Si ritira legittimamente, perché dice: «Non sono capace di fare niente, non ho la mano, ho lavorato in ospedale e anche in obitorio: è stato il più silenzioso dei miei lavori e anche il meno drammatico. Ora mollo e cambio di nuovo. Magari un gesto difficile, ma fa sentire vivo». È una bellissima intervista, la pubblicherò in catalogo. È un’intervista di un uomo che dice una verità, che ha fatto delle cose molto divertenti, che è molto piaciuto alla Sozzani, alla Prada, alla Trussardi, che è un uomo della moda; io l’appendo come un suo manifesto, come se fosse un manifesto di un futurista, che decide di esserci, non essendoci. D’altra parte, Giulio Paolini, artista sottile, e da me sempre un po’ pizzicato, manda un biglietto da visita con il suo nome e una frase di De Chirico, metafisico: «Che cosa se non l’enigma, io amo». Benissimo, ognuno manda quello che vuole. Allora, Cattelan c’è, proprio perché non c’è. Giulio Paolini c’è, Paladino c’è, la Beecroft c’è, Kounellis c’è. Kounellis, siccome è molto chic, aveva bisogno di un segnalatore. Ermanno Olmi, Tornatore, Dario Fo, Umberto Eco non erano sufficienti. Lo ha segnalato, guarda caso, Alda Fendi. Anche Alda ha una Fondazione; rientra nel gruppo Trussardi, Prada, Sozzani e ha segnalato Kounellis, il quale ha detto: «Sgarbi mi fa schifo, io non ci vado, però siccome la miliardaria che compra i miei chiodi porta le mie opere, non glielo posso impedire». Chapeau. Io ho invitato Alda Fendi, così come Luisa Beccaria, come testimonianza di una moda che è creatività e che per di più è diventata una fondazione artistica, come Prada, come Trussardi. Quindi Fendi aveva titolo a segnalare e ha segnalato. Lui non voleva venire, non voleva sporcarsi le mani con una merda come me, non voleva essere contaminato, però c’è, è lì, davanti a un artista antico, che era stato segnalato da Ungaretti, da Comisso, da André Pieyre de Mandiargues, da Balthus, che si chiama Carlo Guarienti, nato nel 1923. È il primo che vedete entrando e naturalmente non sarebbe mai venuto a nessuna Biennale, perché nessuno si sarebbe mai ricordato che esisteva. Questo pittore, il primo del Padiglione, in senso tecnico, è attaccato a un’altra cosa contemporanea, perché il contemporaneo è quello che accade nel nostro tempo. Nel mio tempo accade che ci sia un artista che lavora con il marmo, come un artista dell’antica Grecia, quindi poteva aver fatto quella scultura 2.500 anni fa. C’è Gaetano Pesce con il poliuretano di queste bellissime sedie su cui oggi appariranno una donna interamente nuda e un uomo interamente nudo, per par condicio. E poi ci sono gli archi di pane di San Biagio Platani e le cene di san Giuseppe di Salemi, che in Sicilia rappresentano la tradizione delle architetture fatte di pane, di pasta,  di cose legate alla quotidianità. Con-tem-po-ra-nee. Perché il contemporaneo non è una questione ideologica che riguarda i vari Fendi, Prada, Trussardi, Sozzani. Il contemporaneo è ciò che c’è oggi davanti a me, che è fatto davanti a me, che è fatto con gli strumenti che uno si sceglie: poveri, ricchi, il marmo più pregiato o la plastica, o le canne. Quello è il contemporaneo. Se voi andate in Israele vedete opere d’arte fatte con i copertoni dei camion abbandonati nell’area dei coloni. Va benissimo. L’arte povera che cos’è se non questo? Ma non deve essere troppo povera. Non può essere un’arte troppo povera, fatta da una popolazione che fa le feste e inventa architetture, come quelle di Gaudí. Questo vedrete.

Gli artisti della domenica
Il Padiglione inizia con una comunicazione di Michele Ainis, grande costituzionalista, amico del presidente Napolitano, il quale sostiene che io ho introdotto una riforma nella costituzione dell’arte, perché ho consentito che fossero presenti tutti, che avessero dignità di esistenza. Posso garantire che soltanto chi non ama gli artisti può umiliarli chiamandoli «artisti della domenica». Qui non c’è nessun artista della domenica e nessun pensatore ha segnalato un «artista della domenica». È un’altra cosa molto grave, da parte di questi articoli di stampa: umiliare gli artisti in questo modo, come se fossero dei poveretti che sono stati chiamati dai loro amici, secondo un principio che non è «L’arte non è Cosa Nostra». Ecco perché c’è il Museo della mafia creato da Inzerillo con grande talento. Inzerillo è stato ammiratissimo, prima di lavorare con me. Achille Bonito Oliva ha detto: «La cosa più bella è il museo della mafia». Infatti è quello che ho voluto io. Il resto è quello di cui non mi sono impossessato, non per viltà, perché il direttore d’orchestra stabilisce la musica di una sinfonia, non suonando il flauto o il violino, ma dando indicazioni e facendo nascere un suono corale. Io sono un direttore d’orchestra che ha avuto come maestri di violino, di pianoforte, di flauto, quelli che hanno segnalato, con la loro intelligenza, da Dario Fo a Magris, a Ceronetti, a Barbara Alberti; e tutti questi sono i miei professori d’orchestra, i cui nomi sono tutti scritti nella luce. Quando leggo che qualcuno dice: «Non conosco né il segnalatore, né il segnalato», dispiace a me che lo scriva, ma il problema è solo suo. Ci sono due semisconosciuti per loro, che sono Sossio Giametta (e chi sarà?), il più grande studioso del fondatore del pensiero moderno: Schopenhauer. E Anacleto Verrecchia, il più grande studioso di Nietzsche. Dispiace se qualche signorina che fa la critica per Prada o per la Sozzani ignora questi due signori. Problema suo, ma si vergogni di dire che non conosce, come se fosse un’onta non essere conosciuti.

A fianco di Caravaggio: contaminazioni
Su un cesso di giornale leggo di tre assenti che sono presenti e leggo anche quello che scrive tale Flavia Matitti, che non ha mai visto un museo dove Caravaggio sta a fianco di Enea Salmeggia, detto Il Talpino. Qualcuno di voi lo conoscerà: è un pittore lombardo, di origine bergamasca, attivo negli anni di Caravaggio, che sembra un santino, che però esiste. Caravaggio alla Doria Pamphilj sta a fianco di Enea Talpino e se ne sbatte i coglioni e va benissimo. Non è che dice: «Devo stare da solo, perché Rotelli, segnalato da Zanzotto, mi contamina». Marco Nereo Rotelli ha dato con lo «Lo stato poetico», un’opera fatta di poesie e dedicata al concetto d’identità, un’indicazione analoga a quella che ho scelto, l’idea di mettere insieme parole a figure; l’ha realizzata in pietre in tre colori, quelli della bandiera, in forma di libro. Il libro di Rotelli è a un pelo dall’opera di Kounellis. Ma come si fa a contaminare Kounellis, che ha piantato un po’ di chiodi su un lenzuolo e li ha venduti alla Fendi, che lo porta qua contro la sua voglia (altro clandestino) però lui non può dire di no alla miliardaria che compra le sue opere, essendo lui povero e comunista? Questo il concetto. Nessuno è più ricco degli artisti poveri che dicono: ma no, il miliardario va rispettato, non vorrei che la prossima opera non me la comprasse. È per questa ragione che Kounellis ha accettato contro la sua volontà di essere presente, o che Jodice era presente in sua assenza: non sapeva di essere presente. Leggo che tutto quello che abbiamo fatto, secondo la Matitti, è lo stand di una fiera di quart’ordine. Mi fa piacere che la Matitti pensi questo. Normalmente si trovano nelle fiere di quart’ordine Piero della Francesca, Valerio Adami, Kounellis e tutto quello che lì è esposto. Bernardo Bertolucci ha segnalato Bernardo Siciliano, un bravissimo artista. Tutto questo sarebbe una fiera di quart’ordine, perché non ha avuto neanche l’umiltà di guardare i nomi, stabilire il rapporto delle coppie e capire chi è l’uno e chi è l’altro. Ermanno Olmi ha scritto cose bellissime e sono parole straordinarie e Marc Fumaroli ha avuto la delicatezza di segnalare un grande artista emigrato in Francia, perché in Italia aveva poco spazio, che si chiama Leonardo Cremonini, morto, ma vivo nel Padiglione Italia, l’unico che non è più tra noi, ma che è con noi in quella sua opera. Fumaroli ha scritto: «Gli artisti che tutti conoscono sono legati alla moda e non valgono molto, hanno un valore pubblicitario. Gli artisti che io amo, nessuno li conosce, quindi non te li segnalo». Scrive questo in un articolo pubblicato guarda caso su «la Repubblica», che pubblica cose che non condivide. Però Cremonini poteva andare bene e così l’ho messo. Perché nascondere ai cittadini il fatto che l’arte cosiddetta contemporanea, quest’immagine di marca inventata di sana pianta dalla moda e dal mercato finanziario internazionale, non ha più niente in comune con tutto quello che fino a oggi abbiamo chiamato arte, né con gli autentici artisti viventi, ma non quotati in questa borsa? Perché mettere sullo stesso piano un artista come François Morellet che, invitato al Louvre, studia lo spirito del palazzo e lo abbellisce, e un Jeff Koons, marito di Cicciolina, e un Murakami, di cui ci vorrebbero far credere che il loro kitsch, trasportato a Versailles, dialoghi con lo sfarzo magnificente di Le Brun e di Le Notre? Marc Fumaroli è uno dei grandi pensatori del nostro tempo: ha il mio stesso pensiero. Invece io ho accolto anche quelli che dovevano stare nella borsa ed erano da me guardati con sospetto. La chiave del malessere attuale è il velato conflitto di interessi che ha indebolito, se non proprio annullato, la distinzione classica fra Stato e mercato, fra politica e affari, tra servizio pubblico e servizi privati, tra servitori dello Stato e collaboratori di uomini d’affari. Chi ha montato l’opera di Anish Kapoor rientra in questo mercato e lo Stato gli ha consentito che questo potesse accadere. Forse è lecito, ma non si dica che non è lecito che un pittore che ha ottantadue anni, che si chiama Piero Slongo, non abbia mai fatto una mostra in vita sua e sia presente qui, trattato come se fosse l’artista di qualche mercato di paese. Questo è un insulto agli artisti; è una violenza inaccettabile di gente ignorante e plebea. Le considerazioni di estetica, di gusto, di arretratezza e di avanguardia sono soltanto cortine di fumo per dissimulare un’offensiva in piena regola del business dei beni culturali (copyright di Salvatore Settis, che infatti ha segnalato, ignorante com’è, Tullio Pericoli, come Pierluigi Cerri) contro quel poco di buon senso che resta nel pubblico francese e italiano e quel poco di senso dello Stato che resta nell’amministrazione e nella classe politica francese. Così abbiamo Cremonini, che era esiliato a Parigi perché in Italia era considerato troppo... Troppo che? Un pittore, quindi in casa d’altri. Ora, di questa fiera di quart’ordine leggo ancora che la Miralles, secondo tale Lea Mattarella, che scrive «bianche strutture che sembrano appendiabiti, invasive, quasi come scatole di legno scadente», avrebbe preso un Leone d’Oro per niente. Se lo usa un architetto di quelli che le piacciono, il legno scadente rimanda al concetto di riciclo. Nel nostro caso sono delle scatole di imballaggio su cui sono riportati due nomi: quello dell’artista e quello del selezionatore.

Pensatori o creatori di moda?
Qualche volta i due si confondono, perché non ha mai sentito né l’uno né l’altro. Sarà colpa nostra o sarà colpa sua se non ha sentito né l’uno né l’altro? L’altro dovrebbe essere contenta di vederlo e l’uno, se non lo conosce, è perché, forse, un giornalista non si informa andando su Google o su Wikipedia a vedere che non c’è nessuno di quelli da me segnalati che non abbia una storia che vale. Non per il loro valore di business women, come Prada, Sozzani, Trussardi e Fendi, ma per il loro valore di pensatori. Io qui ho portato il pensiero, non gli affari. Pirandellianamente capita che segnalatore e segnalato si scambino. L’attrice Adriana Asti ha invitato Luigi Ontani, ma a sua volta è stata proposta come artista da Ernesto Galli Della Loggia e sarebbe come dire che se uno segnala non può essere segnalato. Può essere solo segnalatore. Non ci può essere un letterato che è anche artista? Sì, c’è: Eugenio Montale, Ceronetti, Martinez. C’è anche il mitico Dorfles, che piace molto perché è sempre stato legato all’attualità, che è segnalato da Fiorucci ed è presente anche come segnalatore. Non capisco che cosa non funzioni. Non piace alla Mattarella? Peggio per lei. La quale poi dice che anche grandi pittori in questa collezione soffrono di asfissia in questo calderone, mescolati a pittori con con cui Sgarbi ha sempre lavorato: Di Stasio, Frongia, Bulzatti, Gandolfi. Ora, Frongia ha 12 metri, la Gandolfi ne ha 6, Di Stasio si vede perfettamente (certo in una quadreria Caravaggio ha un piccolo spazio e si difende, anche se lì vicino ha Enea Salmeggia, detto Il Talpino). Ma ancora qui si dice che Guccione è stato segnalato (è Virginia Baradel che scrive) da Franco Battiato e da altri siciliani. Che Battiato sia siciliano è certo, ma Giovanni Reale, filosofo, Andrée Ruth Shammah, regista, Lorenzo Zichichi, il figlio di Antonino, che è nato a Roma, e Giorgio Montefoschi e ancora Stefano Malatesta sono tutto meno che siciliani. La signorina Baradel potrebbe informarsi che solo Battiato è siciliano e che il grande artista Guccione invece non è stato segnalato per ragioni regionalistiche e che non è iscritto al MpA; è invece un artista che piace al più grande storico della filosofia italiano, Giovanni Reale, e piace a un grande musicista come Battiato e piace a un grande giornalista onesto come Malatesta e piace a una grande regista come Andrée Ruth Shammah. Mi pare un coro di consensi. Certo, non piace alla Sozzani, che lo scambia per il fotografo Bob Guccione, giuro su Dio, che è venuto a chiedermi di fare mostre e che io ho guardato con tenerezza. Questi sono i nostri giornalisti. Non parliamo della figlia di Giorgio Di Genova, Arianna, che ignora che suo padre lavora con me e che ha segnalato decine di artisti, alcuni particolarmente superati dal tempo, ma che ho sempre rispettato e discusso con suo padre sull’opportunità di mantenere presenti artisti viventi la cui ricerca è ancora ferma agli anni ’80. L’indicazione: vivi, attivi negli ultimi dieci anni, con una creatività che sia in qualche modo legata alla nuova sensibilità del nuovo decennio, del nuovo millennio. Arianna scrive «Nel gioco di società (come definito da Ontani)», il quale l’ha definito gioco di società e infatti partecipa. Che strana cosa però. Questi che dicono una cosa e poi ne fanno un’altra; parlano con me e sono come amici tenerissimi (conosco Ontani dal ’74: «Vittorio, che bello stare con te, che bello») e poi dicono: «Ma no, che schifo quel guazzabuglio, quell’accozzaglia, quel mercatino di paese».  Un mercatino di paese con Piero della Francesca, con il grande Antonio Marras. «Accadono anche strani cortocircuiti: Adriana Asti, selezionatrice di Ontani, viene a sua volta invitata (ad esporre!) da Galli Della Loggia», il quale sarebbe un cretino che fa esporre una deficiente, che essendo Adriana Asti non ha diritto di dipingere. Forse Arianna non sa che tra i grandi pittori del ’900 c’è la moglie di Montanelli, Colette Rosselli, grande surrealista, poco vista, come poco visti sono Gaetano Pompa, Gustavo Foppiani, Stanislao Lepri. Tra questi s’inscrive la personalità di Adriana Asti, la quale può benissimo dipingere. [...] «Nella kasbah di Sgarbi si perde l’arte italiana» e qui c’è tale Roberto Gramiccia, una mano strappata all’agricoltura, che scrive: «Una fra tutte riguarda Lino Frongia», il quale abbiamo letto che è stato penalizzato da me, secondo la Mattarella, perché sta in una situazione di asfissia. Questo vede la Mattarella e questo vede Gramiccia, che aggiunge: «All’interno di questa assurdità non mancano naturalmente le asimmetrie e le sperequazioni, perché ci sono 10 metri per Kounellis e 11 metri per Frongia». Proverebbe che Frongia è visto e si dice infatti: «Una fra tutte riguarda Frongia, un artista di riferimento di Sgarbi, al quale è stata riservata un’intera lunga parete, mentre opere a nostro giudizio più significative sono schiacciate da lavori della più diversa origine e qualità». Ed eccoci arrivati: «E così è stato possibile ammirare le brutte copie dei quadri di Antonello Trombadori, realizzate dal figlio Duccio». Ora, Antonello Trombadori è stato un grande comunista, è stato un grande scrittore, è stato un poeta, è stato un mio collega in Parlamento, è stato poi un riformista vicino a Napolitano. Non è mai stato un pittore. Il pittore è il nonno di Duccio. Studia, Gramiccia! Il pittore a cui ti riferisci si chiama Francesco Trombadori, padre di Antonello, nonno di Duccio. Se scrivi, studia! Non dire che Duccio Trombadori, segnalato da Giuliano Ferrara (orrore) fa delle copie dei quadri del padre, che non ha mai fatto quadri, ma che ha fatto delle poesie. E da ultimo anche lui, si vede che va bene, critica le «improvvide realizzazioni pittoriche di Adriana Asti». Comincerà a piacermi, perché non piace a nessuno. Che cosa ha fatto Adriana Asti? Ha dipinto e non piace a nessuno. A questo punto arriviamo a un mio amico. Quando ero assessore a Milano ho fatto la mostra di Bruno Munari alla Besana. Mi è stato raccomandato da Dario Cimorelli un signore che si chiama Marco Meneguzzo, che conoscevo da tanti anni, il quale ha parlato con me ore, ha fatto la conferenza stampa, mi ha lodato ed è stato lodato per quella mostra, è tornato in assessorato, abbiamo lavorato ad altre imprese. Fa un intervento sull’«Avvenire» su questo padiglione caotico, guazzabuglio, fumoso, incomprensibile, con Galli Della Loggia, Tahar Ben Jelloun, Dominique Fernandez, Fumaroli, questi poveretti che non si chiamano Prada, Sozzani e Trussardi ecc., dice: «Se poi qualcuno volesse sapere qualcosa del Padiglione Italia, curato da Vittorio Sgarbi, dirò, parafrasando Karl Kraus, che si riferiva a un personaggio ben più nefasto (era Adolf Hitler…), che a proposito di Sgarbi non mi viene in mente niente». È interessante, non gli faccio venire in mente niente. Immagino che invece voi, quando pensate a Meneguzzo, pensiate a molto. Altri esagerano perché vogliono fare gli amici e la buttano in politica e scrivono: «Lo splendido caos di Sgarbi salva la Biennale». È vero, ma doveva scriverlo «l’Unità». Detto questo, il Padiglione Italia apre con una quantità di artisti che, oltre che presentare l’arte contemporanea nel senso che tutto è contemporaneo, anche il passato, vuole semplicemente mostrare la vita rispetto alla morte.
L’importanza di essere un curatore e indipendente
Il padiglione del curatore inteso come una cappella funeraria con i suoi cari morti oppure è un ospedale con i malati del curatore, meglio se indipendente (in quanto è dipendente vuole fare sapere che è indipendente). Perché basterebbe dire curatore. Se dici dipendente nasce il sospetto, come quando nacque un assessorato alla vivibilità a Palermo, che è città notoriamente invivibile. Se dici che sei indipendente qualcuno minaccia la tua indipendenza. Una volta si chiamavano critici dell’arte o storici dell’arte; ora si chiamano «curatori indipendenti» i quali stanno nella loro cappelletta, nel loro ospedale, nella loro infermeria. Curano i loro malati e non vogliono vedere altro, perché gli appestati non siano contagiati dai sani. Allora, siccome il mondo è popolato di tante cose diverse, ci sono tutte le cose che vogliamo vedere e quelle che non vogliamo vedere, questo Padiglione è come New York, rispetto a Trebaseleghe. A Trebaseleghe stai più tranquillo: c’è un bel cimitero, c’è una casa con i tuoi cari, c’è il tuo ospedale e stai tranquillo. Qui invece hai casino. La vita è casino. La vita è qualcosa che sfugge all’ordine stabilito da Prada, Trussardi, Fendi, Sozzani. È qualcosa in cui ci sono anche degli extracomunitari, dei poveri, dei farmacisti, degli scrittori, dei poeti, dei registi. C’è Özpetek, che se fa un film è un genio, ma che segnala Lello Esposito. C’è Ermanno Olmi che segnala Tino Stefanoni in una pagina bellissima: un genio Stefanoni, un genio Ermanno Olmi, però, che cosa ne capisce d’arte? Perché l’arte deve essere capita, non è per tutti, deve essere capita da Bonami, Trussardi, Fendi, Bonito Oliva. Cioè, uno come Ermanno Olmi cosa può dire? Cosa può dire Kureishi? Cosa può dire Tornatore? Cosa può dire Dario Fo? Cosa può dire Vassalli? E infatti non amici miei, come Vassalli o Tiziano Scarpa e Michele Ainis, che è più amico, hanno fatto articoli bellissimi dicendo che Sgarbi ci ha consentito di dire che avremmo un gusto, anche se ci piace Adriana Asti. [...]. «Il Padiglione Italia come un caotico bazar. Bene i fotografi friulani». Ovviamente il giornale è friulano: il «Messaggero Veneto»: «Confusione e qualità scadente nel settore curato da Sgarbi. Spicca la selezione di scatti affidata a Italo Zannier», che è friulano. Questa è il massimo: «Un bazar dove buoni artisti come il duo Bertozzi&Casoni sono affiancati da pittori della domenica». Ora, la cosa che m’indigna di più è che qualcuno che nulla sa chiami «pittore della domenica» tutti quelli, nessuno escluso, che hanno lavorato con intelligenza, con passione. Questa è la Biennale degli artisti, ognuno dei quali è tale per sentimento, passione, vocazione e nessun tribunale del popolo può chiamarlo «pittore della domenica» per ignoranza, perché non l’ha visto, perché non li ha guardati, perché non li ha capiti, perché non li ama, perché odia l’arte. Loro la odiano e amano la moda e amano il fumo e amano la menzogna. E allora il carrozzone del déjà-vu, il caotico bazar. Però fortunatamente io ho chiamato il mio amico ottantenne Zannier, che potrà dirvi che in nessuna Biennale ha avuto tanto spazio e tanto onore: ha portato 150 fotografi, ha fatto quello che voleva, li ha scelti lui. Anche soltanto per questo la Biennale andrebbe rispettata, per rispettare Italo Zannier e la sua impresa. Ma non voglio aggiungere altre lodi al richiamo ad alcuni prescelti da me, nella mia autonoma volontà di curatore; ci sono e sono quelli, compreso Bonito Oliva, che non avrebbero avuto critiche. «Bastava che facessi il Museo della mafia». Certo: divertente, folle.

L’arte non è Cosa Nostra. Ma di chi è?
Mi è servito a scrivere quella frase che leggerete, che è mia, scritta dalla mia mano: «L’arte non è Cosa Nostra» realizzata con questa chiave un po’ alla Merz, per cui io sono lì presente, quasi come artista d’avanguardia. Si entra dentro, non perdetevelo, piace anche a Bonito Oliva (quindi forse ho qualche dubbio che possiamo avere fatto qualche errore), ma in tutto questo l’ho voluto io. Poi ho voluto un artista che si chiama Carmelo Giallo, grande ceramista di Burgio, che ho fatto segnalare da Jas Gawronski, che era con me, e siccome Gawronski è la Quadriennale ho pensato che poteva allargarsi e segnalare un artista che non conosceva. Mi è sembrata un’ottima idea. Devo ancora trovare un segnalatore per Slongo; mi ha telefonato e questo ottantaduenne esordiente, che ha fatto qualche mostra, ma sempre in luoghi remoti, mi sembrava molto triste di non avere nessuna segnalazione e credo che entro le tre la troveremo. Detto questo ho voluto degli omaggi a grandi artisti che sono arrivati oltre la soglia di un’età in cui il rispetto è d’obbligo e sono: il grande scultore Ilario Fioravanti, di cui apriremo la mostra, insieme a quella di Fausto Pirandello, tra due settimane a Palazzo Grimani. Artista novantenne di Cesena che fu scoperto da Giovanni Testori, del cui spirito questa iniziativa è fatta, perché se esiste un rapporto è tra letterati e pittori, come c’era un tempo con Moravia, Pasolini, Sciascia, Testori, Enzo Siciliano. Da 20 anni i letterati sembra che non possano occuparsi di arte perché non è «cosa loro». È cosa dei becchini che stanno nei cimiteri e quindi: «Quello non ne capisce, quello non ne sa». Però se sento Eco che mi dice che un film è bello, o uno spettacolo teatrale è bello, lo ascolto. E perché l’arte non deve riguardare anche loro, l’arte non deve essere di tutti, gli artisti non devono parlare a tutti ed essere interpretati da uomini di pensiero sottile che hanno dato indicazioni al 90% totalmente autonome e precisissime? Io ho riservato per me gli omaggi a Fioravanti, gli omaggi a Luigi Caccia Dominioni, un grandissimo architetto che non ha fatto danno all’Italia, ma che ha costruito architettura e disegnato oggetti che esporremo a Palazzo Grimani, credo in settembre. Insieme al Museo della mafia stiamo preparando, credo per settembre, il Museo della follia, sempre nella mente di Inzerillo, nel Palazzo Marcello, spero utilizzabile ma che è dominio della Soprintendenza. Poi ho voluto altri due omaggi, di cui uno troverete sia al Padiglione, sia a Palazzo Grimani: quello a Enzo Cucchi e quello a uno straordinario poeta poco conosciuto forse, mai visto da Fendi, Prada, Trussardi e Sozzani, che si chiama Federico Bonaldi. Chi ha visto le opere di Bonaldi non le può dimenticare. Nel circolo degli artisti di Faenza, in questo luogo che era stato di transizione all’inizio del secolo, legato a Domenico Baccarini, c’era un brandello di 4 metri con una serie di piccole immagini, ma parte delle quali sono rappresentate nel Padiglione; il pannello è arrivato oggi. Federico Bonaldi ha ottantadue anni, sta sotto il ponte di Bassano, è un uomo di sinistra, è un uomo in condizioni fisiche non buone, ha una delicatissima moglie; le ho parlato ieri. Il fatto che voi non lo conosciate, o non lo conosciate abbastanza, dovrebbe essere per voi motivo di ringraziamento per me, che ve lo faccio vedere. L’omaggio a Bonaldi è l’omaggio all’arte, alla bellezza, all’autonomia, alla libertà contro la moda e per la civiltà dell’arte che è sempre contemporanea.
© Riproduzione riservata

da Il Giornale dell'Arte numero 311, luglio 2011



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