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La Tate Modern si fa in quattro

Diane Arbus, Burke+Norfolk, lo stile documentario e Taryn Simon con opere delle collezioni o in acquisizione

Taryn Simon, estratto dal capitolo VI di «A Living Man Declared Dead and Other Chapter», n. 326 e n. 327, 27 maggio 2009, Inglewood, Queensland, Australia. © Taryn Simon / Courtesy Gagosian Gallery

Londra. Si scrive Tate Modern, si legge fotografia: quattro mostre che quest’estate rendono il museo londinese la vera e propria casa dell’immagine fotografica contemporanea. Quattro mostre, peraltro, che sarebbero i punti di forza di un qualsiasi festival fotografico, ma che in più hanno la caratteristica di essere realizzate con opere che fanno già parte delle collezioni del museo o che vi entreranno in seguito a questa occasione espositiva. Una dimostrazione ulteriore che istituzioni serie, con una progettualità e adeguatamente finanziate, possono non solo essere macchine da mostre temporanee ma anche arricchire il proprio patrimonio e continuare a svolgere i compiti per i quali sono nate. Si inizia con tre sale dedicate a Diane Arbus, all’interno di un programma denominato «Artist Rooms», che vede coinvolti insieme alla Tate altri musei britannici. Interamente con nuove acquisizioni è realizzata, sempre nelle sale permanenti del museo, «Fotografia: nuove forme di documentario», cinque protagonisti del moderno ...
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 310, giugno 2011

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