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Il papa di Oliviero Rainaldi: «Ho rappresentato il suo corpo metafisico, e nel volto la sua idea spirituale»

La statua di papa Giovanni Paolo II, opera di Oliviero Rainaldi

Roma. Sono decine le opere e gli arredi liturgici realizzati per ambiti ecclesiastici nella sua carriera di scultore da Oliviero Rainaldi, interprete italiano tra i maggiori di quel codice che fonde arte contemporanea e soggetto religioso. Ma il 18 maggio, per taluni, qualcosa sembra essere andato storto. Una statua in bronzo di Karol Wojtyla realizzata da Rainaldi viene inaugurata in piazza dei Cinquecento a Roma, davanti alla Stazione Termini, sul lato verso le Terme di Diocleziano. Gli oltre cinque metri che raffigurano il pontefice beatificato il 1° maggio sono un dono della Fondazione Silvana Paolini Angelucci al Comune di Roma. Ma da subito il giudizio sull’opera non è unanime. Come spesso capita nei confronti del contemporaneo, la gente comune non apprezza. Non apprezzano però neanche parti più qualificate del mondo della cultura, stroncano l’opera interi segmenti del mondo cattolico, preoccupati soprattutto per il fatto che il papa non è riconoscibile. Pier Ferdinando Casini invoca lo spostamento in altro sito della scultura, il sindaco Gianni Alemanno addirittura ventila la possibilità di affidare giudizio e destino dell’opera a un referendum da svolgersi online. Cronisti e vaticanisti leggono tra le pieghe della polemica le prove dell’affievolirsi dei rapporti tra Campidoglio e Santa Sede, ma anche l’inasprirsi di conflitti interistituzionali. Proviamo a riportare con l’artista la questione nei suo termini reali.

Come è nata l’idea formale dell’opera?
L’idea che sottende questa scultura attinge all’esperienza di un ciclo di lavori iniziati in concomitanza con il Giubileo, tra il 2000 e il 2003. Il concetto di fondo è molto simile. Il titolo del ciclo dei lavori è «Santo». Il mantello, attraverso tutta la sua articolata simbologia, evidenzia il concetto di protezione e accoglienza, e mi è sembrato appropriato, quindi, recuperare questa idea, dove «Santo» non va interpretato come l’immagine del santo elevato agli altari, bensì, come avviene nella chiamata divina del Vecchio Testamento, dove si legge: «Siate santi poiché io sono santo».
L’identità spirituale di questo pontefice è eretta sulla necessità dell’accoglienza. Il mantello del beato Giovanni Paolo II esprime l’eredità spirituale che egli lascia alla città di Roma e al mondo, come accade ne Il libro dei Re, dove il profeta Elia lascia al suo discepolo il proprio mantello in segno di trasmissione del suo spirito. Il mantello del pontefice da me raffigurato circoscrive un corpo che non c’è più: ad un corpo fisico si è sostituito un corpo metafisico. Lo spirito del pontefice è presente sempre di più, mentre viene meno la sua stessa forma fisica. Nella simbologia ebraico-cristiana lo spirito è il vento o meglio, sempre citando Elia, una sottile brezza, che ho cercato di rendere attraverso un visibile rigonfiamento del manto. Più che illustrare fotograficamente i tratti del volto del papa ho voluto rappresentare l’idea spirituale che era dentro quest’uomo. La scultura desidera esprimere una sacralità universale nel senso che il messaggio di Giovanni Paolo II è indirizzato a tutti e da ognuno viene fatto proprio al di là della propria appartenenza confessionale.

Come si inserisce l’opera all’interno del suo percorso di artista?
«Sono rimasto fedele al mio linguaggio fatto di essenzialità e assenza. Agisco sempre con la stessa coerenza estetica, sia che si tratti di opere laiche o religiose, pubbliche o private.
Come ha vissuto le critiche?
Con spirito critico, porgendo l’ascolto. A me sembra comunque che allo stato attuale le critiche veramente serie siano state poche. Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni ha un'unica evidenza: si è entrati poco nel merito dell’opera poiché troppo distratti da faziosità che sono esattamente contrarie al concetto di confronto culturale.
Appartengo a una generazione di artisti che hanno messo l’umano sopra qualsiasi credo formalistico. La possibilità stessa di raffigurare un volto per me è un concetto teologico. Di conseguenza verifico ogni giorno la pregnanza del messaggio cristiano, anche quando solleva critiche così aspre.
Cosa farà adesso?
Non credo che «darò le dimissioni». Seguirò gli impegni già presi, come la mostra che ho attualmente al Museo Nazionale di Villa Pisani a Stra e a Francoforte in Germania. Continuerò il mio lavoro di sempre.
Se un dibattito culturale sull’arte pubblica ci deve essere, vi possono partecipare tutti?
Se osserviamo quali sono i giornali più venduti e i siti più visitati in Italia abbiamo già un quadro chiaro per poter fare le nostre considerazioni. In ogni caso nella vita, secondo me, ci sono poche cose da fare a tutti i costi: sicuramente evitare banalità e indifferenza.

Guglielmo Gigliotti, edizione online, 25 maggio 2011


  • Particolare della statua di papa Giovanni Paolo II, opera di Oliviero Rainaldi, in una foto di Claudio Abate
  • «Santo», bronzetto di Oliviero Rainaldi del 2002
  • Oliviero Rainaldi
  • La statua di papa Giovanni Paolo II, opera di Oliviero Rainaldi, in una foto di Claudio Abate

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