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Libri

La filosofia pop di Danto

La copertina del volume di Tiziana Andina

Dopo tanti libri di Danto, eccone uno su Danto. Scritto da Tiziana Andina, che insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino, è un libro che sistema egregiamente il pensiero filosofico di Arthur Coleman Danto. Filosofo interessato soprattutto alla storia (Filosofia analitica della storia, 1965; trad. it. Il Mulino, Bologna 1971), di formazione analitica ma attratto anche dalla filosofia continentale, a un certo punto si occupa di Nietzsche, il cui pensiero lo apre al versante popolare della riflessione filosofica, così come all’idea che la filosofia debba sempre offrire una visione d’insieme e orientare la vita privata e sociale degli uomini. Nel 1964 la riflessione di Danto vira però improvvisamente verso l’arte figurativa: d’ora in poi si occuperà di «filosofia dell’arte», divenendo anche critico d’arte per la rivista «Nation», e arriverà a offrire a noi tutti importanti strumenti per leggere il contemporaneo. Ma che cosa aveva potuto determinare una svolta tanto radicale negli interessi di Danto?  In quell’anno Danto aveva visto, esposti alla Stable Gallery di New York, alcuni lavori di Andy Warhol, e fra questi «Brillo Box», che gli aveva subito posto un problema: perché un oggetto banale poteva essere considerato arte? Perché quell’oggetto era più degno di essere considerato arte di quanto non lo fosse un identico oggetto collocato sullo scaffale di un supermarket? Indagando i tanti articoli, saggi, libri sull’arte prodotti da Danto (in particolare La trasfigurazione del banale, 1981), l’autrice ricostruisce i passaggi della sua riflessione. Il discorso di Danto parte da lontano, da Platone e dalla teoria dell’arte come imitazione che è stata alla base di quella «grande narrazione» che abbiamo definito «storia dell’arte», durata fino alla fine dell’Ottocento. Quella «grande narrazione» si è disgregata durante la prima metà del Novecento, e si è conclusa appunto con l’apparire dell’arte Pop e con la possibilità da essa introdotta che qualunque oggetto materiale possa essere arte. A Platone Danto contrappone una «filosofia dell’arte» che prima di tutto rivendica all’arte un suo spazio ontologico: «Le opere d’arte come classe si contrappongono alle cose reali nello stesso modo in cui vi si contrappongono le parole» (Danto, p. 89). Individuato il quale spazio, Danto passa a dire delle proprietà che caratterizzano un’opera d’arte, che sono di ordine conoscitivo e che si colgono con l’interpretazione: «L’interpretazione è la leva grazie alla quale un oggetto è sollevato al di fuori della realtà ordinaria, per essere trasportato nel mondo dell’arte», osserva Andina (p. 92). L’opera d’arte è dunque un veicolo semantico, che utilizza quella struttura retorica che è la metafora, che a sua volta provoca una reazione non soltanto cognitiva, ma anche emotiva, nei confronti di ciò che significa. Ancora una volta Danto sovverte un aspetto della teoria platonica: per lui l’arte ha la possibilità, che la filosofia non ha, di incidere sulla vita pratica degli uomini e di determinarne sentimenti e azioni.  A questo punto è evidente che l’arte ha poco a che fare con la bellezza «estetica» che è legata alla percezione e alla sensazione, mentre la bellezza «artistica» è legata al pensiero critico. Come aveva pronosticato Hegel. E come aveva già capito, nel 1915, il Duchamp di «Fountain». L’arte cioè, proprio perché «embodied meaning», sconfina nella filosofia, mentre, con Duchamp, e poi con la Pop art, si dà «la fine della storia dell’arte». Nell’ultimo capitolo Andina segnala altre interessanti prese di posizione di Danto. Il quale sostiene che non esiste uno stile preferibile a un altro. E anche che, come l’opera d’arte sottende sempre la filosofia, così la critica d’arte deve sempre avere sottesa la filosofia: a monte di Greenberg, ad esempio, c’è l’estetica kantiana. A proposito dell’arte di questa nostra epoca «post-storica», Danto parla della trasfigurazione degli oggetti più banali e della loro introduzione nell’arte alta come di un fenomeno liberatorio e dal senso anche politico. Ancora: nonostante Warhol si limitasse a rispondere «wow» a ogni domanda, Danto lo considera un filosofo perché ha saputo trasfigurare il mondo ordinario semplicemente rappresentando i simboli, le icone, i supereroi della cultura popolare così come sono. L’autrice conclude con un bel riconoscimento a Danto: «Ammettere nel mondo dell’arte “Fountain” significa aprire quel mondo e renderlo più ospitale e liberale, proprio come dovrebbe essere il mondo abitato dagli esseri umani».


Arthur Danto: Un filosofo pop, di Tiziana Andina, 138 pp., ill. b/n e colore, Carocci, Roma 2010, e  14,50

Anna Minola, edizione online, 24 maggio 2011



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