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Vernissage

Venezia

Sono vorace per l’Italia verace

Vittorio Sgarbi e i suoi consiglieri hanno preparato una chilometrica lista di artisti per il Padiglione italiano diffuso su tutto il Paese: «L'arte non è "cosa nostra", tantomeno dei vari Abo, Celant e Bonami»

«Italia in Croce» di Gaetano Pesce. Foto di Marilia Pederbelli

Il gigantesco progetto di Vittorio Sgarbi, commissario del padiglione italiano alla Biennale di Venezia, avrà il suo epicentro all’Arsenale, ma la mostra dilagherà in tutta Italia, come conferma il critico e storico dell’arte in questa intervista.
Vittorio Sgarbi, almeno numericamente sarà un padiglione italiano da record?
Partendo dal presupposto che io ho una visione espansionistica e non limitativa, sono interessato a tutte le forme di creatività nei settori che vanno dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla ceramica, dalla video arte alla grafica, dalla moda al design e anche alla cucina: il padiglione comprenderà questi nove settori.
Quanti saranno gli artisti?
In una delle sezioni ci saranno 229 artisti vivi e operosi all’estero, come il designer Gaetano Pesce (la sua «Italia in Croce» sarà il simbolo della mia Biennale) che vive a New York e il pittore Valerio Adami, che opera a Parigi, espongono negli Istituti Italiani di Cultura delle loro città. Spesso si tratta di personalità interessanti ma completamente remote. Altri sono invece più noti, come Matteo Basilè che vive a Bali o Francesco De Grandi che sta a Shanghai. Realizzeremo dei video e collegheremo questi artisti attraverso 89 schermi all’interno del padiglione italiano. Poi avremo da 200 a 220 altri artisti scelti da personalità del mondo della cultura. Certo che questo meccanismo consente di mettere in piedi una macchina diabolica contro i vari Achille Bonito Oliva che fanno solo polemiche gratuite.
Si riferisce al «j’accuse» lanciato in prima pagina sul Giornale dell’Arte laddove Abo ha paragonato la società Arthemisia, che l’ha affiancata nell’organizzazione, al «talent scout» Lele Mora?
Io non ho affatto appaltato ad Arthemisia o ad alcun altro, come invece accusa Bonito Oliva, il progetto del padiglione italiano. Arthemisia ha semplicemente fatto un gesto straordinario, basato sulla fiducia, a fronte del Ministero per i Beni Culturali che, fino alla nomina di Galan, non aveva messo un euro. Fino al mese scorso abbiamo lavorato in queste condizioni. Comunque alla faccia dei vari Bonito Oliva e Bonami chiamo per la mia Biennale un genio assoluto che si chiama Cesare Inzerillo, un artista che a Salemi ha fatto il Museo della Mafia, costato 63mila euro. Inzerillo è stato lo scenografo di Ciprì e Maresco, è una specie di Kantor, che fa impallidire gran parte delle c… sostenute dai vari Celant con quei fighetti alla Penone, Zorio & C., tutti uguali e tutti superfighetti. Il museo verrà «duplicato» alla Biennale e il visitatore vedrà in alto la scritta: «L’arte non è cosa nostra». Il che vuol dire che io chiedo agli intellettuali, dei quali mi fido molto di più che non di Bonami o di Achille Bonito Oliva, di esprimere nomi di artisti che loro stimano.
Un modo comodo ed elegante per deresponsabilizzarsi, dicono i suoi detrattori.
Ai quali ricordo che il “segnalatore” di Tiziano era un intellettuale, un certo Pietro Aretino.
Qualche artista ha rifiutato, anche se indicato da uno dei segnalatori di fiducia?
Nell’Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam avrebbe dovuto esporre Rossella Biscotti, che invece ha lanciato un blog in cui invita gli artisti a boicottare la mia Biennale. Camilla Baresani aveva segnalato Luigi Serafini, il quale, dopo trent’anni che lo sostengo, viene a dire, come la Biscotti, che non partecipa perché la mia Biennale è berlusconiana.
Non lo è?
La mia Biennale non ha niente di berlusconiano, Berlusconi non ha chiesto niente. Per me Serafini resta un grande artista, ma reputo il suo un insulto di una gravità inaudita.
C'è stata qualche altra segnalazione che ha messo in imbarazzo il segnalato?
Michele De Lucchi mi ha indicato Cattelan, e io esporrò Cattelan.
E se lui non è d’accordo?
Se Cattelan non vuole partecipare non parteciperà. A me basta la sua intervista su «Repubblica» perché anche una parete vuota può corrispondere al fatto che lui ha dichiarato di non essere più artista. Io affiggerò al muro la sua intervista, come le 95 tesi di Lutero in cui dice di non avere talento, di non avere mano, di non essere un artista e che si è ritirato. Sarà anche la Biennale delle restituzioni. Pensi a un pittore formidabile come Maurizio Bottoni, che mai sarebbe arrivato alla Biennale. Ho sottratto la Biennale alla mafia dell’arte e ai critici che hanno il coraggio di farmi la morale.
E per quanto riguarda le sue «chiamate dirette»?
Ci sarà una sessantina di artisti che ho scelto in base alla loro chiara fama. Ho pensato a una sezione dedicata agli artisti stranieri che hanno eletto l’Italia come luogo in cui lavorare: tra gli altri, Jenny Saville e Ivan Theimer. Quindi saranno rappresentati sia gli italiani che hanno scelto di vivere all'estero sia gli stranieri operosi in Italia. Poi ci saranno 180 giovani artisti segnalati dalle 23 accademie di belle arti italiane; il limite è il conseguimento del diploma negli ultimi 10 anni, ma durante i miei sopralluoghi nelle accademie ho visto molti studenti bravissimi iscritti ai primi anni dei corsi. Riassumendo: 229 italiani all’estero, una settantina di stranieri in Italia, 180 segnalati dalle accademie e 220-230 segnalati dagli intellettuali. Arriviamo intorno ai 730 artisti, attivi nei settori disciplinari che ho citato. Se il Padiglione s’intitola «L’arte non è cosa nostra», i settori degli italiani all'estero e degli stranieri in Italia s'intitolano «Babele et et», quindi una Babele intesa come universalità di linguaggi, senza aut aut di sorta.
Quanti artisti, come il melvilliano Bartleby hanno detto «preferirei di no»?
Pochissimi. Al contrario, per fare un esempio, ho un’insistente richiesta da parte di Vanessa Beecroft. Io non sono mai stato un suo sostenitore particolarmente infuocato e per questo vorrei chiederle che si metta in rapporto con uno scrittore che la segnali.  Ma le daremo comunque uno spazio all’Arsenale, dove anche Enzo Cucchi proporrà un suo lavoro.
E i poveristi?
Domenico Masi mi ha segnalato Michelangelo Pistoletto. Con lui ho sempre avuto ottimi rapporti. Il problema, caso mai, è che si tratta di un artista un po’ ripetitivo, ma immagino che oltre agli specchi e agli specchi rotti di due anni fa abbia fatto altre cose corrispondenti alla creatività di quest’ultimo decennio, che è ciò che mi propongo di rappresentare nella mostra. Certo è che mi parrebbe inutile rappresentare l’opera di un autore che ha 80 anni e che lavora ancora come nel 1980. Getulio Alviani, per esempio... Mi riesce difficile pensare cos’abbia fatto d’innovativo rispetto a vent’anni fa. Ma per tornare alla sua domanda, paradossalmente ci sono stati più dinieghi pervenuti da intellettuali che avrei voluto coinvolgere, ma per ragioni di ignoranza sul tema.
A Venezia dove esporranno gli artisti del Padiglione italiano?
Quand’era ministro, Bondi non è riuscito a imporsi e a farmi avere il Padiglione Italia ai Giardini. Quindi il nostro padiglione nazionale resta all’Arsenale, ma in uno spazio triplicato: ora posso contare su 4.800 mq. È previsto anche un allungamento del padiglione, il cui allestimento sarà curato dall’architetto Benedetta Tagliabue, moglie e collega di Enric Miralles di Barcellona. Poi potrò usufruire dello spazio Thetis alle Tese concesso dal Comune di Venezia: qui esporremo le opere degli artisti scelti dalle accademie. Sempre a Venezia avremo anche un padiglione di arte religiosa nella Chiesa della Maddalena. In altri spazi a Venezia ci saranno vari progetti speciali del padiglione italiano: vedremo artisti come Alberto Bartalini, Renato Meneghetti, Marco Nereo Rotelli e Alessandro Librio, oltre alla mostra fotografica organizzata da Venice in Peril (cfr. il servizio nelle pagine 6-7, Ndr).
Il suo sarà anche un padiglione italiano diffuso in tutto il Paese…
Saranno i padiglioni regionali, nei quali, in totale, esporranno circa 1.400 artisti.
Quindi saranno padiglioni autofinanziati?
In larga misura sì. Ad esempio, a Roma, dove ho rinunciato ad andare a tormentare quei tapini del MaXXI, l’esposizione si terrà a Palazzo Venezia, con un doppio sostegno finanziario che viene dalla Fondazione Roma di Emmanuele Emanuele e dall’Assessorato alla Regione che mette a disposizione 250mila euro. La Regione Sardegna mette a disposizione 400mila euro per la mostra che avrà sede alla Passeggiata Coperta di Cagliari, uno spazio meraviglioso. Per Napoli stiamo lavorando per avere una cifra superiore ai 20mila euro che sono quelli che finora hanno stanziato gli enti locali, ma ci auguriamo che arrivino fino a 100. Torino dovrebbe avere un sostegno garantito dall’Assessore regionale alla Cultura; lo stesso dicasi per le Marche, che sono coperte largamente sulle due sedi di Urbino e di Ancona, qui alla Mole Vanvitelliana, con fondi regionali.
Quanto costerà il suo progetto?
Una cifra che oscilla intorno a un milione di euro dovrebbe coprire i costi delle mostre del Padiglione italiano e annessi a Venezia. Dovrei poi contare su un altro milione non espressamente stanziato, ma che è la somma dei costi di ogni singola mostra nelle 89 sedi degli Istituti italiani di cultura all’estero. Ognuna di queste mostre costa infatti sui 10-12mila euro, ottenuti con un finanziamento ordinario del Ministero degli Esteri. Poi c’è un’ipotesi per una sponsorizzazione per 1,5 milioni che sarebbe risolutiva.
Si è fatto un’idea di come sarà la mostra curata da Bice Curiger?
Sarà una cosa stitica e la mia sarà una cosa titanica. La mia teoria e il mio progetto non sono «illuminazioni», ma quantità di vita. Non trovo che ci sia ragione al mondo di sacrificare qualcuno e ho trovato assolutamente grotteschi i padiglioni italiani curati da Ida Gianelli e, nel 2009, da Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice. La prima, per fare una cosa scicchissima e sofisticatissima, espone non so cosa volendo rappresentare un antico poverista, Penone, e un giovane snob, Vezzoli. Ma uno, quando li ha visti, cosa ne ha ricavato, che idea ha ricevuto? Quella di un bel decoro per l’appartamento di un ricco. Gli altri due ne hanno scelto 18. Quindi in quattro anni l’Italia alla Biennale è stata rappresentata da 20 artisti. Il bello è che quando consigliai a Luca Beatrice di inserire anche Andrea Martinelli, mi disse che non avrebbe potuto farlo. Martinelli, comunque, esporrà sia nella mia Biennale sia in una mostra che gli dedicherà il Centro Pecci nella sede di Milano.
Perché un «padiglione» così gigantesco?
Ho scelto di occuparmi non degli ultimi due anni, ma degli ultimi dieci, cioè il primo decennio del nuovo millennio, nel 150mo anniversario dell'Unità nazionale, eccellente occasione, questa, per espandere il Padiglione italiano su tutto il Paese. Gli ultimi 10 anni sono i primi del nuovo secolo e del nuovo millennio. Corrispondono dunque allo spirito innovativo che è tipico dei primi dieci anni di ogni secolo da Giotto tra il 1303 e il 1305 al XX secolo, con  «Les Demoiselles d’Avignon» e il Manifesto del Futurismo. Il primo secolo degli anni Duemila prende avvio con l’atto cruciale dell’abbattimento delle Twin Towers a New York: secondo lo schema indicato da Stockhausen, quel crollo è l’inizio del nuovo millennio e ha come compensazione l’erezione delle «Sette torri celesti» di Kiefer a Milano. Ho voluto documentare che cos’è accaduto nelle arti in questi primi dieci anni e l’ho fatto in maniera ampia. La Curiger ritiene di poter fare altrettanto con 82 artisti. Però so che condivide con me il «tema» di Tintoretto, ovvero l’antico che è nel moderno perché l’arte è sempre contemporanea. Su quello almeno siamo d’accordo, solo che io mi muovo su una dimensione così enciclopedica che presterà il fianco ad alcune critiche, ma non mancherà niente di quello che uno vorrebbe vedere. Bice Curiger ha operato una scelta che una persona come lei, priva della mia voracità, può ritenere una giusta selezione. Ma io tanto poco volevo occuparmi del mio gusto personale, che ho spostato sugli intellettuali, sugli scrittori e sui filosofi la scelta degli artisti: offro così al pubblico della Biennale il gusto di un’epoca.
Sono due visioni curatoriali agli antipodi...
Ma tra noi non esiste alcun conflitto. La visione di Bice Curiger è politicamente corretta. Ma io non posso immaginare che l’arte possa essere contenuta in alcunché, l’arte è un’espansione senza limite. Il problema del nostro tempo, caso mai, è un altro: che c’è un eccesso di creatività e non basta neanche la mia Biennale per contenerla tutta.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 309, maggio 2011


  • Un'opera di Jenny Saville, artista presente nel Padiglione italiano all’Arsenale
  • Luigi Serafini, un artista che ha detto no a Sgarbi
  • Maurizio Cattelan, un artista in forse (se esserci o no alla Biennale di Sgarbi)
  • Vittorio Sgarbi
  • Luigi Ontani, Panontale, 1993-94
  • Un'opera di Antonio Marras, artista presente nel Padiglione italiano all’Arsenale
  • Vittorio Sgarbi  © Stefano Tinto
  • Un'opera di Valerio Adami, artista presente nel Padiglione italiano all’Arsenale
  • Rossella Biscotti, un'artista che ha detto no a Sgarbi. Foto Valerio E. Brambilla
  • Vanessa Beecroft, un'artista che ha chiesto di esserci alla Biennale di Sgarbi
  • Un'opera di Matteo Basilè, artista presente nel Padiglione italiano all’Arsenale
  • Un'opera di Claudio Parmiggiani, artista presente nel Padiglione italiano all’Arsenale

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