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Ai Weiwei e una mostra poco illuminata

Guido Westerwelle, Ministro degli Esteri tedesco, e Liu Yandong, Consigliere di Stato per la Cultura della Repubblica Popolare Cinese, inaugurano ufficialmente la mostra «L'arte dell'Illuminismo» a Pechino, 1° aprile 2011 © Staatliche Museen zu Berlin, foto: Frank Barbian

Berlino. In Germania lo scandalo suscitato dal recente arresto dell’artista Ai Weiwei da parte delle autorità cinesi si è innestato, riaccendendolo, sul malumore che già serpeggiava tra le file dell’intellighenzia tedesca nei confronti della mostra «Die Kunst der Aufklärung» («L’arte dell’Illuminismo») inaugurata a Pechino lo scorso primo aprile nel Museo Nazionale della Cina, riallestito per l’occasione dal noto studio berlinese Von Gerkan, Marg e Partner. Si tratta di un’iniziativa finanziata dal Ministero degli Esteri tedesco per ben dieci milioni di euro: con un’impegnativa joint venture, i musei statali di Dresda, Berlino e Monaco propongono al pubblico cinese, per la durata di un anno, capolavori del XVIII secolo (inclusi alcuni «feticci» come le scarpe di Immanuel Kant) tesi a ricostruire uno dei periodi più fervidi di idee e di pulsioni innovatrici della cultura tedesca e, in senso più lato, europea.
La contraddizione fra il messaggio di cui la mostra vuole essere ambasciatrice a partire dal titolo (la parola tedesca Aufklärung significa non solo «illuminismo», ma anche «delucidazione», «chiarimento», «informazione») e la politica di oscurantismo culturale del Governo cinese si era rivelata in modo spudorato già durante l’inaugurazione: da essa infatti era stato escluso un importante membro della delegazione tedesca, lo scrittore e sinologo Tilman Spengler al quale era stato ritirato il visto poco prima della sua partenza per la Cina. In più occasioni Spengler aveva espresso solidarietà per il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo che, come noto, sta scontando un’assurda condanna a undici anni di carcere. I laconici commenti di rammarico espressi dai direttori dei musei tedeschi presenti all’inaugurazione erano parsi a molti assolutamente inadeguati alla gravità dell’affronto subito da Spengler e, con lui, da chiunque abbia il coraggio di denunciare le repressioni politiche e culturali che avvengono in Cina.
Ai Weiwei, che di questo tipo di denuncia ha fatto uno dei messaggi principali della propria arte, è stato arrestato all’aeroporto di Pechino a soli due giorni dall’apertura della mostra tedesca: una mostra su cui l’artista aveva comunque fatto a tempo a esprimere qualche riserva, definendo «ironica» la sua collocazione nel museo che si affaccia sulla famosa piazza Tienanmen, legata al ricordo dei sanguinosi fatti del 1989 e tuttora sorvegliatissima (pare che l’edificio che ospita i servizi segreti sia lì vicino). Inevitabilmente l’arresto di Weiwei, che in Germania è molto apprezzato, ha fomentato le polemiche su una mostra che già molti avevano accusato di avere scarsa rilevanza scientifica e di essere un mero strumento di interessi economici. Considerando che ancora oggi non si sa dove Ai Weiwei si trovi né quali siano esattamente i crimini che gli vengono imputati, fra i tedeschi cresce non solo il numero dei politici che ne chiede ufficialmente l’immediato rilascio (a partire dal ministro degli esteri Guido Westerwelle), ma anche degli intellettuali che sostengono che la mostra andrebbe ritirata in segno di solidarietà per l’artista e di protesta verso un regime tutt’altro che «illuminato». Spicca fra tutti Herta Müller, premio Nobel per la letteratura dello scorso anno, secondo la quale le dittature imparano qualcosa solo se messe con le spalle al muro. D’altra parte molti rappresentanti della politica e della cultura istituzionali escludono che la mostra possa essere smontata prematuramente senza gravi conseguenze diplomatiche: i direttori dei musei coinvolti nel progetto ribadiscono che esso va inteso come strumento di Wandel durch Annäherung («cambiamento grazie all’avvicinamento», un concetto che risale ai primi anni Sessanta, quando la Repubblica Federale adottò una nuova politica nei confronti della Ddr), e lo stesso sinologo Spengler auspica che la mostra continui per poter diventare una piattaforma che favorisca il dialogo.
Difficile non accogliere questo augurio con rassegnato scetticismo: sembra che a Pechino la mostra illuminista (e forse non altrettanto «illuminata») stia avendo molto successo, ma ai corrispondenti stranieri è vietato intervistare i visitatori senza avere prima ottenuto il permesso della polizia.

Alessandra Galizzi Kroegel, edizione online, 19 aprile 2011



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